Ho sempre pensato che la Democrazia attraverso il voto dovesse dare voce alla volontà espressa da tutti quelli che lo esercitano e non solo a quanti esprimono una preferenza.
E' comprensibile lo spirito di quanti votando scheda bianca o annullando il voto, denunciano un malcontento nei confronti di partiti e candidati, dai quali non si sentono rappresentati e che pertanto non si sentono di sostenere.
Questi cittadini non sono rimasti a casa, non hanno rinunciato al loro ruolo di elettori ma hanno sentito il dovere civile di comunicarlo attraverso l'unico strumento democratico a loro disposizione cioè il voto nullo, col quale hanno inteso trasmettere un messaggio univoco:
«Non mi sento rappresentato da questi partiti e/o da questa classe politica, ma credo in queste Istituzioni».
Diversamente dai cittadini che disertando le urne ne occultano le motivazioni (menefreghismo, nichilismo, disprezzo perla classe politica, ecc.).
Inoltre, siccome qualsiasi assegnazione di seggi (e/o definizione di maggioranze politiche) prescinde dalla percentuale dei votanti per essere valida, anche in caso di affluenze modeste a scapito della rappresentanza e degli interessi generali… le conclusioni possono essere che questa volontà espressa con voto nullo andrebbe rispettata e pesata, non ridotta a semplice dato statistico, ma avere rappresentanza.
La proposta è quella di dare dignità di voto espresso a queste schede includendo la percentuale realizzata nel novero di quelle aventi diritto di rappresentanza e perciò calcolando il numero degli «eletti virtuali».
Considerando impraticabile l'eventualità di defalcare il numero degli eletti virtuali (parlamentari o consiglieri) dal totale dei seggi previsti, una possibilità potrebbe essere quella di adottare un criterio «neutro» non confliggente con le intenzioni degli elettori-bianchi allo scopo di convertire gli eletti virtuali in persone in
sabato 29 ottobre 2011
Quanto è bella giovinezza - Marco Bracconi su Repubblica
Il furibondo abbarbicamento al potere della nostra classe dirigente è un fatto oggettivo. Altrettanto oggettivo è lo scarto tra l’Italia – dove l’età media dei potenti oscilla tra i cinquantacinque e i sessanta anni – e il resto del mondo, dove invece sotto i cinquant’anni si guidano governi e parlamenti.
E’ una delle tante malattie della nostra vita pubblica, che ci tiene lontani dal futuro e produce effetti collaterali paradossali e nefasti. Come per esempio la trasformazione dell’età in categoria politica.
I trenta/quarantenni che tanto si agitano in queste settimane hanno molte idee, e molte perfino buone. Ma la giovinezza intesa come punto di partenza e non come risultato di una dialettica ideale finisce per diventare una sofisticata forma di populismo. Qualcosa che sinistramente somiglia a infilare una calza sopra una telecamera.
E invece nella tanto attesa nuova era glaciale i dinosauri Ciampi, Formica, Scalfari, Amato, Romiti, Magris rischiano di avere le idee chiare quanto e più di molti rottamatori. Perché ci sono vecchie giovinezze e giovanissime vecchiaie. E non è detto che siano queste ultime a fuggire tuttavia.
E’ una delle tante malattie della nostra vita pubblica, che ci tiene lontani dal futuro e produce effetti collaterali paradossali e nefasti. Come per esempio la trasformazione dell’età in categoria politica.
I trenta/quarantenni che tanto si agitano in queste settimane hanno molte idee, e molte perfino buone. Ma la giovinezza intesa come punto di partenza e non come risultato di una dialettica ideale finisce per diventare una sofisticata forma di populismo. Qualcosa che sinistramente somiglia a infilare una calza sopra una telecamera.
E invece nella tanto attesa nuova era glaciale i dinosauri Ciampi, Formica, Scalfari, Amato, Romiti, Magris rischiano di avere le idee chiare quanto e più di molti rottamatori. Perché ci sono vecchie giovinezze e giovanissime vecchiaie. E non è detto che siano queste ultime a fuggire tuttavia.
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La scommessa del 2013 deve fare i conti con una crisi strisciante - Massimo Franco su Corriere della Sera
Una nuvola di scetticismo sta un po’ oscurando il «via libera» ricevuto l’altra notte a Bruxelles da Silvio Berlusconi. La soddisfazione del premier e di Umberto Bossi è bilanciata dal sospetto di una corsa inarrestabile verso le urne; e dall’eco delle incomprensioni con alcuni alleati europei al vertice dei 27. Intanto, c’è la frattura non ricomposta fra Berlusconi e il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. La lettera d’intenti presentata dal presidente del Consiglio non portava la sua firma, e il capo della Lega lo ha rimproverato di essersi «sfilato»: tranne poi far filtrare che si erano sentiti, perché «il problema è tra Berlusconi e Tremonti, e non fra Tremonti e Bossi».
Strana precisazione. Spiegabile solo con l’irritazione del titolare del Tesoro, accerchiato dal Pdl e consapevole che la fine del sostegno della Lega lo consegnerebbe inerme a chi da tempo vuole farlo dimettere. Per questo Bossi è costretto a confermare l’appoggio a Tremonti: anche se il disconoscimento delle misure anticrisi alimenta le perplessità dell’opposizione e delle stesse istituzioni europee. Provvedimenti ai quali lo stesso ministro dell’Economia sembra credere poco non promettono di fare molta strada. E infatti Pier Ferdinando Casini vede nel progetto governativo «una lettera morta destinata a diventare manifestino elettorale».
