venerdì 30 settembre 2011

Pd, la mossa dei veltroniani sulla premiership - Giovanna Casadio su Repubblica

«Gliela faranno pagare a Bersani la foto di Vasto». Paola Concia è stata facile profeta. Quella foto a tre alla festa dipietrista - Bersani con Vendola e Di Pietro - che salda la coalizione di Pd, Sel e Idv (e basta solo l´immagine per irritare l´Udc e Casini), è una crepa nella tregua interna nel partito dei Democratici. Una riunione dei veltroniani (Veltroni però era in commissione antimafia e non ha partecipato) nel primo pomeriggio di ieri ha riaperto la partita della leadership. Nessuno parla di sfiducia a Bersani («Non è il momento, sarebbe prematuro, evitiamo polemiche»), però è cominciata la corsa alla premiership del centrosinistra. Bersani è stretto da un lato dai veltroniani; dall´altro dal pressing che Vendola e Di Pietro lanceranno da piazza Navona, sabato, e che traducono in due parole d´ordine: «Bozza di programma; segnare subito sul calendario il giorno delle primarie». E poi c´è Matteo Renzi, molto ben visto da Veltroni. Il sindaco di Firenze ammette: «Sì, sto scaldando i motori per correre. La leadership del centrosinistra si vedrà con le primarie». Nell´assemblea dei veltroniani si è alzato ieri il tam tam delle «primarie di partito». Stefano Ceccanti le chiama così. Giorgio Tonini preferisce dire «congresso anticipato». Salvatore Vassallo argomenta: «Questa è la strada maestra, se si va al voto nel 2013. Ma se la situazione politica precipita, allora si può immagine un´altra via, cioè quella di "stemperare" la norma dello Statuto del Pd per cui è il segretario, in questo caso Bersani, il candidato premier». Nega di essere stato lui a scrivere quel codicillo che ingessa un po´ tutto: «Mi ricordo bene, fu Maurizio Migliavacca, comunque a noi veltroniani stava bene». Strada maestra o secondaria, la questione è la leadership. È la linea politica di Bersani ad essere di nuovo messa sotto stretta sorveglianza. «Alla coalizione con dipietristi e Vendola puoi arrivare, sia pure. Non puoi però partire da lì», hanno ripetuto ieri i veltroniani. E l´altro mantra: «Dov´è finita la centralità del Pd? Così andiamo a rimorchio». C´è chi è ancora più tranciante:

Lavoro, in calo gli incidenti ma non il numero dei morti - su Repubblica.it

Calano nel primo semestre gli infortuni sul lavoro, ma resta stabile il numero dei decessi: oltre due ogni giorno. I numeri provvisori diffusi dall'Inail registrano una riduzione degli incidenti di circa 16.000 casi (da circa 388mila a 372mila), pari a -4% rispetto allo stesso periodo del 2010. Una flessione, sottolinea l'Istituto, sensibilmente superiore rispetto al -1,9% che si era registrato nello scorso anno. I casi mortali passano invece nei primi sei mesi da 431 a 428 vittime, pari a una riduzione dello 0,7% rispetto allo stesso periodo del 2010. L'anno in cui, con un calo record, si è scesi per la prima volta dal dopoguerra, sotto la soglia dei 1.000 morti sul lavoro. Flessione nelle costruzioni: -5,8%. L'analisi delle varie attività economiche evidenzia riduzioni diffuse, ma di diversa intensità: il calo degli infortuni è più pronunciato nell'industria (-5,6%) che nei servizi (-3,2%) e nell'agricoltura (-2,6%). Positivo anche il dato delle costruzioni (-5,8%) anche se condizionato dal calo degli occupati nel settore (-4,3%). Meno morti al sud. Sul piano territoriale, Mezzogiorno e Centro (rispettivamente -5,7% e -4,4% per gli infortuni in complesso) fanno meglio del Nord (-3,3%): dati che l'Inail valuta anche in rapporto all'andamento dell'occupazione, in aumento dello 0,6% al Nord, mentre al Sud si ferma solo al +0,2%, e in calo nel Centro dello 0,6%. Nei casi mortali il Mezzogiorno si distingue per il calo molto significativo (25 decessi in meno, -15,9%), il Centro è praticamente stabile (solo 2 casi in meno, -2,4%), mentre nel Nord si assiste a un aumento (+24 vittime, +12,6%).
Verso i 750mila casi. I dati del semestre consentono all'Istituto di indicare che "il bilancio infortunistico per l'anno 2011 si profila positivo nel suo complesso", mentre "per quanto riguarda le morti sul lavoro la situazione risulta ancora praticamente in bilico" e "sarà ovviamente l'andamento del secondo semestre a determinarne il segno". Se l'andamento sarà in linea con i primi sei mesi "si potrebbe prospettare un bilancio consuntivo per l'interno 2011 con un numero di infortuni intorno ai 750mila (contro i 775mila del 2010) e un numero di morti sul lavoro che si conferma saldamente al di sotto delle mille unità".

Il testamento ideologico - Enzo Bianco su Europa

La legge “bandiera” – ideologica, tecnicamente inapplicabile, compiacente verso interessi particolari, e, soprattutto, contraria alla Costituzione – sembra essere purtroppo la cifra del legislatore in questi anni di governo berlusconiano. Non sto parlando dell’ennesima legge ad personam per tentare di risolvere, sul piano della procedura o quello del diritto sostanziale, i guai del presidente del consiglio con la magistratura. No, stavolta si tratta di molto peggio. Il parlamento italiano potrebbe approvare presto, con il voto della camera dopo il via libera già dato dal senato, la legge sul testamento biologico. Nei giorni scorsi si è riunito l’ufficio di presidenza dei LiberalPd, dal quale è scaturita una posizione netta: se questo pessimo provvedimento arriverà ad essere legge dello stato, o meglio, di quello stato laico che è – sino a prova contraria – la Repubblica italiana disegnata dalla Costituzione del 1948, avvieremo una raccolta di firme per indire un referendum abrogativo. La blindatura aprioristica del disegno di legge, il rifiuto sostanziale ad ogni modifica opposto dalla maggioranza di governo, non sembrano lasciare spazio che a questa soluzione, a parte possibili pronunce da parte della Corte costituzionale. Perché tanta sordità? La legge sul testamento biologico è nata appunto come legge “bandiera”, dichiaratamente ideologica. Pochi, nel governo e nella maggioranza, hanno da subito nascosto l’obiettivo reale: creare le basi legislative per segnare una “rivincita” dopo i casi di Piero Welby e, soprattutto, di Eluana Englaro. Un intento che dà i brividi se inquadrato nella dialettica di un paese democratico. Ma in questi due anni, il provvedimento è divenuto qualcosa di peggio: il tentativo, scomposto e scoperto, con il quale un esecutivo traballante ed una maggioranza sempre più sfilacciata si illudono di recuperare il consenso dei tantissimi elettori cattolici che si sono allontanati dal duo Pdl-Lega dopo le performances di Silvio Berlusconi. A maggior ragione, c’è da attendersi che questo tentativo illusorio si faccia – se possibile – ancora più protervo dopo le dichiarazioni con le quali il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, ha sostanzialmente dichiarato la forte, direi irreversibile, delusione della Chiesa cattolica per l’esperienza berlusconiana di governo, arrivando a

Preferisco Grilli perché è di Milano" - Michele Serra su Repubblica

Preferisco Grilli perché è di Milano": questa sarebbe, secondo le cronache, l´opinione di Umberto Bossi sulla successione alla Banca d´Italia. Ora: stiamo parlando di un ministro della Repubblica. Del fondatore e leader di un partito che governa l´Italia, con brevi pause, da quasi vent´anni. Di un uomo di settant´anni che ha avuto il privilegio di vivere una vita da protagonista, da capo, da prima pagina, osservando il mondo da una posizione di assoluto rilievo. Eppure, vedete a quanto poco servono il potere e il successo, quanto poco migliorano gli esseri umani. Di fronte a un atto politico di primo livello (di fronte, dunque, al suo mestiere e alle responsabilità del suo mestiere), il famoso politico Bossi se ne esce con un concetto così implacabilmente cretino da lasciare senza fiato: "preferisco Grilli perché è di Milano", parole che ai fini della scelta in questione – la nomina del governatore di Bankitalia – valgono zero, non hanno senso né decenza logica, e nemmeno un bambino di otto anni oserebbe pronunciarle se non per gioco, ai giardinetti, come quando si dice "io tifo per la Lazio" o "io preferisco tua sorella". Tra i tanti demeriti di Berlusconi non va trascurato quello di avere messo in ombra, con le sue colpe ipertrofiche, il livello zero che Bossi e la Lega hanno introdotto nella scena pubblica italiana.

«C'è l'esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita» - Mario Draghi e Jean-Claude Trichet su Corriere della Sera

Francoforte/Roma, 5 Agosto 2011
Caro Primo Ministro,
Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea il 4 Agosto ha discusso la situazione nei mercati dei titoli di Stato italiani. Il Consiglio direttivo ritiene che sia necessaria un'azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori.
Il vertice dei capi di Stato e di governo dell'area-euro del 21 luglio 2011 ha concluso che «tutti i Paesi dell'euro riaffermano solennemente la loro determinazione inflessibile a onorare in pieno la loro individuale firma sovrana e tutti i loro impegni per condizioni di bilancio sostenibili e per le riforme strutturali». Il Consiglio direttivo ritiene che l'Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità di bilancio e alle riforme strutturali.
Il Governo italiano ha deciso di mirare al pareggio di bilancio nel 2014 e, a questo scopo, ha di recente introdotto un pacchetto di misure. Sono passi importanti, ma non sufficienti.
Nell'attuale situazione, riteniamo essenziali le seguenti misure:
1.Vediamo l'esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita. Alcune decisioni recenti prese dal Governo si muovono in questa direzione; altre misure sono in discussione con le parti sociali. Tuttavia, occorre fare di più ed è cruciale muovere in questa direzione con decisione. Le sfide principali sono l'aumento della concorrenza, particolarmente nei servizi, il miglioramento della qualità dei servizi pubblici e il ridisegno di sistemi regolatori e fiscali che siano più adatti a sostenere la competitività delle imprese e l'efficienza del mercato del lavoro.
a) È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.
b) C'è anche l'esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d'impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. L'accordo del 28 Giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa

Perché va strappato il bavaglio alla libertà - Stefano Rodota su Repubblica

Un simulacro di governo e una maggioranza a pezzi vogliono impadronirsi della vita e della libertà delle persone, con un attacco senza precedenti contro i diritti fondamentali. Si dice che i colpi di coda dell´animale ferito siano i più pericolosi. È quello che sta accadendo. Dopo che l´articolo 8 del decreto sulla manovra economica ha cancellato aspetti essenziali del diritto del lavoro, ora si proclama la volontà di far approvare, con procedure accelerate e voti di fiducia, leggi che mettono il bavaglio all´informazione e negano il diritto di morire con dignità. Sarebbero così cancellati altri diritti. Quello di ogni cittadino ad essere informato, continuando così a vivere in una società democratica invece d´essere traghettato verso un mondo di miserabili arcana imperii. Quello all´autodeterminazione, dunque alla stessa libertà del vivere, che scompare nel testo sul testamento biologico. Tutte mosse in contrasto con la Costituzione. Bisogna essere consapevoli, allora, che non si tratta soltanto di opporsi a singole leggi, ma di impedire una inammissibile revisione costituzionale. Bloccata nella primavera scorsa da una vera rivolta popolare, che aveva svegliato dal torpore i gruppi d´opposizione, torna ora, minacciosa e incombente, la legge bavaglio. Sappiamo quale sia il suo obiettivo. Impedire le intercettazioni, impedire la conoscenza dei loro contenuti. Conosciamo le sue giustificazioni. Tutelare la privacy dei cittadini, evitare uno Stato di polizia. Mai giustificazione fu più bugiarda. Se davvero le notizie riguardanti il Presidente del consiglio e la sua corte dei miracoli fossero state solo affare privato, irrilevanti per la vita pubblica e le responsabilità che essa impone, il Presidente della Cei non le avrebbe messe al centro di un vero atto d´accusa, d´una richiesta perentoria di rigenerazione della politica. Non che ci fosse bisogno di questo sigillo ecclesiale. Ma esso vale come conferma di una opinione comune. Ricordiamo le regole di base. Nell´articolo 6 del Codice di deontologia dell´attività giornalistica (non una raccomandazione, ma una norma giuridica) si dice che "la sfera privata delle persone note o che esercitano funzioni pubbliche deve essere rispettata se le notizie o i dati non hanno alcun rilievo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica". Ho sottolineato le parole "alcun rilievo". Chi può in buona fede sostenere che il torbido intreccio tra

Gli altri mondi e le risposte da dare - Pippo Civati

Mario Adinolfi lascia il Pd e non è una buona notizia. Non sono piaciute a nessuno le uscite omofobe di Mario, negli ultimi tempi, né altre sue prese di posizione, ma per commentare la sua decisione credo sia giusto leggere la lettera che ha inviato a Bersani. A cominciare da quel riferimento agli "altri mondi" a cui il Pd dovrebbe guardare e non guarda: Ho partecipato con entusiasmo all'esperienza fondativa del Pd nel 2007 e ho condiviso pienamente la scelta del partito "a vocazione maggioritaria" che alle elezioni del 2008 ha cambiato il panorama politico italiano riducendo la frammentazione, chiamando gli italiani a una decisa scelta di campo. Volevamo un partito che ibridasse le culture senza annullarle, che fosse sempre più aperto, che si caratterizzasse per il protagonismo delle giovani generazioni. Su questa scommessa io mi sono impegnato in prima persona, candidandomi alle primarie fondative prima e alle elezioni politiche poi. Meno condivisibile il riferimento ai cattolici "costretti" ad uscire dal Pd, in una rappresentazione che continuo a trovare troppo schematica e rappresentativa soprattutto di quelli che chiamo "cattolici di professione": Quel respiro si è accorciato con le primarie del 2009, ora il Pd è ritornato ad essere il Pds: i cattolici più impegnati nella fede sono stati marginalizzati e costretti ad andare altrove, stessa sorte per il co-fondatore leader della Margherita, molti dei miei amici provenienti dalla cultura del cattolicesimo democratico hanno smesso di fare politica o sono emigrati altrove. Il passaggio dedicato ai giovani, invece, è preciso e corretto: Per le giovani generazioni, poi, si è offerta la trafila appartenenza-fedeltà-cooptazione come percorso a cui ambire, rovinando completamente qualsiasi dinamica di rinnovamento, con la felice eccezione di Matteo Renzi e pochi altri, che si sono affermati avendo contro la quasi totalità dei leader della nomenklatura di partito. Ed ecco gli "altri mondi" e i giovani elettori, di cui spesso ci siamo occupati anche in questa sede: L'apertura del Pd agli altri mondi è stata nulla: mi sono battuto per consentire la candidatura di Grillo alle primarie, ho chiesto il coinvolgimento organico dei radicali e dei socialisti, ho persino promosso l'idea di un referendum sul matrimonio omosex (a cui sono ferocemente contrario) con l'obiettivo di aprire il più possibile le porte e le finestre del partito. Che sono rimaste sigillate e dietro quelle porte si consumano vecchi riti da vecchio Pci che non ha tutta questa voglia di confrontarsi con il futuro e si tiene invece ben stretto un

Il Paese sgovernato - Massimo Giannini su Repubblica

Il governo si dissolve, tra le "giornate intense" di Letta e le "serate eleganti" di Berlusconi. Alla Camera va sotto su un emendamento che inserisce anche la scuola pubblica tra i beneficiari dell'8 per mille. È la novantesima volta che accade, in tre anni e mezzo di legislatura. Un record assoluto, che farebbe schiantare l'esecutivo di qualunque altro Paese del mondo. Non quello italiano, che come il calabrone (corpaccione enorme, ali minuscole) vola radente e dannoso, sfidando tutte le leggi della fisica e della politica. Ma questo apparente "miracolo" non può e non deve ingannare. Il collasso numerico sull'8 per mille di oggi avviene a sole ventiquattr'ore di distanza dal successo aritmetico su Saverio Romano di ieri. È la "cifra" politica della maggioranza attuale: resiste quando il test parlamentare mette in gioco la sua sopravvivenza, non esiste quando si tratta di votare l'ordinaria amministrazione. Cioè quando si tratta di governare il Paese. Infatti il Paese è di fatto sgovernato da tre anni e mezzo. Quando il mondo gira più o meno come al solito, ti puoi persino concedere questo lusso. Non te lo puoi più permettere, viceversa, quando il pianeta soffre una crisi globale, e tu in Europa sei l'anello debole della catena. La vittoria casalinga di Angela Merkel, che riesce a convincere il Bundestag ad approvare il potenziamento del Fondo Salva-Stati, aiuta l'Eurozona a prendere un po' d'ossigeno. Ma i problemi non sono affatto risolti. L'eurodelirio è appena agli inizi, e il peggio deve ancora venire. Per questo l'Italia continua ad essere esposta al massimo pericolo. Tanto più con un governo che affonda, e che torna a lacerarsi al suo interno sulle questioni di sempre. Come affrontare la partita del risanamento dei conti pubblici, con il necessario supplemento di manovra richiesto dalla Ue e dalla Bce sul fronte delle pensioni? Come fronteggiare con un minimo di credibilità il pacchetto-sviluppo che invocano ormai tutte le parti sociali? E come sciogliere il nodo della nomina del nuovo governatore della Banca d'Italia, la più importante istituzione economica della Repubblica, gettata nel tritacarne del regolamento di conti interno alla Pdl? Queste sono le domande, tuttora senza

Perché il mondo cattolico sogna un nuovo movimento politico - Ilvo Diamanti su Repubblica

Le parole pronunciate dal cardinal Bagnasco al Consiglio permanente della Cei hanno sancito una condanna aspra verso lo stile di vita e "i comportamenti licenziosi" di Silvio Berlusconi. Bersaglio esplicito, anche se innominato. Tanto da suscitare le reazioni irritate del Centrodestra. Preoccupato degli effetti politici di una condanna tanto netta, visto che i cattolici costituiscono un segmento incerto e decisivo del mercato elettorale. Insieme alla Prima Repubblica, infatti, è finita la stagione dell´unità politica dei cattolici. Un "mito" (secondo Enzo Pace). Perché la Dc era un partito "di" cattolici, ma non il partito "dei" cattolici (come ha osservato il sociologo Arturo Parisi alla fine degli anni Settanta). Non a caso, già a metà degli anni Ottanta, la Cei, guidata dal cardinale Camillo Ruini, aveva scelto la via di una "Chiesa extraparlamentare" (la formula è di Sandro Magister). Che agisce senza partiti di riferimento. Attraverso il pulpito, le associazioni, i media. Come un gruppo di pressione. D´altronde, i cattolici praticanti sono ormai una "minoranza". Coloro che vanno regolarmente a messa, infatti, costituiscono meno del 30% della popolazione. E non sembrano molto disposti a seguire le indicazioni della Chiesa sul piano della morale personale e dell´etica pubblica. Tanto meno sul piano elettorale. Nella Seconda Repubblica, infatti, il voto dei cattolici (praticanti e tiepidi) si è distribuito fra gli schieramenti. Con una prevalenza – limitata – a Centrodestra. Mentre al Centro, i partiti neodc non sono andati molto più in là del 5-6% degli elettori – e del 10% dei cattolici praticanti. Impossibile, per la Chiesa, riproporre la strategia del collateralismo, in condizioni tanto incerte. Da ciò la scelta pragmatica della Cei di Ruini. Che, non a caso, ha sempre espresso posizioni ambivalenti, sulle questioni politicamente sensibili. Vicine al Centrosinistra, sui temi della solidarietà sociale – lavoro e immigrazione. Vicine al Centrodestra, sui temi della bioetica, della famiglia, della vita. Divenuti, però, particolarmente importanti sotto il pontificato di Benedetto XVI. Quando la Chiesa ha cercato di marcare i confini etici dell´identità cattolica, in tempi di secolarizzazione e di "concorrenza" con altre religioni. Così, senza esprimere esplicite scelte di parte, la Chiesa è "scivolata" accanto a Berlusconi, il Pdl e la Lega. Da cui si è sentita tutelata, nelle questioni morali ma anche negli

Banca Etica, "Non con i miei soldi" Il potere malato dei giochi finanziari - su Repubblica.it