Il leader dell’Udc aspetta che le misure arrivino in Parlamento il 15 novembre. Ma lo dice con aria a dir poco scettica. Per Casini, c’è solo un «patto scellerato» fra Berlusconi e Bossi per votare a marzo, e insieme un pericolo di «scontro sociale» per l’annuncio di licenziamenti più facili. «Sono provvedimenti che ci ha chiesto l’Europa», li difende e insieme li circoscrive Angelino Alfano. E nelle sue parole si coglie il timore
Strana precisazione. Spiegabile solo con l’irritazione del titolare del Tesoro, accerchiato dal Pdl e consapevole che la fine del sostegno della Lega lo consegnerebbe inerme a chi da tempo vuole farlo dimettere. Per questo Bossi è costretto a confermare l’appoggio a Tremonti: anche se il disconoscimento delle misure anticrisi alimenta le perplessità dell’opposizione e delle stesse istituzioni europee. Provvedimenti ai quali lo stesso ministro dell’Economia sembra credere poco non promettono di fare molta strada. E infatti Pier Ferdinando Casini vede nel progetto governativo «una lettera morta destinata a diventare manifestino elettorale».
Il leader dell’Udc aspetta che le misure arrivino in Parlamento il 15 novembre. Ma lo dice con aria a dir poco scettica. Per Casini, c’è solo un «patto scellerato» fra Berlusconi e Bossi per votare a marzo, e insieme un pericolo di «scontro sociale» per l’annuncio di licenziamenti più facili. «Sono provvedimenti che ci ha chiesto l’Europa», li difende e insieme li circoscrive Angelino Alfano. E nelle sue parole si coglie il timore
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Quelle Camere ormai bloccate - Michele Ainis su Corriere della Sera
Il Parlamento parla, come no. O meglio strepita, gesticola, s'azzuffa; ma decisioni nisba. Appena 42 leggi d'iniziativa parlamentare approvate in questa legislatura, però soltanto una negli ultimi 6 mesi. Se aggiungiamo quelle scritte sotto dettatura del governo (i tre quarti del totale), la cifra cresce un po', ma poi neppure tanto. È il capitolo - per esempio - dei decreti legge, sparati a raffica dal IV gabinetto Berlusconi con una media di 2 provvedimenti al mese; ma guardacaso adesso non ce n'è più nemmeno uno da convertire in legge.
Sarà che sono tutti stanchi, deboli, influenzati. O forse dipenderà dal fatto che il Parlamento, per questa maggioranza, è diventato un luogo di tortura. Troppo pericoloso mettergli carne sotto i denti, quando alla Camera ti capita d'andare sotto per 94 volte (l'ultimo episodio mercoledì). E meno male che t'aiuta l'opposizione, le cui assenze - come ha documentato Openpolis - sono risultate determinanti nel 35% delle votazioni. Sicché come ti salvi? Rinviando tutto alle calende greche. Anche i provvedimenti che stanno a cuore al premier, come la legge sulle intercettazioni: sparita dal calendario dei lavori. La Conferenza dei capigruppo ha avuto un soprassalto di prudenza, e ha deciso di non decidere.
Non che le Camere abbiano ormai chiuso i battenti. Nell'arco della XVI legislatura si contano 535 sedute per i deputati, mica poco. Ma a quale scopo? Per ascoltare annunci di riforme che non vedranno mai la luce, come l'obbligo costituzionale del pareggio di bilancio, cancellato anch'esso dal calendario di novembre. Per votare mozioni (539), risoluzioni (96), atti d'indirizzo: insomma, chiacchiere. O altrimenti per esprimere fiducia nei riguardi del governo, un tormentone che fin qui si è ripetuto in 51 casi. Trasformando l'esecutivo in un fidanzato trepidante: mi ami, ti fidi del mio amore? Dimmelo di nuovo, la volta scorsa non ho
Sarà che sono tutti stanchi, deboli, influenzati. O forse dipenderà dal fatto che il Parlamento, per questa maggioranza, è diventato un luogo di tortura. Troppo pericoloso mettergli carne sotto i denti, quando alla Camera ti capita d'andare sotto per 94 volte (l'ultimo episodio mercoledì). E meno male che t'aiuta l'opposizione, le cui assenze - come ha documentato Openpolis - sono risultate determinanti nel 35% delle votazioni. Sicché come ti salvi? Rinviando tutto alle calende greche. Anche i provvedimenti che stanno a cuore al premier, come la legge sulle intercettazioni: sparita dal calendario dei lavori. La Conferenza dei capigruppo ha avuto un soprassalto di prudenza, e ha deciso di non decidere.
Non che le Camere abbiano ormai chiuso i battenti. Nell'arco della XVI legislatura si contano 535 sedute per i deputati, mica poco. Ma a quale scopo? Per ascoltare annunci di riforme che non vedranno mai la luce, come l'obbligo costituzionale del pareggio di bilancio, cancellato anch'esso dal calendario di novembre. Per votare mozioni (539), risoluzioni (96), atti d'indirizzo: insomma, chiacchiere. O altrimenti per esprimere fiducia nei riguardi del governo, un tormentone che fin qui si è ripetuto in 51 casi. Trasformando l'esecutivo in un fidanzato trepidante: mi ami, ti fidi del mio amore? Dimmelo di nuovo, la volta scorsa non ho
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venerdì 28 ottobre 2011
Il libro dei sogni - Massimo Giannini su Repubblica
IL "LIBRO DEI SOGNI" di un premier che non fa più sognare. Il manifesto di politica economica di un governo che non può più governare. Il piano anti-crisi, illustrato da Berlusconi alla Ue, dissolve i sorrisi ironici di Sarkozy e della Merkel. Ma non risolve i problemi drammatici del Paese. Né sul fronte interno, né sul fronte internazionale. L'Europa chiede decreti legge. L'Italia offre pezzi di carta. L'Europa invoca misure concrete. L'Italia evoca promesse future. Con la sceneggiata di Bruxelles, il Cavaliere compra un po' di tempo. Ma il tempo, ormai, lavora contro di lui.
La lettera inviata ai partner europei sembra l'ultimo atto di un governo morente. Per tre anni e mezzo ha dissipato e tirato a campare, nell'inedia e nell'accidia. E ora, nel suo crepuscolo dannunziano, tenta il "gesto inimitabile", la "bella morte". In quelle undici cartelle c'è infatti un compendio di intenzioni magnifiche e di provocazioni ideologiche.
C'è l'elenco minuzioso delle solite "cose fatte" (e puntualmente inattuate, dalla pseudo-riforma Gelmini alla pseudo-riforma Brunetta) e la lista puntigliosa delle cose da fare (e colpevolmente mai realizzate, dalla riforma delle professioni alle privatizzazioni). Ma non c'è l'intervento che più di ogni altro avrebbe fatto recuperare credibilità al governo italiano, cioè un aggiustamento convincente sulle pensioni d'anzianità, magari con il passaggio al sistema contributivo per tutti. Sulla previdenza, viceversa, non c'è nulla, se non la "truffa" del "requisito anagrafico... pari ad almeno 67 anni per uomini e donne nel 2026". Un risultato già previsto dalla legislazione vigente, ed anzi addirittura lievemente peggiorativo rispetto alle stime.
Le intenzioni magnifiche sono quelle più neutre per il consenso politico: il risanamento dei conti, il pareggio di bilancio nel 2013, la ricostituzione di "un avanzo primario consistente", la creazione delle "condizioni
La lettera inviata ai partner europei sembra l'ultimo atto di un governo morente. Per tre anni e mezzo ha dissipato e tirato a campare, nell'inedia e nell'accidia. E ora, nel suo crepuscolo dannunziano, tenta il "gesto inimitabile", la "bella morte". In quelle undici cartelle c'è infatti un compendio di intenzioni magnifiche e di provocazioni ideologiche.
C'è l'elenco minuzioso delle solite "cose fatte" (e puntualmente inattuate, dalla pseudo-riforma Gelmini alla pseudo-riforma Brunetta) e la lista puntigliosa delle cose da fare (e colpevolmente mai realizzate, dalla riforma delle professioni alle privatizzazioni). Ma non c'è l'intervento che più di ogni altro avrebbe fatto recuperare credibilità al governo italiano, cioè un aggiustamento convincente sulle pensioni d'anzianità, magari con il passaggio al sistema contributivo per tutti. Sulla previdenza, viceversa, non c'è nulla, se non la "truffa" del "requisito anagrafico... pari ad almeno 67 anni per uomini e donne nel 2026". Un risultato già previsto dalla legislazione vigente, ed anzi addirittura lievemente peggiorativo rispetto alle stime.
Le intenzioni magnifiche sono quelle più neutre per il consenso politico: il risanamento dei conti, il pareggio di bilancio nel 2013, la ricostituzione di "un avanzo primario consistente", la creazione delle "condizioni
Camera bassa - Massimo Gramellini su LaStampa
Franano pezzi di Liguria e di Toscana, trascinandosi un fardello pesante di morti. L’Italia si gioca quel che resta della sua faccia (forse solo il cerone) con una lettera d’intenti all'Unione Europea. Fini ricorda a Ballarò che la moglie di Bossi riceve la pensione dall’età di 39 anni. Secondo voi quale di queste tre notizie ha catalizzato ieri l’interesse dei nostri deputati?
Non ci sconvolge l’idea che due di loro si siano picchiati: siamo arrivati persino a pensare che la vera riforma istituzionale potrebbe essere una rissa collettiva, come quelle che Sergio Leone ambientava nei saloon e dalle quali non si rialzava più nessuno. Ma è davvero umiliante che un bossiano e un finiano si siano strappati a vicenda la camicia per una disputa che riguardava solo i rispettivi capi e i loro cerchi più o meno magici.
E neanche per la strada, dove almeno avrebbero potuto essere arrestati per disturbo della quiete pubblica e condannati a un lavoro socialmente utile: qualunque altro. Si sono scazzottati nell’aula di Montecitorio, davanti a una scolaresca che assisteva allo spettacolo circense dalla tribuna del pubblico. E proprio quando la nostra reputazione all’estero, mai così bassa dai tempi dei Visigoti, suggerirebbe ai rappresentanti della Nazione di assumere atteggiamenti compatibili con lo scranno indegnamente ingombrato dai loro glutei.
Ecco a cosa si è ridotto il Parlamento del Porcellum: manipoli di sgherri fedeli a questo o a quel capo-bastone che sguainano le mani per bisticci di bottega, mentre fuori tutto frana.
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Tagli al welfare: manifestano i disabili. “Sdraiati in piazza per simulare un olocausto” - Carmen Pedullà su Fatto Quotidiano
Scenderanno in piazza, e si immoblizzeranno per alcuni minuti sdraiati a terra, simulando un olocausto che silenziosamente si sta impossessando di un’esistenza sempre più precaria. Loro sono tutte quelle persone che si definiscono “come una grande famiglia”, una famiglia che lotta e difende i diritti dei disabili. Quei diritti che mai come oggi sono finiti sotto la scure dei famigerati tagli governativi. Perché si sa, in tempo di crisi diventa legittimo risparmiare su tutto. Pure se a costo del risparmio si levano servizi assistenziali fondamentali.