Si chiama "Non con i miei soldi" la campagna di Banca Popolare Etica, proposta assieme ad Arci. Ed è così che la Finanza Etica si affaccierà al Festival di Internazionale 3 a Ferrara. Domenica 2 ottobre alle 12, presso la Sala dei Comuni del Castello Estense Ugo Biggeri, presidente del primo gruppo bancario italiano interamente dedito alla finanza etica, Peru Sasia, direttore di Fiare 4 (Fondazione spagnola per l'investimento e il risparmio responsabile) e Katharina Beck, direttrice dell'Institute for Social Banking 5 illustreranno lo stato della Finanza Etica in Europa e alcune proposte per contribuire a superare l'attuale crisi finanziaria, economica e sociale. Un euro da lavoro e 4 da scommesse finanziarie. Tratte dal libro di Luciano Gallino, "Finanzcapitalismo", Einaudi, tratteggiano il quadro della situazione attuale. Con la complicità di una politica sempre più remissiva i mercati finanziari sono cresciuti in modo abnorme. Trenta anni fa le attività finanziarie avevano un valore all'incirca equivalente al PIL del pianeta. Nel 2007 erano quadruplicate: per ogni euro prodotto dal lavoro e dal commercio erano in circolazione quattro euro di debiti, crediti e scommesse finanziarie. Ancora più grave è la situazione se si considera il sistema finanziario "ombra": in esso circolano miliardi di prodotti finanziari derivati scambiati privatamente e non in mercati borsistici trasparenti. Nel 2007 l'ammontare di questi derivati trattati "over the counter" era stimato per un valore pari a 12,6 volte il PIL del mondo. Gli effetti di questo predominio. L'egemonia della finanza sull'economia reale sono sotto gli occhi di tutti: dagli anni Ottanta in poi il 10% della popolazione mondiale si è arricchito in modo spropositato, mentre il restante 90% ha dovuto far fronte a redditi sempre più stagnanti. "La politica appare succube dei mercati finanziari - dice Ugo Biggeri, presidente di Banca Popolare Etica ed Etica sgr - . Per questo, Banca Etica con le reti europee della finanza etica, chiede ai Governi di uscire da questo stato di sudditanza, a partire da una regolamentazione più stringente, dal contrasto ai paradisi fiscali e

La scollatura - Sebastiano Messina su Repubblica

A leggere i commenti dei pretoriani Cicchitto, Biondi, Sacconi, Lupi e Rotondi, le durissime parole del cardinale Bagnasco non erano affatto rivolte al presidente del Consiglio. Erano "rivolte a tutti". Già. A pensarci bene, quando Bagnasco denunciava «i comportamenti licenziosi» magari si riferiva alla scollatura di Nicole Minetti. Quando metteva all´indice «stili di vita difficilmente compatibili con il decoro delle istituzioni» forse pensava all´onorevole Realacci che ama presentarsi senza cravatta a Montecitorio. E quando lamentava «comportamenti tristi» è possibile che avesse in mente l´onorevole Binetti, che nessuno a Montecitorio ha mai visto ridere. Dev´essere senz´altro così. Berlusconi non ha la scollatura, porta sempre la cravatta e soprattutto non è mai triste (soprattutto quando vede la Minetti).

Una commedia italiana - Ernesto Galli Della Loggia su Corriere della Sera

È difficile che Berlusconi non lo sappia. Ma se questo fosse il caso, allora è opportuno che qualcuno glielo dica. Gli dica che in pratica non c'è uno, uno solo, dei deputati e dei senatori della sua maggioranza (nonché dei suoi ministri) che in privato non si mostri convinto che il presidente del Consiglio ha fatto il suo tempo, e che la cosa migliore per tutti è che lasci al più presto il proprio incarico. È bene che il Cavaliere lo sappia: il deputato che incrociandolo a Montecitorio gli stringe rispettosamente la mano, la sottosegretaria che gli sorride al banco del governo, il fidato collaboratore, tutti, appena lui si allontana, confidano a chiunque che così non si può andare avanti, che il premier deve lasciare. Tutti, indistintamente: ma sempre alle sue spalle. Da settimane sul palcoscenico italiano la destra mette in scena un triste spettacolo di doppiezza. L'onorevole Alfano ha detto pochi giorni fa che gli avversari del Pdl vogliono non solo cacciare Berlusconi dal governo, ma cancellare in realtà l'intera storia politica di coloro che in lui si sono riconosciuti. Forse. Quel che è certo è che se c'è però un modo di evitarlo è quello di fare politica, come egli appunto cerca di fare in queste ore, non già invece quello che troppo spesso è sembrato prevalere di recente tra gli esponenti del Pdl: in pubblico mettere la testa sotto la sabbia, e in privato abbandonarsi alla confidenza ironica, al qui lo dico e qui lo nego. Coloro che si comportano così non sembrano rendersi conto che l'Italia vive oggi il momento forse più critico della sua storia postbellica. Il terrorismo e le vicende di «Mani pulite», infatti, non rappresentarono mai un pericolo capace di minacciare ciò che minaccia di fare la crisi economica attuale. E cioè scompaginare le basi sociali stesse della

«Caro Bersani, io lascio» - Rudy Francesco Calvo su Europa

Mario Adinolfi ha fatto di tutto per non apparire simpatico alla base democratica. Per ultime, le sue uscite (alcune delle quali hanno trovato ospitalità anche sulle colonne di Europa) contro le unioni omosex e il gay pride hanno provocato reazioni molto controverse. Oggi che Adinolfi decide di lasciare il Pd, non sorprendono quindi i commenti festanti che invadono il web, dove una volta proprio lui giocava in casa. In pochi, a dire il vero, si soffermano sulle motivazioni che il già candidato segretario (primarie 2007, quelle vinte da Veltroni) spiega nella sua lunga lettera aperta a Bersani: l’accusa di un Pd «ritornato a essere il Pds», la presunta marginalizzazione dei cattolici, le scelte troppo filo-Cgil in materia di lavoro e welfare, la scarsa attenzione verso i giovani (se tali si possono definire i «nati dopo il 1970», come fa lui). Fino a ricordare le sue battaglie «per consentire la candidatura di Grillo alle primarie», per far entrare nel Pd anche socialisti e radicali e per promuovere «un referendum sul matrimonio omosex». Il suo addio – garantisce – è «senza astio». Anzi, Adinolfi precisa anche che «se domani ci fossero le elezioni sarebbe ancora il Pd il partito che voterei. Ma con la certezza che lo voterei per assenza di alternative e non perché io pensi che questo Pd possa davvero salvare l’Italia dalla condizione disastrosa in cui versa». Perché la sua visione del Nazareno è quella di «un partito intriso di conformismo conservatore». L’unica speranza (se ce ne fosse bisogno) di un suo ritorno a un impegno attivo nel Pd resta legata a «l’alzare la testa dei più giovani, in conflitto con voi anziani dirigenti che ormai non rappresentate più alcuna speranza». Detto in soldoni: «Sosterrei Renzi alle primarie, insomma». Chissà se Renzi ringrazierà. Quel che è certo è che da via delle Fratte a sottolineare l’addio di Adinolfi arriva solo un profondo silenzio. «Vai, vai, Mario, nessuno sentirà la tua mancanza», gli garantisce Giorgia sul suo blog. «Vai e non farti più vedere, tu e il tuo bigottismo fanatico», intima Giankarl111. «Nessuno sentirà la mancanza di un omofobo clericale; almeno non più di quanto si sia sentita per Rutelli o la

giovedì 29 settembre 2011

Cosa ci sarà a Bologna - di Pippo Civati

Ci saranno molte persone, nella piazza della proposta, a Bologna, il 22 e 23 ottobre.
Ci sarà il palazzo nella piazza, per un confronto vero e aperto come non c'è mai stato, tra i due luoghi (comuni) più frequentati dalla politica italiana.
Ci saranno coppie che si confronteranno, perché vorremmo un'Italia dei "compagni di viaggio". Immaginate il presidente e il cittadino. Il giovane e l'anziano. L'economista e il precario. Il Nord e il Sud. Il piccolo comune e la grande metropoli.
Ci sarà il rating delle idee da votare e da promuovere, facendo salire quelle più condivisibili e efficaci. Ci sarà una startup delle buone proposte e delle idee più coraggiose, a cui daremo visibilità, perché a noi, quelli più giovani di noi, interessano parecchio.
Ci sarà un'alleanza non (solo) tra i partiti e le forze politiche, ma con la società civilissima che si manifesta ogni giorno, mentre il Paese va a rotoli.
Ci saranno le campagne per proseguire il lavoro, perché non sarà solo un evento, e altri appuntamenti da annunciare. Ci sarà, ad esempio, qualche settimana dopo, il palco rovesciato all'Aquila, con i politici, in platea, che ascoltano i cittadini, sul palco.
Ci saranno la riforma della politica e la democrazia, i costi della politica, l'ambiente e l'economia, il fisco e l'innovazione, con proposte chiare e forti, per dare una mossa all'Italia immobile che abbiamo ricevuto in eredità (e con una tassa di successione miliardaria).
Ci saranno il Vocabolario di Prossima Italia, l'indagine sui movimento che abbiamo chiamato Rosa dei venti, il Libretto arancione della mobilitazione e dell'insurrezione civica, il Camera Box per intervenire, ci sarà un cartone per portare a casa propria le idee e le proposte migliori.
Ci sarà uno slogan facile facile: pensa a quello che può fare il tuo Paese per te e, però, anche a quello che puoi fare tu per il tuo Paese. Perché il cambiamento può essere solo individuale e collettivo insieme.
Ci saranno quelli che credono nel cambiamento, e che vogliono interpretarlo, di persona, personalmente.
Ci sarà "il nostro tempo", quello che dobbiamo prenderci e quello che dobbiamo darci, perchè le cose, per cambiare, non devono durare in eterno.
E ci saremo anche noi, tutti insieme, in una festa della politica, come vorremmo che la politica fosse.

La Patria insonne - Massimo Gramellini su La Stampa

Carlo Fruttero
Al telefono di casa Fruttero risponde un amico diversamente giovane che ha appena compiuto 85 anni.
Ciao Carlo, come stai? «Non ho chiuso occhio tutta la notte». Digestione difficile? «Angoscia da talk show». Pensavo non li guardassi. «Li comincio tutti. Poi, quando gli ospiti iniziano a scannarsi o a parlare di donnine, cambio canale». Da qui l'angoscia? «No, la noia. Non arrivano mai al nocciolo. Invece l'altra sera, all'Infedele di Lerner, non si scannavano e non parlavano di donnine». E di cosa, allora? «Del nocciolo. Perciò mi sono agitato». Non sapevi che siamo nei guai? «Non fino a questo punto. Sentendo parlare tutte quelle persone serie, ho finalmente colto il succo della crisi: i soldi». Embè? «Sono finiti». Non farti prendere dal panico. «Ma neanche per il naso. Stanno arrivando tempi duri. Spenta la tele, mi è montata la stessa angoscia che avvertivo nel 1946 alla fine della guerra». A spasso fra le macerie. «Con la differenza che allora c'era lo slancio della ricostruzione. E io avevo vent'anni». Dentro li hai ancora, quindi da te vorrei immagini di speranza. «Ne ho vista una nello studio di Lerner. Quel Mario Monti. Un signore serio, pacato, equilibrato. Ne avremmo bisogno, dopo queste donnine e questo chiasso. Mi dà l'idea che sappia dove mettere le mani». E tu? «Io? Bisogna che non muoia. Non posso prendere congedo proprio adesso. Sarebbe una fuga». Se per andartene aspetti un altro boom economico, hai l'immortalità garantita. «Invece ce ne tireremo fuori. Non dimenticarti chi siamo». Chi siamo, Carlo? «L'Italia, no?».