Con questo spirito, in un mix di rabbia e indignazione, nasce il flash mob che il 29 ottobre trasformerà piazza Nettuno a Bologna, nel teatro di un’iniziativa insolita, diversa per natura da qualsiasi altra manifestazione. Gli attori principali della ‘presa di piazza’, saranno i disabili, i loro familiari, e chi lavora con loro fianco fianco, come gli educatori sociali, le associazioni di volontariato e poi tutte le persone che vorranno solidarizzare con quell’olocausto invisibile che getterà tutti a terra, per cinque lunghissimi minuti di silenzio. Un silenzio che esprimerà appieno come non si possa fare altro che morire, giacere a terra, di fronte ai tagli che negano un diritto fondamentale come quello all’assistenzialismo.
“Prima di tutto – afferma Daniela, promotrice dell’iniziativa e rappresentante dell’associazione Orsa – desidero sottolineare che quando un familiare è affetto da un grave handicap, come nel mio caso lo è mia figlia, tutta la famiglia diventa disabile perché le condizioni del nucleo familiare vengono alterate. Quello che più ci spinge a buttarci a terra sabato, simbolicamente ‘morti’, sta nel fatto che la nuova manovra finanziaria sta letteralmente massacrando l’handicap. I dati parlano chiaro: nel 2011 gli stanziamenti al sociale sono due miliardi in meno rispetto al 2008 e un miliardo in meno rispetto al 2010, quindi in un anno i fondi del welfare hanno subito un taglio del 63,4%”.
Tagli che ricadono interamente sui servizi assistenziali, sul sostegno nelle scuole, sull’affiancamento degli
Con questo spirito, in un mix di rabbia e indignazione, nasce il flash mob che il 29 ottobre trasformerà piazza Nettuno a Bologna, nel teatro di un’iniziativa insolita, diversa per natura da qualsiasi altra manifestazione. Gli attori principali della ‘presa di piazza’, saranno i disabili, i loro familiari, e chi lavora con loro fianco fianco, come gli educatori sociali, le associazioni di volontariato e poi tutte le persone che vorranno solidarizzare con quell’olocausto invisibile che getterà tutti a terra, per cinque lunghissimi minuti di silenzio. Un silenzio che esprimerà appieno come non si possa fare altro che morire, giacere a terra, di fronte ai tagli che negano un diritto fondamentale come quello all’assistenzialismo.
“Prima di tutto – afferma Daniela, promotrice dell’iniziativa e rappresentante dell’associazione Orsa – desidero sottolineare che quando un familiare è affetto da un grave handicap, come nel mio caso lo è mia figlia, tutta la famiglia diventa disabile perché le condizioni del nucleo familiare vengono alterate. Quello che più ci spinge a buttarci a terra sabato, simbolicamente ‘morti’, sta nel fatto che la nuova manovra finanziaria sta letteralmente massacrando l’handicap. I dati parlano chiaro: nel 2011 gli stanziamenti al sociale sono due miliardi in meno rispetto al 2008 e un miliardo in meno rispetto al 2010, quindi in un anno i fondi del welfare hanno subito un taglio del 63,4%”.
Tagli che ricadono interamente sui servizi assistenziali, sul sostegno nelle scuole, sull’affiancamento degli
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tagli di spesa
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Lavoro più flessibile, tagli agli statali accelerazioni su fisco e province - su Repubblica
1) Lavoro. Dal 2012, un'azienda in crisi, potrà licenziare in modo unilaterale con un indennizzo e senza reintegro. Viene cancellato così l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori e irrigidito l'articolo 8 della manovra di agosto. Per rendere "più efficiente, trasparente, flessibile e meno costosa" la Pubblica amministrazione scatteranno meccanismi per la mobilità degli statali, la cassa integrazione con riduzione del salario e "il superamenteo delle dotazioni organiche". Rilanciato, infine, il contratto di apprendistato per favorire le assunzioni di giovani e donne.
2) Liberalizzazioni e privatizzazioni. Entro marzo sarà rafforzata l'Antitrust. E generalizzata la liberalizzazione degli orari dei negozi. Più concorrenza nel settore della distribuzione carburanti e della Rc auto. Le tariffe minime dei professionisti saranno "derogabili" e andrannno "completamente liberalizzati" i servizi pubblici locali. Dall'acqua (nonostante il referendum) ai rifiuti, dai trasporti alle farmacie comunali: saranno monitorati da "sistemi di garanzia per la qualità dei servizi". I proventi delle privatizzazioni serviranno per ridurre il debito e per investimenti locali.
3) Scuola e università. Per l'anno scolastico 2012-2013 "un programma di ristrutturazioni per le scuole con risultati insoddisfacenti". Al via uno "schema nazionale di presititi d'onore" per le rette universitarie e per mantenersi agli studi.
4) Dismissioni. Entro il 30 novembre il piano definitivo: l'obiettivo è raccogliere 5 miliardi in tre anni.
5) Semplificazioni. Al via, dal 2013, la sostituzione dei certificati con l'autocertificazione nei rapporti con la pubblica amministrazione.
6) Imprese. Il governo "trasformerà le aree di crisi in aree di sviluppo". Il 50% delle risorse annuali non utilizzate del Fondo rotativo andrà alle Pmi.
7) Precari. "Garanzia reale dello Stato" per i mutui sulla prima casa di giovani coppie con contratti precari.
8) Pensioni. I requisiti necessari aumenteranno gradualmente dal 2013. A regime il requisito anagrafico sarà pari ad almeno 67 anni per uomini e donne a partire dal 2026.
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senza vergogna
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Bankitalia: pressione fiscale salirà al 43,8 % nel 2012 - su Repubblica.it
"La pressione fiscale salirebbe dal 42,3% del 2010 al 42,7% del 2011 e dal 2012 si attesterebbe su valori intorno al 43,8%, un massimo storico (nel 1997 essa aveva raggiunto il 43,6% del pil)". Lo ha detto il capo dell'area ricerca economica della Banca d'Italia, Daniele Franco, nel corso dell'audizione sulla legge di stabilità davanti alle commissioni riunite bilancio di Camera e Senato a Palazzo Madama.
"Le stime - ha aggiunto Franco - non includono gli effetti dell'attuazione della delega fiscale e assistenziale (ovvero dell'applicazione della relativa clausola di salvaguardia) che potrebbero determinare maggiori entrate fino a 0,2 punti di pil nel 2012, un punto nel 2013 e 1,2 nel 2014". Inoltre, Franco ha rilevato che "gli enti decentrati potrebbero disporre aumenti del prelievo per compensare i tagli apportati con le manovre estive ai trasferimenti dallo Stato".
Daniele Franco ha anche parlato degli interventi annunciati dal governo: "Come detto dal governatore, crediamo che gli interventi che sono stati annunciati ieri vadano nella direzione del consolidamento dei conti pubblici e di una crescita soddisfacente: non abbiamo avuto modo di esaminarli in dettaglio, ma adesso è importante attuarli e attuarli rapidamente".
Piano di dismissioni. Secondo Bankitalia, "coerentemente con le dichiarazioni del governo, sarebbe opportuno definire in tempi brevi un piano di dismissioni e di valorizzazione dei cespiti immobiliari pubblici".
Costi della politica elevati. Per Daniele Franco, però, le misure sinora varate per ridurre i costi della politica non sono sufficienti. "E' opportuno - ha detto Franco - proseguire negli sforzi volti a una razionalizzazione degli apparati istituzionali, riducendo le sovrapposizioni tra i livelli decisionali, favorendo la gestione integrata dei servizi per gli enti locali di minori dimensioni, contenendo i costi di funzionamento degli organi elettivi". "Sono all'esame delle competenti commissioni parlamentari proposte di legge costituzionale riguardanti le province e la riduzione del numero dei parlamentari. Per quanto riguarda la riattribuzione delle
"Le stime - ha aggiunto Franco - non includono gli effetti dell'attuazione della delega fiscale e assistenziale (ovvero dell'applicazione della relativa clausola di salvaguardia) che potrebbero determinare maggiori entrate fino a 0,2 punti di pil nel 2012, un punto nel 2013 e 1,2 nel 2014". Inoltre, Franco ha rilevato che "gli enti decentrati potrebbero disporre aumenti del prelievo per compensare i tagli apportati con le manovre estive ai trasferimenti dallo Stato".
Daniele Franco ha anche parlato degli interventi annunciati dal governo: "Come detto dal governatore, crediamo che gli interventi che sono stati annunciati ieri vadano nella direzione del consolidamento dei conti pubblici e di una crescita soddisfacente: non abbiamo avuto modo di esaminarli in dettaglio, ma adesso è importante attuarli e attuarli rapidamente".
Piano di dismissioni. Secondo Bankitalia, "coerentemente con le dichiarazioni del governo, sarebbe opportuno definire in tempi brevi un piano di dismissioni e di valorizzazione dei cespiti immobiliari pubblici".
Costi della politica elevati. Per Daniele Franco, però, le misure sinora varate per ridurre i costi della politica non sono sufficienti. "E' opportuno - ha detto Franco - proseguire negli sforzi volti a una razionalizzazione degli apparati istituzionali, riducendo le sovrapposizioni tra i livelli decisionali, favorendo la gestione integrata dei servizi per gli enti locali di minori dimensioni, contenendo i costi di funzionamento degli organi elettivi". "Sono all'esame delle competenti commissioni parlamentari proposte di legge costituzionale riguardanti le province e la riduzione del numero dei parlamentari. Per quanto riguarda la riattribuzione delle
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Camusso: "Tre attacchi ai lavoratori è ora di mobilitarsi con Cisl e Uil" - Luisa Grion su Repubblica
E´ una «somma di luoghi comuni» messi in fila per far passare «tre attacchi mirati». Susanna Camusso, leader della Cgil, dopo aver letto la lettera che Berlusconi ha inviato a Bruxelles dice che il «governo non avrà la forza di mettere in atto le misure», che alla Bce «si può anche dire di no» e che «il sindacato deve andare verso una mobilitazione unitaria».
Quali sono i tre attacchi mirati?
«Quello rivolto alle norme sul lavoro: trovo intollerabile che venga dato il via libera al licenziamento tirando il ballo la lotta al precariato e raccontando la favola che le imprese non assumono per la difficoltà che incontreranno poi a licenziare.
E quello sui dipendenti pubblici: mobilità e riduzione del personale vengono in realtà messi al servizio di tutte le liberalizzazioni».
Non tutte, l´acqua non c´è.
«Non è detto, la lettera su questo punto è molto ambigua e pare scritta apposta per aggirare il risultato del referendum».
Qual è il terzo attacco?
«Quello alle pensioni: si fa una forzatura ad un sistema che è in equilibrio e senza indirizzare nemmeno una piccola parte delle risorse che s´intende recuperare a favore della previdenza dei giovani. Come se non fosse evidente che il nostro problema non è l´età pensionabile, ma un insieme di insopportabili ingiustizie che qui ...
Quali sono i tre attacchi mirati?
«Quello rivolto alle norme sul lavoro: trovo intollerabile che venga dato il via libera al licenziamento tirando il ballo la lotta al precariato e raccontando la favola che le imprese non assumono per la difficoltà che incontreranno poi a licenziare.
E quello sui dipendenti pubblici: mobilità e riduzione del personale vengono in realtà messi al servizio di tutte le liberalizzazioni».