Contratto? Non “unico” - Pier Paolo Baretta su Europa

Pier Paolo Baretta
Sergio D’Antoni e Pietro Ichino, nell’interessante dibattito che si è aperto sulle pagine di Europa, convergono su un punto: parliamo di “diritti di lavoro”, più che di “contratto unico”.
È un passo avanti. Si sgombra il campo dall’equivoco che possa esistere una sola modalità, uguale per tutti, per regolare le condizioni di lavoro, normative e salariali.
Il lavoro si articola in molti modi e la competitività delle imprese e la tutela del lavoro risultano più efficaci quando le relazioni si misurano con le reali situazioni culturali, di esperienze professionali e livelli tecnologici, di rapporti sindacali e sociali, di condizioni produttive e di mercato.
Se, dunque, da un lato, la pletora attuale di contratti di ingresso va semplificata per superare l’abuso di precarietà, dall’altro, ci sono situazioni – quali a esempio, la vera stagionalità (breve o lunga), la singola prestazione occasionale, l’apprendistato – che non possono essere ricondotte alla casistica generale delle assunzioni a tempo indeterminato.
Questo approccio deve valere anche per la conclusione del rapporto di lavoro. Intanto perché la gestione degli “esuberi”, ovvero i licenziamenti collettivi, viene, da anni, gestito, pur con le inevitabili difficoltà, con accordi sindacali efficaci. Mobilità, cassa integrazione, ricollocazione sono gli strumenti che mettono al riparo, sia le aziende che i lavoratori, da un eccesso di conflittualità senza fine e dal massiccio ricorso al giudice, che deve restare, nei conflitti di lavoro, la estrema ratio.
Sono, in ogni caso, possibili dei passi in avanti, soprattutto se, anziché concentrarsi su articolo 81 della costituzione e articolo 8 della manovra, il governo facesse davvero la riforma degli ammortizzatori sociali.
Ciò di cui si discute davvero, quando si parla di contratto unico, è di licenziamenti individuali. È ben diverso,

Primarie? Solo di coalizione - di Mario Barbi su Europa

Caro direttore, ho letto su Europa la proposta di Stefano Ceccanti di circoscrivere al Pd le primarie per la scelta del candidato premier del centrosinistra.
Poiché per Statuto il candidato del Pd sarebbe Bersani e poiché Ceccanti è affezionato allo Statuto, mi è parso di capire che Ceccanti preferirebbe un candidato diverso da Bersani ma che vorrebbe arrivarci senza rivedere l’impianto statutario che indica nel segretario il candidato-premier.
Capisco che si possa essere attaccati alle proprie idee e l’idea che tutto si decida nel Pd può essere una di queste. Ma al punto in cui siamo e dopo l’esperienza fatta nel Pd e nel centrosinistra da Veltroni in poi (prima con il distacco dal governo Prodi e quindi con la vocazione quasimaggioritaria), la proposta mi sembra velleitaria e buona soltanto a fare perdere tempo o a provocare danni.
Do questo giudizio, volutamente drastico, perché penso che la proposta di Ceccanti e di altri (Tonini e Vassallo) si basi (1) su una concezione ormai impraticabile di partito e (2) su una rappresentazione falsa del campo di centrosinistra che considera “quantità trascurabile” tutto ciò che non è nel Pd.
È evidente che il Pd è nel centrosinistra il partito più grande, ma è anche evidente che il Pd non ne è di per sé il partito-guida (lo abbiamo visto a Milano, a Napoli, a Cagliari e altrove), così come è invece del tutto evidente che il candidato-premier del centrosinistra vada deciso con voto popolare in primarie aperte, che altro non possono essere che primarie di coalizione.
Si può discutere sulle regole di queste primarie: sulle soglie di accesso, sul rapporto leadership-programma, sull’impianto breve (un giorno) o lungo (all’americana), sulle garanzie per la certezza del risultato e sugli impegni di lealtà dei candidati perdenti verso il candidato vincitore.
Si può discutere di tutto questo, ma difficilmente si potrà pensare che la questione si possa risolvere nel

Cattodem: «Non ci sarà un nuovo partito» - Mariantonietta Colimberti su Europa

L’impressione è che questa volta le parole di Angelo Bagnasco siano arrivate con tutta la forza che lo stesso presidente della Cei ha voluto trasmettere.
Che quella del cardinale sia stata una prolusione il cui peso doveva risultare chiaro a tutti è stato evidente nuovamente ieri. Il Sir, l’agenzia stampa della Cei, in una nota in cui si dice che i vescovi italiani condividono le parole del loro presidente sul «disagio» del paese, ha esplicitato due concetti: il primo, che «su Berlusconi e la questione morale» Bagnasco ha parlato «con franchezza, ripetendo una posizione già molto ben definita a più riprese. Ma questo è comunque il passato»; il secondo, che il mondo cattolico è invitato a «muoversi in prospettiva. Perché in questo momento bisogna cominciare ad articolare una proposta».
Di che proposta di tratta? Non si parla di un partito, almeno per ora, ma di qualcosa di diverso dall’assetto attuale sì. «L’alternativa – ha spiegato ancora il Sir – non è l’alternanza, cioè la sostituzione dell’attuale maggioranza di governo con l’attuale opposizione, ma la ristrutturazione del sistema». In serata, poi, Bagnasco, intervenuto all’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, davanti a Franco Frattini e Gianni Letta ha ribadito che gli italiani debbono riscoprire i loro valori «per uscire dal tunnel di quella cultura del nulla, vagamente radicaleggiante, che è l’anticamera di una diffusa tristezza».
Una vera e propria discesa in campo a 360 gradi, anche se è ovvio che il monito più diretto e anche più duro colpisce al cuore Berlusconi e il berlusconismo. E nel Pd, infatti, nessuno pensa che la campana sia risuonata soltanto per una parte, «sebbene – afferma il vicesegretario Enrico Letta – questo intervento, che lascerà il segno, potrebbe essere il colpo finale alla resistenza di Berlusconi, ormai fuori da ogni logica». «La nostra valutazione è fortemente positiva per il respiro con cui si affrontano questioni urgenti per il paese» dice a

E le associazioni unite sfidano i partiti "Se il dialogo fallisce, faremo da soli" - Goffredo De Marchis su Repubblica

La Chiesa dà Berlusconi per «morto» politicamente. E sembra scommettere il tutto per tutto su un polo moderato che nascerà dalle macerie del Popolo delle libertà e dalla resistenza dell´Udc. Il progetto è in fase avanzata, si muove nei confini del centro e della destra. Parte da una scelta ormai delineata: la diaspora dei cattolici in politica deve finire. Mai più pluralismo, non ha funzionato. Nell´omelia pronunciata al congresso eucaristico di Ancona due settimane fa il presidente della Cei Angelo Bagnasco ha ripetuto tre volte che bisogna stare «insieme. Senza avventure solitarie, per essere significativi ed efficaci». Ieri, all´interno del ragionamento contro Berlusconi che ha occupato le pagine dei giornali, ha parlato di un «soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica» già pronto, già in campo. È il richiamo esplicito a una nuova unità dei credenti nella "polis".
Non ci sarà bisogno di rifare la Dc, di ridisegnare la Balena bianca. In Europa, come ha spiegato ieri sull´agenzia Sir il professor Francesco Bonini, responsabile Cultura della Cei, c´è il Partito popolare europeo. Quello è l´approdo. Non è un caso che Angelino Alfano, vicino alla Conferenza episcopale, citi sempre il modello del Ppe. Il segretario del Pdl è uno degli interlocutori privilegiati delle gerarchie, dopo che Maurizio Sacconi si è giocato (male) le sue chance con la barzelletta sulle suore stuprate. Su questo orizzonte non sono in contrasto le posizioni di Bagnasco e di Tarcisio Bertone, "alleato" ormai disilluso del Cavaliere. «I due hanno inquadrato la stessa porta per uscire dal berlusconismo - spiega Rocco Buttiglione, il presidente dei centristi - . L´hanno imboccata insieme e si sono incastrati. Ma basta farsi un po´ più piccoli e passeranno dall´altra parte». Il terreno lo hanno preparato le associazioni cattoliche. Da mesi non viaggiano più in ordine

Referendum, miracolo a Torino - Fabrizia Bagozzi su Europa

A fine luglio sembravano tante 2500 firme. A fine settembre Torino (città e provincia) consegna a Roma fra le 45mila e le 50mila sottoscrizioni, metà delle quali raccolte dall’area ex Democratici e Pd. I referendari torinesi gongolano: «Se me l’avessero detto a fine luglio non so se ci avrei creduto», dice a Europa Davide Ricca, giovane imprenditore un tempo capogruppo dell’Asinello in consiglio provinciale, poi Margherita, poi un passaggio al Pd e poi basta.
Insieme a Pino De Michele, già segretario provinciale dei Democratici, e a Diego Castagno, ex radicale passato al Pd, si è lanciato nell’avventura referendaria, riattivando in poche settimane una rete che si era nel tempo sfilacciata e coagulando attorno a sé una grande energia e «tanta gente che non ha mai fatto politica», ma che non ha esitato a buttarsi a capofitto in una partita a cui forse soltanto la proverbiale determinazione di Arturo Parisi poteva offrire qualcosa di più di una chance.
Come del resto è avvenuto anche altrove, ed è già uno dei risultati della battaglia referendaria. L’avventura comincia quando a fine luglio Fausto Recchia chiama Ricca – «stavo partendo per le ferie» – per dire che il professore intende tirare dritto e per chiedergli di dare una mano. «Gli ho risposto di mandarmi moduli per 2.500 firme». La cifra pareva realistica.
«Quando sono tornato c’erano i moduli nel mio ufficio. E aveva firmato Prodi». La firma dell’ex premier fa la differenza e, da Veltroni a Fassino passando per Errani, Franceschini e Bindi, porta con sé adesioni che a loro volta pesano. Grazie alla segretaria provinciale Paola Bragantini – che apre gli spazi dem al referendum prima del pronunciamento ufficiale del partito – il primo banchetto viene allestito alla festa del Pd al parco Ruffini, posizionato strategicamente all’ingresso.
Il popolo democratico risponde allo stimolo: la prima sera si raccolgono più di duemila firme, dando fondo

Il vaglio morale della Chiesa - Michele Serra su Repubblica

Pure se da un pulpito molto precario (sono il classico relativista etico), faccio parte del folto gruppo di italiani che avevano facilmente colto già sul nascere, nel potere berlusconiano, quei tratti smodati e quella mancanza di misura che il cardinale Bagnasco ha infine denunciato, suscitando grande fragore mediatico. È strano: almeno in teoria, il vaglio morale della Chiesa dovrebbe essere ben più ristretto e severo di quello della gente come me, che non promulga codici di comportamento sessuale né saprebbe indicare Modelli di Famiglia maiuscoli come quello vidimato dal cattolicesimo romano. Evidentemente, non essendo sospettabile che cotanta autorità morale colga lo scandalo con clamoroso ritardo rispetto a noi dilettanti dell´etica, dobbiamo dedurne che altri impedimenti hanno suggerito a Roma di tacere per tanti anni quanti ne sono bastati, a Berlusconi, per dare a bere a un sacco di italiani che lui governava nel nome dei valori della Famiglia. Sono, questi impedimenti, affare interno della Chiesa. Ma rendono difficile da capire, per quelli come me, l´entusiasmo che ha accolto le parole di Bagnasco, essendo quelle stesse parole, o parole molto simili, già state dette e scritte infinite volte da infiniti altri. Ben prima di lui.