Non tutte, l´acqua non c´è.
«Non è detto, la lettera su questo punto è molto ambigua e pare scritta apposta per aggirare il risultato del referendum».
Qual è il terzo attacco?
«Quello alle pensioni: si fa una forzatura ad un sistema che è in equilibrio e senza indirizzare nemmeno una piccola parte delle risorse che s´intende recuperare a favore della previdenza dei giovani. Come se non fosse evidente che il nostro problema non è l´età pensionabile, ma un insieme di insopportabili ingiustizie che qui ...
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La vendetta dell’etica - Nando dalla Chiesa su Il fatto quotidiano
Forse fatichiamo a capirlo. Ma quel che sta accadendo è una grandiosa vendetta dell’etica sui suoi nemici. È la sua rivincita su chi l’aveva dileggiata in nome delle superiori ragioni dell’economia, della politica, del potere. Cacciata con superbia, ci ricade addosso travolgendoci. Il baratro economico è l’effetto di un collasso della fiducia. Ma la fiducia è una misura sintetica ed efficacissima di uno stato di salute e di una reputazione che, nel caso italiano, fanno drasticamente i conti con i fondamenti dell’etica pubblica. Basta dare storia e radici all’indebitamento contro il quale annaspiamo ormai impotenti. Non è forse, da sempre e ovunque, una primaria questione di etica pubblica l’atteggiamento dei cittadini verso il dovere di pagare le tasse?
E non è nel nostro caso l’evasione fiscale un indicatore diretto, solare, della cultura civica praticata, vezzeggiata, giustificata anche dall’alto in nome di un consenso drogato e anarcoide? Altrettanto è una fondamentale questione etico-istituzionale quella del senso di responsabilità e del rigore con cui si amministrano i soldi pubblici. Valori irrisi. Eppure paghiamo oggi esattamente il saccheggio degli anni di Tangentopoli. I cui protagonisti, con le loro ruberie, fecero schizzare verso vette mai raggiunte (e a quanto pare irreversibili) i livelli del debito. Oggi, trent’anni dopo, quelle scelte sciagurate che ai protagonisti consentirono vite principesche ricadono su chi allora non era ancora nato. Sappiano i nostri figli chi ringraziare, con buona pace dei nostalgici della Prima Repubblica.
Ma ha molto a che fare con l’etica anche la dissipazione delle ricchezze realizzata dalla Seconda Repubblica. Si pensi solo alla somma mostruosa (più di 60 miliardi) sottratta ogni anno alla collettività dalla corruzione, perseguita con leggi sempre più blande e anzi sdoganata con diffusi meccanismi di deresponsabilizzazione, come la trasformazione in una galassia di soggetti “di diritto privato” del sistema dell’economia pubblica. Le grandezze economiche che ci inchiodano e ci rendono inquieti sul nostro futuro
E non è nel nostro caso l’evasione fiscale un indicatore diretto, solare, della cultura civica praticata, vezzeggiata, giustificata anche dall’alto in nome di un consenso drogato e anarcoide? Altrettanto è una fondamentale questione etico-istituzionale quella del senso di responsabilità e del rigore con cui si amministrano i soldi pubblici. Valori irrisi. Eppure paghiamo oggi esattamente il saccheggio degli anni di Tangentopoli. I cui protagonisti, con le loro ruberie, fecero schizzare verso vette mai raggiunte (e a quanto pare irreversibili) i livelli del debito. Oggi, trent’anni dopo, quelle scelte sciagurate che ai protagonisti consentirono vite principesche ricadono su chi allora non era ancora nato. Sappiano i nostri figli chi ringraziare, con buona pace dei nostalgici della Prima Repubblica.
Ma ha molto a che fare con l’etica anche la dissipazione delle ricchezze realizzata dalla Seconda Repubblica. Si pensi solo alla somma mostruosa (più di 60 miliardi) sottratta ogni anno alla collettività dalla corruzione, perseguita con leggi sempre più blande e anzi sdoganata con diffusi meccanismi di deresponsabilizzazione, come la trasformazione in una galassia di soggetti “di diritto privato” del sistema dell’economia pubblica. Le grandezze economiche che ci inchiodano e ci rendono inquieti sul nostro futuro
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Se gli italiani non ci credono più - Michele Marzano su Repubblica
Gli italiani non hanno più alcuna fiducia nel governo, nei partiti, nelle riforme. Nemmeno più nelle istituzioni. A parte forse, come dicono alcuni sondaggi, nella figura del Presidente della Repubblica. La loro sfiducia nei confronti del futuro è altissima. Soprattutto quella dei giovani che non credono più che studiare e impegnarsi possa servire a qualcosa. E allora si indignano. E hanno ragione. Perché quando la fiducia crolla, forse non resta altro che indignarsi nella speranza che qualcuno li ascolti, li prenda sul serio, cominci a chiamare le cose col proprio nome e, smettendola di raccontare loro solo tante bugie, si rimbocchi le maniche per affrontare una volta per tutte i problemi del Paese.
Ma quale fiducia si può ancora avere in una classe dirigente che non ha fatto altro che tradire sistematicamente le promesse, raccontare menzogne e negare la realtà? Come si può ancora chiedere la fiducia dei cittadini quando, di fronte alla crisi mondiale del neoliberalismo, il nostro presidente del consiglio è solo capace di promettere ancora una volta di fare "quella rivoluzione liberale per la quale siamo scesi in campo"?