Il ritorno del bavaglio ad personam - Curzio Maltese su Repubblica

Così Berlusconi non era una vittima di ricatti, ma quello che pagava Tarantini perché mentisse ai magistrati.
Il premier sapeva che le ragazze in tubino nero portate dal compare alle "cene eleganti" erano prostitute e non nipoti di statisti stranieri o ricercatrici del Cnr. La montagna di soldi versati a Gianpaolo Tarantini tramite Valter Lavitola, il quale per inciso ne tratteneva la gran parte, non erano l'aiuto a una famiglia in difficoltà finanziaria, ma il prezzo di una corruzione. Siamo sorpresi dalle conclusioni del Tribunale del Riesame? Forse no. Con buona pace dei difensori d'ufficio alla Ferrara e alla Minzolini pagati coi nostri soldi per raccontarci penose scemenze.
La versione di un Berlusconi modello principe Myshkin o Chance il Giardiniere, insomma un beato idiota messo in mezzo da una banda di lestofanti, ci aveva sempre fatto sorridere. Puttaniere a sua insaputa, come Scajola con le case. Il premier era invece "pienamente consapevole" di trovarsi di fronte a delle escort, scrive il tribunale napoletano, come sospettavamo in molti. Non era la vittima, ma il capo della banda. Anche questo, s'immaginava.
Ma altro è coltivare un dubbio ragionevole, altro è vedere nero su bianco un'altra accusa di reato nei confronti del presidente del Consiglio. Stavolta avrebbe violato l'articolo 377 del codice penale, che gli mancava nella collezione. Per giunta, se mai qualcuno ha davvero mai creduto alla teoria del complotto dei magistrati contro Berlusconi, l'inchiesta in corso non può prestarsi ad alcun sospetto. I magistrati non stavano indagando né il premier né le sue aziende. Sono partiti da molto lontano, almeno in teoria, da traffici di droga e prostitute, e si sono imbattuti nella voce di Berlusconi durante le intercettazioni di delinquenti comuni.
Questa banale considerazione non impedirà ai servi giornalisti e politici del Cavaliere di ripetere a ogni occasione la solita tiritera del complotto, come fanno da vent'anni. Tarantini non è certo l'unico in Italia a essere pagato per mentire. Ma forse può impedire che intorno a un pretesto tanto esile si scateni in

Perché il crollo non ci trascini - Giorgio Tonini su Europa

Giorgio Tonini
Le parole più sagge le ha pronunciate Bersani: «Non mi permetto di commentare la prolusione di Bagnasco». L’ho letta, chiunque può farsene un’opinione». Forse per un riflesso di antica scuola, il segretario del Pd ha saputo così evitarsi di prendere parte al coro di alleluia per la chiara e netta presa di distanza, da parte del presidente della Cei, rispetto alla squallida conclusione della parabola politica di Berlusconi.
Non si tratta solo di una questione di stile, per la quale sono sempre da evitarsi gli eccessi di zelo: del resto, nulla rattrista di più, quanti hanno responsabilità pastorali, del sentirsi strattonati di qua o di là nella lotta politica. In questo caso si tratta di molto di più: in gioco c’è un passaggio che non è improprio definire storico, per il nostro paese, alle prese allo stesso tempo con la più grave crisi economica dal dopoguerra ad oggi e con una non meno vasta crisi politica.
Questa è la luna che ha indicato il cardinale e solo gli sciocchi possono aver capito che parlava del dito: la miserabile fine del berlusconismo, nelle parole del presidente dei vescovi italiani, è certo importante in sé, ma lo è soprattutto per la profondità della crisi che disvela e insieme per lo spazio di opportunità che apre. Ed è su questo piano che i democratici devono sentirsi chiamati in causa.
Proprio il carattere epocale della crisi in atto pone infatti ogni forza politica dinanzi alla più radicale delle domande: quella riguardo al proprio ruolo storico, al proprio essere parte del mondo che muore, o invece levatrice di quello che nasce; al proprio appartenere alla crisi, esserne la mera rappresentazione speculare, o invece essere segno e strumento di speranza, una speranza operosa e attiva, capace di fare largo al futuro.
La risposta a questo interrogativo tocca a noi e a nessun altro. E tuttavia, non può trattarsi di un esercizio autistico: come ci percepiscono gli altri conta almeno quanto ci rappresentiamo noi. Non fosse altro perché,

Caro Pd, mi hai deluso - Ivano Lusso su Europa

Nella vulgata si chiama “pausa di riflessione”, invocata o subita da tutti in una relazione sentimentale. La pausa di riflessione è anche il preludio del definitivo distacco, della fine della relazione, quando non cambia nulla in un rapporto che non funziona. La mia pausa di riflessione l’ho presa dolorosamente nel 2010, quando ho deciso di non rinnovare la tessera del Pd, in attesa di una qualche resipiscenza.
Il Partito democratico aveva tradito quelle aspettative e quelle idee che ne costituivano la novità, che mi spingevano a sostenerlo come avvocato e come cittadino. Come ebbe occasione di dire Pier Luigi Bersani nella campagna delle primarie, il partito «deve recuperare radici cattoliche e socialiste».
Queste tradizioni avevano in comune tanto la libertà quanto la difesa del più debole. La difesa del più debole, anzi, proprio la difesa di chi difesa non aveva per motivi sociali, economici e di lavoro, ne costituiva il tratto caratterizzante. Bersani da Fazio e Saviano definiva la sinistra come «l’idea che se guardi il mondo con gli occhi dei più deboli puoi fare davvero un mondo migliore per tutti».
Con queste premesse, ritenni che la riforma della professione forense, sebbene frutto dello strabismo del Pd e del Pdl, che presentarono ddl simili, sarebbe stata, conseguentemente, archiviata.
E ne avevo motivo. Ricordo ancora il responsabile economico Stefano Fassina che nel 2009 dichiarava: «Il disegno di legge sulla professione forense approvato dal Pdl e dalla Lega in commissione giustizia al senato è un evidente passo indietro rispetto alle norme introdotte nel 2006 dall’allora ministro Bersani. Se il testo diventerà legge, ne faranno le spese i cittadini, le imprese ed i giovani avvocati. La contro-riforma peserà negativamente sull’equità, sulla mobilità sociale, sulla distribuzione del reddito e sulla competitività dell’Italia».
Per qualsiasi opposizione parlamentare ciò avrebbe significato ostruzionismo come avvenuto, ad esempio, per le intercettazioni. La strada scelta è stata, invece, non solo quella emendativa, manifestamente inutile, ma

mercoledì 28 settembre 2011

Come ti ammazzo il blog. - di Bruno Saetta

Il disegno di legge di riforma delle intercettazioni ha un impatto significativo sulla rete?Il ddl di riforma della normativa sulle intercettazioni influisce sulla rete in due modi, innanzitutto perché le limitazioni introdotte dal ddl in merito alla pubblicabilità degli atti di indagine riguarda, ovviamente, anche la rete, relativamente al giornalismo professionale, ma soprattutto perché in esso è presente il comma 29 che è scritto specificamente per la rete. Cosa prevede il comma 29? Il comma 29 estende parte della legislazione in materia di stampa, prevista dalla legge n. 47 del 1948, alla rete, in particolare l’art. 8 che prevede la cosiddetta “rettifica”.
Cosa è la rettifica?
La rettifica è un istituto previsto per i giornali e le televisione, introdotto al fine di difendere i cittadini dallo strapotere dei media unidirezionali e di bilanciare le posizioni in gioco. Nell’ipotesi di pubblicazione di immagini o di notizie in qualche modo ritenute dai cittadini lesive della loro dignità o contrarie a verità, un semplice cittadino potrebbe avere non poche difficoltà nell’ottenere la “correzione” di quelle notizie, e comunque ne trascorrerebbe molto tempo con ovvi danni alla sua reputazione. Per questo motivo è stata introdotta la rettifica che obbliga i direttori o i responsabili dei giornali o telegiornali a pubblicare gratuitamente le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti che si ritengono lesi.
Il comma 29 estende la rettifica a tutta la rete?
La norma in questione estende la rettifica a tutti i “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”. La frase “ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica” è stata introdotta in un secondo momento proprio a chiarire, a seguito di dubbi sorti tra gli esperti del ramo che propendevano per una interpretazione restrittiva della norma (quindi applicabile solo ai giornali online), che la norma deve essere invece applicata a tutti i siti online. Ovviamente sorge comunque la necessità di chiarire cosa si intenda per “siti informatici”, per cui, ad esempio, potrebbero rimanere escluse la pagine dei social network, oppure i commenti alle notizie. Al momento non è dato sapere se tale norma si applicherà a tutta la

Referendum, un aiuto per sostenere la campagna - di A. Morrone, A. Parisi e M. Barbi su Europa

Cara amica, caro amico, come sa, la raccolta delle firme sta per concludersi con un successo che fa piazza pulita dei dubbi e dei timori che avevano accompagnato nemmeno due mesi fa la decisione di sfidare il tempo e la logica pur di consentire ai cittadini di esprimere la loro volontà di tornare a ri-eleggere il parlamento e di potersi esprimere sulla legge elettorale già nella prossima primavera, ultima finestra utile prima della conclusione naturale della legislatura.
La larga risposta alla nostra iniziativa sta dimostrando in tutta evidenza quanto la legge elettorale vigente sia invisa ai cittadini, e, di fronte alla crisi morale, sociale ed economica che coinvolge il paese, quanto diffuso sia il bisogno di ricominciare mettendo le premesse per la ri-elezione di un parlamento pienamente legittimato capace di prendere e chiedere impegni a tutti per il presente e per il futuro.
Le reazioni che già in questi giorni vanno manifestandosi dimostrano peraltro nei fatti quanto fondata fosse la convinzione che solo il referendum costituisce il pungolo capace di spingere il parlamento a risvegliarsi dalla propria colpevole inerzia e a cambiare l’attuale legge elettorale nel senso indicato dai cittadini sottoscrittori dei quesiti.
Già questo da solo dà la misura del rilievo della nostra iniziativa. Al di là delle opinioni di ciascuno su quale sarebbe la legge elettorale migliore per il paese, grazie alla iniziativa referendaria è ormai opinione universalmente condivisa, da una parte, che il Porcellum, che ha contribuito enormemente al discredito della rappresentanza, è in sé indifendibile, e, dall’altra, che la precedente legge elettorale (cosiddetto Mattarellum) sarebbe sicuramente migliore di quella attuale.
Già oggi, mentre ancora contiamo con fiducia e con cura le firme raccolte, possiamo perciò dire che il referendum ha vinto: costringendo a riaprire la strada da sei anni bloccata, imponendo la condanna del