Ormai lo sappiamo bene tutti. La fiducia deve tornare perché il paese possa sbloccarsi, rimettersi in marcia, trasformarsi. Peccato che la fiducia non possa essere decretata e che, una volta persa, ci voglia poi tanto tempo perché possa di nuovo tornare. Peccato che, per parlare di nuovo di fiducia, si debba prima riscoprire il valore dell´affidabilità e della credibilità. Perché la fiducia nasce e si sviluppa solo quando si ha la possibilità di constatare che coloro in cui si ha fiducia non ci tradiscono, prendono sul serio le nostre aspettative e fanno di tutto per rispettare la parola data.
Un tempo lo si sapeva bene: non si facevano mai promesse alla leggera, perché promettere qualcosa significava assumersi la responsabilità della propria parola; perché tutti sapevano che, un giorno o l´altro, la
Ma quale fiducia si può ancora avere in una classe dirigente che non ha fatto altro che tradire sistematicamente le promesse, raccontare menzogne e negare la realtà? Come si può ancora chiedere la fiducia dei cittadini quando, di fronte alla crisi mondiale del neoliberalismo, il nostro presidente del consiglio è solo capace di promettere ancora una volta di fare "quella rivoluzione liberale per la quale siamo scesi in campo"?
Ormai lo sappiamo bene tutti. La fiducia deve tornare perché il paese possa sbloccarsi, rimettersi in marcia, trasformarsi. Peccato che la fiducia non possa essere decretata e che, una volta persa, ci voglia poi tanto tempo perché possa di nuovo tornare. Peccato che, per parlare di nuovo di fiducia, si debba prima riscoprire il valore dell´affidabilità e della credibilità. Perché la fiducia nasce e si sviluppa solo quando si ha la possibilità di constatare che coloro in cui si ha fiducia non ci tradiscono, prendono sul serio le nostre aspettative e fanno di tutto per rispettare la parola data.
Un tempo lo si sapeva bene: non si facevano mai promesse alla leggera, perché promettere qualcosa significava assumersi la responsabilità della propria parola; perché tutti sapevano che, un giorno o l´altro, la
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Il tempo impazzito e l´incuria di Stato - Giovanni Valentini su Repubblica
È una dolorosa casualità quella che fa coincidere nello stesso giorno il disastro nel Nord d´Italia con il viaggio disperato del nostro presidente del Consiglio a Bruxelles. Ma non è purtroppo una fatalità questa "tragedia annunciata", come la definisce polemicamente il Wwf denunciando l´assenza di un presidio sul territorio in grado di prevenire le conseguenze del dissesto idro-geologico. Ed è tutt´altro che casuale la coincidenza fra la crisi economica e l´emergenza ambientale, perché discende dalla lunga storia del Malpaese e dai tagli drastici imposti dalla dissennatezza di questo governo.
Con il suo drammatico bilancio di vittime e di danni, l´alluvione che in poche ore ha messo in ginocchio il Nord è in qualche modo una metafora della nostra imprevidenza e della nostra incuria. Consumo del territorio. Cementificazione selvaggia. Condoni a ripetizione. Distruzione del patrimonio naturale. Abbandono delle campagne e dell´agricoltura. Dissipazione delle risorse ambientali ed economiche. Un malgoverno che certamente viene da lontano, ma raggiunge oggi la sua terrificante apoteosi.
Non esagerano questa volta i Verdi ad annunciare un esposto contro lo Stato per disastro colposo. «C´è un problema di mancata prevenzione», come ammette lo stesso capo della Protezione civile, Franco Gabrielli. Non ha torto perciò il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, quando contesta a Berlusconi e Tremonti di aver tagliato il 90% dei fondi per l´ambiente.
Dai 44 miliardi di euro preventivati per mettere in sicurezza il territorio italiano, di cui 27 per il Centro-Nord, siamo scesi - secondo i senatori "ecodem" Francesco Ferrante e Roberto Della Seta - ad appena 31 milioni. Nel frattempo, il povero ministro Stefania Prestigiacomo ha minacciato più volte le
Con il suo drammatico bilancio di vittime e di danni, l´alluvione che in poche ore ha messo in ginocchio il Nord è in qualche modo una metafora della nostra imprevidenza e della nostra incuria. Consumo del territorio. Cementificazione selvaggia. Condoni a ripetizione. Distruzione del patrimonio naturale. Abbandono delle campagne e dell´agricoltura. Dissipazione delle risorse ambientali ed economiche. Un malgoverno che certamente viene da lontano, ma raggiunge oggi la sua terrificante apoteosi.
Non esagerano questa volta i Verdi ad annunciare un esposto contro lo Stato per disastro colposo. «C´è un problema di mancata prevenzione», come ammette lo stesso capo della Protezione civile, Franco Gabrielli. Non ha torto perciò il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, quando contesta a Berlusconi e Tremonti di aver tagliato il 90% dei fondi per l´ambiente.
Dai 44 miliardi di euro preventivati per mettere in sicurezza il territorio italiano, di cui 27 per il Centro-Nord, siamo scesi - secondo i senatori "ecodem" Francesco Ferrante e Roberto Della Seta - ad appena 31 milioni. Nel frattempo, il povero ministro Stefania Prestigiacomo ha minacciato più volte le
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giovedì 27 ottobre 2011
Cinque risposte per cambiare l'Italia: i documenti.
Ecco disponibili i documenti programmatici presentati a Bologna il 22 e 23 ottobre.
Cinque risposte, quindi, in pdf da stampare e far circolare:
1 – Prima gli elettori: primarie libere per la scelta dei parlamentari, in tutti i collegi e con qualsiasi legge elettorale, contro lo scilipotismo e a favore della partecipazione democratica, quella della primavera arancione, per far scegliere ai cittadini chi li rappresenta a Roma, proprio come si scelgono i sindaci.