Tutti i lavori, stesse tutele - di Tiziano Treu su Europa


Il dibattito sul cosiddetto contratto unico, che continua su Europa, è utile, anche se per ora non vedo nuovi argomenti rispetto a quelli che il Pd ha ampiamente discusso nella sua assemblea programmatica dedicata al lavoro.
Provo a riassumere i punti principali, quelli condivisibili e quelli non.
1. Anzitutto si deve riconoscere che la precarietà del lavoro ha radici complesse che vanno affrontate nella loro complessità. La precarietà è legata a fenomeni strutturali riguardanti la crescita economica e la sua qualità. Il lavoro precario è legato a un’economia precaria come la nostra. Questo è il primo punto su cui intervenire. È illusorio credere che basti stabilire per legge un nuovo tipo di contratto, ancorché unico, per sconfiggere la precarietà e il dualismo del mercato del lavoro. L’articolo 18 non è l’unica causa della precarietà; prova ne sia che le aziende sotto i 15 dipendenti, che sono senza articolo 18, non rinunciano ai contratti a termine, ai falsi collaboratori e alle partite iva. La Spagna, come ha ricordato Emma Bonino su Europa, ha il 25% di contratti a termine pur non avendo l’articolo 18. Anche l’Ocse ritiene che cambiare tale rigidità sia utile, ma non sufficiente.
2. Un secondo punto su cui il Pd insiste riguarda la necessità di abolire le convenienze economiche dei contratti precari: cioè di parificare i livelli dei contributivi sociali, non al 33% ma al 26-27%, come è previsto in un ddl a mia firma al senato e a firma Cazzola alla camera. Gli altri paesi europei non hanno tanti (falsi) collaboratori e partite Iva perché a tutti i tipi di lavoro applicano gli stessi costi contributivi. I contratti a termine devono costare di più di quelli a tempo indeterminato: così si paga il rischio, direbbero gli economisti. Non è vero che ora costano uguale, come pensa Bonino. Basterebbe farli costare di più per ridurli a un uso fisiologico. Non è possibile né utile abolirli.
3. Un terzo punto dovrebbe essere condiviso. Tutti i tipi di lavoro sia subordinato, sia parasubordinato, devono avere una base comune di tutele: ammortizzatori sociali, salario minimo, tutele in caso di malattia, infortuni, maternità, ecc. È questo che il Pd, come ricorda Sergio D’Antoni sempre su Europa, chiama diritto unico del lavoro. Lo prevedono con qualche variante sia le proposte di Ichino sia il ddl presentato al senato dal Pd. Alcune tutele fondamentali devono estendersi anche al lavoro autonomo: e anche

Carceri, le dieci proposte del Pd - di Sandro Favi su Europa


Pure apprezzando le parole di verità che il ministro Nitto Palma ha pronunciato al senato sulla disastrosa situazione di sovraffollamento delle carceri, sulla desolata situazione della sanità penitenziaria e in particolare delle incivili condizioni degli ospedali psichiatrici giudiziari, registriamo che la sua analisi dei problemi strutturali che hanno prodotto questa realtà non trova quel sostegno politico in seno al governo e alla sua maggioranza che gli avrebbe consentito di proporre responsabilmente gli interventi urgenti ritenuti necessari.
Il ministro Nitto Palma ha esordito con un auspicio al confronto che si può spiegare così: ammettere che esiste un problema di eccesso di custodia cautelare e che nelle carceri c’è una percentuale alta di stranieri eppure negando che a questo abbiano potuto concorrere i diversi pacchetti sicurezza, le norme criminogene sull’immigrazione, la legislazione inutilmente repressiva sulle tossicodipendenze o le restrizioni all’accesso alle misure alternative per i pluricondannati.
Un ministro della giustizia deve essere in grado di formulare e formalizzare le soluzioni del proprio governo e della propria maggioranza alle drammatiche condizioni delle carceri e, come auspichiamo, confrontarle apertamente con quelle delle opposizioni.
I dati sulle presenze forniti dal ministro dicono che siamo a circa 2000 detenuti sotto la soglia di tollerabilità? Ma di cosa stiamo parlando? Dobbiamo stare sereni sapendo che la vita quotidiana di persone che sono sotto la tutela dello stato si svolge in pochi metri quadrati?
Non è la prima volta che il parlamento affronta il tema del carcere e le precedenti discussioni si sono tutte chiuse con impegni solenni da parte dell’allora ministro Alfano perché venissero poste in essere procedure e interventi che non sono però mai arrivati. Si dice che il carcere è la parte terminale del mal funzionamento

Non possumus - di Barbara Spinelli su Repubblica

Barbara Spinelli
Parlando in nome della Chiesa italiana, il cardinale Bagnasco ha usato parole molto chiare, ieri, davanti al Consiglio permanente dei vescovi. Il nome del presidente del Consiglio non viene fatto, ma è di Berlusconi che parla: quando denuncia "i comportamenti licenziosi e le relazioni improprie", quando ricorda il "danno sociale (che essi producono) a prescindere dalla loro notorietà".
Quando cita l'articolo 54 della Costituzione e proclama: "Chiunque sceglie la militanza politica, deve essere consapevole della misura e della sobrietà, della disciplina e dell'onore". Non è la prima volta che il Presidente della Cei critica l'immoralità insediatasi ai vertici del governo italiano, ma questa volta le parole sono più precise e dure, il tono si fa drammatico perché il Vaticano ormai ne è consapevole: la personalità stessa del premier è elemento della crisi economica che sta catturando l'Italia, e all'estero la sua figura non è più giudicata affidabile. Tra le righe, Bagnasco fa capire che le dimissioni sarebbero la via più opportuna: "Quando le congiunture si rivelano oggettivamente gravi, e sono rese ancor più complicate da dinamiche e rapporti cristallizzati e insolubili, tanto da inibire seriamente il bene generale, allora non ci sono né vincitori né vinti: ognuno è chiamato a comportamenti responsabili e nobili. La storia ne darà atto".
Come in altre occasioni, non manca la critica parallela alla magistratura: critica che Berlusconi ha abilmente sfruttato a proprio favore, per lungo tempo, presentandosi come politico vicino alla Chiesa e da essa appoggiato. Il Cardinale ha dubbi "sull'ingente mole di strumenti di indagine messa in campo, quando altri restano disattesi e indisturbati" e giunge sino a dirsi "colpito dalla dovizia delle cronache a ciò dedicate": sono dubbi e sbigottimenti non del tutto comprensibili, perché è pur sempre grazie alla magistratura e alla dovizia delle cronache che la Chiesa stessa, infine, ha dovuto constatare i "comportamenti non solo contrari al

I neutrini di Bossi salveranno il governo - di Francesca Fornario su L'Unità

Rivoluzionaria scoperta del Cern di Ginevra: i neutrini viaggiano più veloce della luce. Ma più lenti delle smentite di Bossi. Dopo aver salvato dall’arresto Milanese, accusato dalla procura di concedere nomine e appalti in cambio di soldi e gioielli (Milanese si è salvato con 312 voti, compreso il suo. Per assicurarsi il proprio voto il giorno prima si era comprato un Rolex), Bossi si precipita in soccorso dell'indagato per mafia e corruzione - in virtù di ciò nominato ministro - Saverio Romano. «Non vedo perché sfiduciare Romano», ha commentato Maroni, chiarendo la posizione della Lega in vista del voto di mercoledì. Parliamo della stessa Lega che si vanta di aver introdotto il Reato di Clandestinità. Tanto che il commento di Bossi dopo il voto su Milanese è stato: «Non me la sono sentita di mandare un parlamentare in galera. È un posto pieno di extracomunitari». Nel frattempo, Woodcock definisce inattendibile il memoriale depositato da Berlusconi e il regista James Cameron svela la trama dell’atteso Avatar 2: nel sequel del film di fantascienza, Berlusconi spiega di non essere vittima di un ricatto e di aver versato denaro a Tarantini solo perché si trovava in una situazione economica «gravissima». Il pm ha paragonato la versione del premier a quella del commerciante sotto estorsione al quale viene fatto saltare il negozio ma davanti all'autorità giudiziaria attribuisce la causa a un incidente. Anche se in un caso simile, più che di incidente, Berlusconi parlerebbe di «Gesto di affetto fatto con molto rispetto», come definì l’esplosione della bomba che il mafioso Mangano gli recapitò sull'uscio di casa. Grazie alla Lega, che ogni volta minaccia di far cadere il governo e ogni volta lo raccoglie, la maggioranza tiene. Solo in Parlamento. Fuori, anche gli ex alleati come la Confindustria di Emma Marcegaglia criticano l’inefficienza del governo: «È tutto fumus persecutionis e niente arrosto».

Addio Maathai, signora degli alberi - premio nobel per la pace 2004 - di Pietro Veronese su Repubblica

Wangari Maathai

Ancora in recenti dibattiti tra ambientalisti kenyani, pochi mesi fa, ho sentito chiamare la premio Nobel Wangari Maathai semplicemente "the Professor" e tutti capivano a chi si stesse alludendo. L´epiteto, per metà rispettoso e per metà insofferente, con cui era indicata questa persona straordinaria, che si è spenta ieri a 71 anni in un ospedale di Nairobi dopo una lunga lotta contro il cancro, ben riassume il suo prestigio universale e al tempo stesso la distanza che malgrado i trionfi ha sempre separato questa "donna contro" da un più vasto consenso. Malgrado il suo sorriso disarmante e l´apparente buon senso delle sue battaglie ecologiste, Wangari Maathai era scomoda e difficile, anche per i suoi stessi compagni di lotta, talora addirittura imbarazzandoli per la radicalità, o la scorrettezza politica, di certe sue prese di posizione.
I media ora la ricordano chiamandola "la Madre degli alberi", per via delle campagne contro la deforestazione che la resero famosa; Nelson Mandela e l´arcivescovo Tutu salutano in lei "una vera eroina africana"; e mezzo mondo, dai governi alle organizzazioni ambientaliste, la piange con commozione. Eppure torna in mente, come possibile epitaffio, il commento attribuito al marito da cui lei divorziò poco più che quarantenne, quasi un trentennio fa: Wangari, disse l´uomo, era «troppo istruita, troppo forte, troppo di successo, troppo ostinata e troppo difficile da controllare». Molti maschi, africani ma non solo, molti rivali ma anche molti alleati, molti uomini politici del suo Paese, sia che l´avessero all´opposizione sia che le avessero assegnato un ruolo di governo, la pensano probabilmente allo stesso modo.
Wangari Maathai era nata a Nyeri, sull´altopiano del Kenya, il primo aprile del 1940, e si era distinta tra le ragazze della sua generazione per lo straordinario successo negli studi, diventando la prima donna in tutta l´Africa centro-orientale a conseguire un dottorato. Era il 1971, la materia Anatomia veterinaria. Di qui la cattedra all´università di Nairobi e il titolo accademico che le sarebbe rimasto attaccato per il resto della vita.
Altri sarebbero stati però i motivi che avrebbero dato fama universale a "the Professor". Alla fine di quello

L´inutilità del tempo trascorso - di Michele Serra su Repubblica

Dalla tangente sui vecchietti (Mario Chiesa) al pizzo sulla pappa dei bambini delle materne (Parma, 2011) sono passati vent´anni. È come un cerchio che si chiude, e chiudendosi ci riporta al punto di partenza. Molti italiani possono lamentare l´inutilità del tempo trascorso: ci ritroviamo, una generazione dopo, a fare le stesse precise considerazioni sul tradimento etico di una classe dirigente e sulle fragilissime fondamenta della morale pubblica.
Ma per altri italiani (molti, forse moltissimi) questi vent´anni non sono affatto passati invano. Grazie alla progressiva sconfitta del cosiddetto "giustizialismo" (il solo affermarsi di quella parola segna la netta vittoria culturale degli immoralisti al potere), e allo sdoganamento politico-culturale dell´ambizione privata come giustificazione di qualunque furbata o porcheria o sopraffazione, sono diventati ricchi. Hanno fatto strada, strappato appalti, conquistato amicizie. Si sono sentiti finalmente liberi di dare gomitate, di essere sleali, di vivere "da leoni e non da pecore" come da folgorante sintesi di una delle fidanzatine del Sire. Rispetto a vent´anni fa, il ceto dei furbi e degli sgomitanti non è solo materialmente più vasto e radicato. È, soprattutto, più cosciente della propria nuova centralità politica e del proprio diritto (sì, diritto) di farsi largo con ogni mezzo. Bastò una procura, vent´anni fa, per ribaltare l´Italia. Non ne basterebbero cento, oggi, per ridarle fiato.

Leghisti, la smetterete di farvi prendere in giro? - di Giulia Innocenzi su Il Fatto Quotidiano


Ho la vaga sensazione che i leader leghisti considerino il proprio elettorato un gruppo di minus habens. Lo dico senza retorica e celato umorismo, ma proprio perché i fatti degli ultimi giorni me lo fanno credere.
E questo perché il vertice della Lega Nord sta pedissequamente tradendo i valori su cui ha fondato il suo movimento, con buona pace dei militanti che ci credono e che si bevono pure l’acqua del Po per mandare giù i sacri principi del movimento padano.

Di seguito la lista Bignami di alcuni dei valori cardine della Lega Nord, seguiti dalle loro più eclatanti contraddizioni:

  • Il voto contro l’arresto di Marco Milanese è in palese contrasto con la certezza della pena su cui la Lega “non è disposta in alcun modo a rinunciare“: “Chi ha commesso un crimine deve scontare la pena prevista dalle leggi in un istituto carcerario“. Che la convenienza politica ci abbia messo lo zampino, facendo sprofondare Bossi in un pantano?
  • Il ministro Maroni ha fatto della lotta alla mafia la priorità del suo mandato, e tutti ne decantano i suoi meriti, in linea con quelli del partito (Castelli: “La Lega è l’antimafia dei fatti“). Peccato però che domani i leghisti, Maroni in primis, voteranno contro la mozione di sfiducia a Saverio Romano, primo ministro della storia della Repubblica italiana imputato per mafia. E c’è chi rimanda la spiegazione di quella che sembrerebbe essere una palese contraddizione al regalo che il ministro Romano ha fatto ai trasgressori delle quote latte, mandando a casa il legalitario Dario Frucio, reo di aver chiesto agli

Bagnasco stacca la spina - di Aldo Maria Valle su Europa


«I comportamenti licenziosi e le relazioni improprie sono in se stessi negativi e producono un danno sociale a prescindere dalla loro notorietà. Ammorbano l’aria e appesantiscono il cammino comune». «Mortifica soprattutto dover prendere atto di comportamenti non solo contrari al pubblico decoro ma intrinsecamente tristi e vacui».
Il cardinale Bagnasco ha pensato a lungo alle parole da usare davanti ai confratelli del consiglio permanente della Cei, e ha deciso di affondare il coltello nella piaga: «C’è da purificare l’aria, perché le nuove generazioni, crescendo, non restino avvelenate».
«La questione morale non è un’invenzione mediatica». Certo, come ha già fatto in passato, il cardinale rileva «l’ingente mole di strumenti di indagine» e la presenza di «strumentalizzazioni», ma sottolinea che la situazione è grave e che «nessun equivoco può annidarsi». Se debitamente «comprovati», certi stili di vita appaiono «difficilmente compatibili con la dignità delle persone e il decoro delle istituzioni e della vita pubblica». «Rattrista il deterioramento del costume e del linguaggio pubblico».
Chi sceglie la militanza politica «è tenuto alla sobrietà, alla misura, alla disciplina, all’onore». Altrettanto duro è il giudizio sul modo in cui si sta affrontando la crisi economica. «Colpisce la riluttanza a riconoscere l’esatta serietà della situazione al di là di strumentalizzazioni e partigianerie; amareggia il metodo scombinato con cui a tratti si procede, dando l’impressione che il regolamento di conti personale sia prevalente rispetto ai compiti istituzionali e al portamento richiesto dalla scena pubblica, specialmente in tempi di austerità».
Quando la congiuntura è così difficile «non ci sono vincitori né vinti», ma «ognuno è chiamato a comportamenti responsabili e nobili. La storia ne darà atto». Particolarmente ampia è l’analisi dedicata dal presidente Cei al nuovo protagonismo politico dei cattolici. Senza nascondere soddisfazione e speranze,

martedì 27 settembre 2011

Terra verso la bancarotta Arriva l'Overshoot Day - di Antonio Cianciullo su Repubblica

Il 27 settembre il pianeta entra in rosso. E' l'Earth Overshoot Day. Non siamo ancora al default ecologico, ma la minaccia di bancarotta è concreta e costerebbe più del tracollo della Grecia. Abbiamo consumato tutte le risorse rinnovabili che la Terra ha a disposizione e per andare avanti dobbiamo indebitarci, cioè utilizzare ricchezza che non ci appartiene.
Dobbiamo tagliare le foreste che servono a rallentare la corsa del caos climatico, rubare altri pesci a un mare che si impoverisce anno dopo anno, prelevare acqua dalle vene fossili che non si ricaricano, usare energia fossile turbando l'equilibrio dell'atmosfera, azzerare prati per darli in pasto al cemento.
Continuando così, con una popolazione che sta per sfondare il muro dei 7 miliardi e i consumi pro capite globali in continua crescita, entro la metà del secolo il nostro debito supererà il 100 per cento del Pil ambientale: per portare i conti in pareggio dovremmo avere a disposizione un secondo pianeta. Il calcolo viene dal Global Footprint Network, la rete che calcola la biocapacità globale e la confronta con l'impronta ecologica, cioè con la quantità di risorse e di servizi richiesta dalla specie umana.
"Oggi estraiamo e utilizziamo circa 60 miliardi di tonnellate di materie prime l'anno: è il 50% in più rispetto a 30 anni fa", osserva Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf. "E' come se mettessimo in circolazione ogni anno 40 miliardi di automobili che per essere parcheggiate richiederebbero uno spazio delle dimensioni di Italia e Austria messe insieme. Ogni essere umano utilizza in media oltre 8 tonnellate di risorse naturali l'anno, 22 chili al giorno. Se si includono i materiali di estrazione inutilizzati, il conto sale a 40 chili pro capite al

Aspettando le elezioni nel Deserto dei Tartari - di ilvo Diamanti su Repubblica

ANCHE IERI si è ripetuto il logoro copione che si recita in Italia, da oltre un anno e forse più. Bersani ha invocato un governo di emergenza. Gli hanno fatto eco Fini e Casini, invocando nuove elezioni. Ma Berlusconi ha ribadito che non ha nessuna intenzione di dimettersi.
Né di anticipare il voto, senza la sfiducia del Parlamento. Anche se ormai la sua parabola è alla fine. O, forse, proprio per questo. Se uscisse di scena, a differenza del passato, stavolta difficilmente riuscirebbe a rientrare in gioco. Parallelamente, nel Pdl, pochi - oltre a Pisanu - sembrano disposti ad accantonare il proprio leader-padrone. A parte il fatto che nessuno ne avrebbe la forza, tutti si rendono conto che senza Berlusconi il Pdl resterebbe privo di identità e organizzazione. La stessa Lega vive con disagio crescente l'alleanza con Berlusconi. Soprattutto i militanti e la base, sempre più insofferenti. Ma Bossi e suoi fidi esitano a staccare la spina.
Il destino dei due leader è reciprocamente legato. Se Berlusconi cadesse, la posizione di Bossi verrebbe compromessa. Senza il Pdl e senza Berlusconi (per non dire senza Bossi), lontano dal governo: la stessa Lega, rischierebbe la marginalità politica e il declino elettorale. Come avvenne dopo la svolta secessionista del 1996. Una prospettiva insopportabile per un partito che ha da difendere (e da perdere) molti posti di governo - e di sottogoverno. Nella pubblica amministrazione e nella finanza. A livello nazionale e locale.
Così Berlusconi e il centrodestra "resistono" in Parlamento. Dove dispongono ancora di una maggioranza precaria. Sufficiente a garantire la "fiducia" quando è necessario. Mentre tra gli elettori oggi sono una minoranza, largamente "sfiduciata" dai cittadini.
Ciò rende il ricorso a elezioni anticipate assai improbabile. Anche se l'ipotesi echeggia, un giorno sì e l'altro pure. Ma le elezioni non le vuole nessuno. Anzitutto nella maggioranza. Figurarsi. Oggi, per il centrodestra, significherebbe perderle. Anche se Berlusconi dà il meglio di sé in campagna elettorale, quando è dato per spacciato. Ma stavolta è diverso. La sua stagione è finita. I valori e i modelli su cui ha fondato il proprio successo: logori e inattuali. La sua immagine non attrae più. Semmai avviene il contrario. La sua "base sociale" l'ha abbandonato. Gli imprenditori piccoli e grandi: ne chiedono le dimissioni da mesi. Ai loro

"Ormai va bene tutto basta che se ne vada" - di Goffredo De Marchis su Repubblica

«Tutti capiscono che è un suicidio continuare così». L´alternativa che conviene al Pd sono le elezioni anticipate. Ma la prima scelta di Dario Franceschini e di tutto il vertice democratico resta il governo di salvezza nazionale: «Sostenuto da una larghissima base parlamentare. Che arrivi fino al 2013 e lasci il posto a una normale competizione elettorale subito dopo». Al Pdl e alla Lega il capogruppo del Partito democratico offre però anche un´altra via d´uscita: «Sarebbe meglio della situazione attuale anche un governo della stessa maggioranza ma senza Berlusconi. Noi rimarremmo all´opposizione ma un clima migliore diventerebbe possibile».
Non è aria. Come interpreta l´ulteriore irrigidimento del premier?
«La saggezza popolare ci insegna che non c´è limite al peggio. Quelle di Berlusconi sono le parole di un uomo disperato, impaurito. Il rischio è quello di creare una differenza incolmabile tra quello che vive il Paese reale e ciò che avviene nei Palazzi della politica. Tutte le forze sociali ed economiche, tutti gli osservatori internazionali, tutti i governi degli altri paesi capiscono che è suicida andare avanti così. Ma lui si arrocca in una difesa disperata e chi gli ha buttato la ciambella di salvataggio tipo Scilipoti pensa che il proprio percorso politico parlamentare finirà con la sconfitta della maggioranza alle elezioni. Perciò resiste. Il punto è che il costo di questa resistenza lo paga l´Italia: ogni giorno di Berlusconi al governo costa miliardi di euro».
Bersani insiste sul governo di emergenza. È davvero fattibile?
«La premessa è che con un maggioranza così sbrindellata il nostro interesse puramente di parte sarebbe aprire subito le urne, domani. Ma per una volta vorrei che ci fosse dato atto di un senso di responsabilità: non inseguiamo ciò che ci conviene ma quello che serve al paese. In privato molti esponenti della maggioranza sono consapevoli del momento: c´è bisogno di un governo guidato da una personalità credibile, sul modello di Ciampi, con una larghissima base parlamentare, che finisca la legislatura. La sola uscita di Berlusconi varrebbe

"Ultimo sforzo per il referendum il Porcellum non ha più difensori" - di G. De Marchis su Repubblica

«Non è scaramanzia», giura Arturo Parisi, il leader del referendum contro il Porcellum. È realismo. Dai comitati sparsi per l´Italia arriva la notizia che la soglia delle 500 mila firme è stata superata. «Ma più delle firme raccolte contano quelle che riusciremo a presentare». Perciò la vera sicurezza è fissata a quota 700 mila. Adesso è scattato il dibattito sulla modifica della legge elettorale dentro la maggioranza: «Ma senza il referendum ogni cammino finirebbe per chiudersi - avverte il professore -. Lo dico considerando che sono le ultime ore a nostra disposizione. Tutti tornerebbero alle danze del passato».
L´attivismo dei partiti può danneggiare questi ultimi giorni di raccolta?
«Al momento non è la nostra preoccupazione maggiore. Noi vogliamo riuscire a raccogliere tutta la protesta che attraversa il paese incanalandola dal punto di vista politico e organizzativo. La nostra iniziativa ha registrato, insieme, la misura della rabbia e le radici della speranza».
Sono così importanti le regole elettorali in una situazione tanto drammatica per l´economia?
«Penso di sì. Nella raccolta di firme vedo io riconoscimento che la politica e le istituzioni sono ancora la risposta a questa domanda di speranza. Qualcuno aveva parlato di antipolitica. È il contrario. Ed è un fatto che ci impegna e ci rassicura».
Cosa dice il successo del quesito?
«Almeno due cose. Il riconoscimento universale che senza il referendum nessun percorso si sarebbe aperto. Eppoi la assoluta certezza che la legge attuale deve essere abrogata. Di questa legge non si riesce più a trovare un solo difensore. È indifesa perché indifendibile. Invitando a restituire, ripeto restituire ai cittadini i loro diritti fa uno spot a favore del referendum enorme, più grande quasi della definizione di porcata fatta dallo stesso autore della norma. Il segretario del primo partito di governo e Calderoli riconoscono che con il

sabato 24 settembre 2011

Il salvagente padano - di Curzio Maltese su Repubblica

Curzio Maltese
"Il comunismo non passerà!". L´aria giuliva di Fabrizio Cicchitto, in mezzo a un gruppo di parlamentari della maggioranza in festa per il salvataggio di Milanese dall´arresto, del governo e della poltrona, magari non in quest´ordine, è il ritratto di una classe dirigente fuori dal mondo. Brindano alla buvette, s´abbracciano come a una vittoria del mundial.
Berlusconi accarezza Bossi e poi Maroni, manco fossero le sue bambine. Lo spread volato a 400 punti? La Borsa che ha bruciato 100 miliardi in tre mesi? Il debito pubblico fuori controllo? Il rischio di un´asta dei Bot deserta? E chi se ne frega. Il declassamento da parte delle agenzie di rating? Domenico Scilipoti, che è il simbolo di questa maggioranza di governo a tempo perso, nemmeno lo sa che cos´è Standard & Poor´s e lo confessa ai microfoni Rai. "Mai sentiti. Me lo spieghi lei" dice al giornalista basito. Forse è un telefilm, come Starsky & Hutch.
Massì, chi se ne frega della crisi. Che non c´era, anche quando c´era, ma qui in ogni caso non è mai arrivata. Vivono tutti felici e contenti, blindati nel privilegio, nella speranza di durare più a lungo possibile, almeno fino al 2013. "Tanto i numeri ci sono". Trecentoquattordici voti, fatta la tara di qualche collega tradito da un sussulto di dignità, risultano comunque sette più degli altri e tre più del necessario. Sono questi i numeri. Gli altri, i disoccupati in aumento, i risparmi dileguati, le stime di (non) crescita, qui non contano. Non da ieri, certo. Il debito pubblico italiano nel 2001 era 1300 miliardi, oggi ha superato i 1900. Con la parentesi dei venti mesi di Prodi, che aveva posto qualche timido freno, il debito sotto Berlusconi è cresciuto di un terzo, quasi 600 miliardi. Un record da far impallidire il mentore Craxi. E meno male che c´era quasi sempre

Sinai: "L´Italia è una miccia accesa che può provocare un incendio globale" di Eugenio Occorsio su Repubblica

«Gli occhi di tutto il mondo sono puntati sull´Italia. La crisi che è scoppiata nel vostro Paese è una miccia accesa che può accendere una fiammata globale». Allen Sinai, presidente di Decision Economics, concorda con l´Fmi quando dice che ormai l´Italia è un vulnus pericoloso per l´intero sistema planetario. «Se l´Italia fallisce o esce dall´euro, saltano prima la moneta comune e subito dopo gli equilibri globali».
Non sarà troppo pessimista?
«L´Italia è a rischio, se continua la paralisi decisionale, di un avvitamento del debito e della crescita. Ciò avrebbe come conseguenza un indebolimento dei Paesi esportatori asiatici che hanno nell´Italia un forte mercato e nell´America il polmone finanziario. La crisi passerebbe infine agli Usa perché i loro rapporti con l´Asia, oltre che con l´Europa, si ridurrebbero».
Quali possibilità esistono che questo scenario si materializzi?
«Noi prevediamo un 10% di probabilità di recessione in America, un sicuro pesante rallentamento dell´Asia ma non una recessione tecnica, e nell´eurozona il 40-50% di probabilità. Ma l´Italia è sotto la media: è inevitabile che abbia uno o due trimestri in rosso entro l´anno prossimo. Dovete cominciare a guardare le cose come stanno: circola negli ambienti finanziari anche l´ipotesi di un fallimento tout court dell´Italia. Il guaio è che non ci sono nel mondo abbastanza soldi per salvarla. La situazione è brutta. S&P non poteva agire diversamente».
Moody´s la seguirà?
«Forse no perché segue criteri diversi. S&P è più attenta agli equilibri politici, che sono il vero punto debole del vostro Paese.
Non è che gli equilibri finanziari stiano molto meglio...
«Avete ancora qualche chance di salvezza. Per chiarezza le voglio dire che S&P non ha preso la sua

Se i figli trentenni se ne andassero di casa - di ilvo Diamanti su Repubblica

Ha fatto rumore l'episodio dei genitori di Mestre che si sono rivolti a un'associazione di consumatori per indurre il figlio ad andarsene di casa. Non ce la facevano più ad accudirlo. A garantirgli il tetto, i pasti, la biancheria pulita. Ha fatto rumore perché lui, il figlio, ha 41 anni. Ed è "sistemato". Uno stipendio sicuro, un buon lavoro nella pubblica amministrazione. Ma forse la ragione di tanta eco sui media è diversa. Perché, in fondo, il sedicente giovane non è il solo in questa condizione, alla sua età. Al contrario. Visto che l'età media in cui i figli escono dalla casa materna (e paterna), in Italia, è di 31 anni. E circa un terzo di coloro che hanno 34 anni vive ancora con i genitori. D'altronde, le ragioni di questa convivenza lunga sono molte e si collegano al differimento continuo dell'uscita dalla giovinezza. Che viene spostata sempre più avanti, sempre più in là. Insieme all'autonomia, che costituisce il "distintivo" dell'età adulta.
Perché il lavoro per i giovani manca. È, comunque, intermittente e precario. Perché gli studi durano a lungo. Dopo i licei: l'università senza fine. Tre più due, più altri periodi trascorsi a frequentare master, stage, corsi di formazione. In giro per l'Italia e, ancor più, all'estero.
Perché c'è una componente ampia di giovani "sospesi". Secondo l'Istat, due milioni che non studiano e non lavorano. Hanno finito gli studi e non trovano lavoro. Oppure, se lo trovano, si accontentano, si debbono accontentare, di lavoretti informali.
Così la giovinezza si allunga - e l'età adulta si allontana. Sempre di più. Insieme alla dipendenza dalla famiglia. Che offre una sponda, un appiglio. Fra un corso e l'altro, fra un lavoro e l'altro, fra un'esperienza e l'altra. La giovinezza, un tempo, era apprendistato. Serviva a imparare il mestiere di adulto. Le logiche e le