2 – Con disciplina e onore: una legge feroce contro la corruzione, che cancelli tutti i lodi ad personam di questi anni, la lotta ai conflitti d’interessi ad ogni livello, e nuove forme di trasparente e accessibile rendiconto finanziario degli incarichi politici o comunque determinati dalla politica.
3 – Terra! Suolo bene comune: rivedere i criteri sugli oneri di urbanizzazione, coinvolgendo i cittadini e regolando le nuove costruzioni in base alle effettive richieste del mercato, bloccando le realizzazioni a fine speculativo; vietare l’uso degli oneri per la parte di spesa corrente dei bilanci degli enti locali, e fermare le compensazioni monetarie, anche attraverso nuovi sistemi di controllo. Censire il patrimonio utilizzato, sia quello produttivo che quello residenziale, e incentivarne l’utilizzo.
4 – Il fisco, dai mobili agli immobili: nel Paese primatista della pressione fiscale su chi lavora e produce, nel Paese in cui il mattone è la speculazione più redditizia e meno tassata, bisogna invertire la tendenza: abbassare le tasse sul lavoro con un rimborso contante annuo andando a prenderlo da chi ricava rendita dagli immobili. Inoltre, a proposito del fisco: riduzione delle scritture contabili e semplificazione dei calcoli delle imposte; ampliamento della gamma degli oneri deducibili; emissione e ricezione elettronica di fatture e corrispettivi, e tracciabilità del pagamento di costi deducibili; inversione del rapporto tra Fisco/controllore e contribuente/controllato, con l’assegnazione al Fisco della compilazione di tutte le dichiarazioni dei redditi, dipendenti e autonome.
5 – Per tutte e tutti: superare la condizione di precarietà di questi anni estendendo l’indennità di disoccupazione a tutti i lavoratori, inclusi i titolari di contratti atipici: si può fare, e va fatto parificando i contributi sociali. Ogni tipo di contratto, subordinato o para-subordinato, dovrà prevedere il versamento dei relativi contributi: si tratta di somme assolutamente contenute e sostenibili per l’impresa.
Cinque risposte, quindi, in pdf da stampare e far circolare:
1 – Prima gli elettori: primarie libere per la scelta dei parlamentari, in tutti i collegi e con qualsiasi legge elettorale, contro lo scilipotismo e a favore della partecipazione democratica, quella della primavera arancione, per far scegliere ai cittadini chi li rappresenta a Roma, proprio come si scelgono i sindaci.
2 – Con disciplina e onore: una legge feroce contro la corruzione, che cancelli tutti i lodi ad personam di questi anni, la lotta ai conflitti d’interessi ad ogni livello, e nuove forme di trasparente e accessibile rendiconto finanziario degli incarichi politici o comunque determinati dalla politica.
3 – Terra! Suolo bene comune: rivedere i criteri sugli oneri di urbanizzazione, coinvolgendo i cittadini e regolando le nuove costruzioni in base alle effettive richieste del mercato, bloccando le realizzazioni a fine speculativo; vietare l’uso degli oneri per la parte di spesa corrente dei bilanci degli enti locali, e fermare le compensazioni monetarie, anche attraverso nuovi sistemi di controllo. Censire il patrimonio utilizzato, sia quello produttivo che quello residenziale, e incentivarne l’utilizzo.
4 – Il fisco, dai mobili agli immobili: nel Paese primatista della pressione fiscale su chi lavora e produce, nel Paese in cui il mattone è la speculazione più redditizia e meno tassata, bisogna invertire la tendenza: abbassare le tasse sul lavoro con un rimborso contante annuo andando a prenderlo da chi ricava rendita dagli immobili. Inoltre, a proposito del fisco: riduzione delle scritture contabili e semplificazione dei calcoli delle imposte; ampliamento della gamma degli oneri deducibili; emissione e ricezione elettronica di fatture e corrispettivi, e tracciabilità del pagamento di costi deducibili; inversione del rapporto tra Fisco/controllore e contribuente/controllato, con l’assegnazione al Fisco della compilazione di tutte le dichiarazioni dei redditi, dipendenti e autonome.
5 – Per tutte e tutti: superare la condizione di precarietà di questi anni estendendo l’indennità di disoccupazione a tutti i lavoratori, inclusi i titolari di contratti atipici: si può fare, e va fatto parificando i contributi sociali. Ogni tipo di contratto, subordinato o para-subordinato, dovrà prevedere il versamento dei relativi contributi: si tratta di somme assolutamente contenute e sostenibili per l’impresa.
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Un altra politica e possibile? - Massimo Balliana
Sono andato a Bologna convinto che un'altra politica è possibile. Due giorni intensi, ricchi di emozioni, di contenuti, di risposte, di progetti, di persone "diverse" unite nell'unico obiettivo: dare un contributo alla rinascita del Partito Democratico.
Di un PD capace di dialogare con la società "civilissima", capace di ascoltare, confrontarsi, proporre soluzioni e dare risposte serie e concrete ai problemi reali del nostro paese. Da un fisco più equo e più giusto alla difesa del territorio, dalla lotta all'evasione ai tagli dei costi della politica e degli sprechi, dal reddito minimo garantito ad una pensione dignitosa per i giovani precari, dagli investimenti sulla banda larga alla tutela e al rilancio della scuola pubblica e molto altro ancora.
Ho respirato un'aria nuova, ho sentito gente parlare di un'Italia diversa, che ha voglia di cambiare, che crede ancora nei valori di solidarietà e partecipazione. Ancora una volta mi sono sentito parte di un partito che può ancora farcela se ha il coraggio di innovare, coinvolgere, ricostruire una credibilità che ancora non c'è. Ho sentito un movimento di persone e di idee non contro ma per il PD al di là di correnti, tatticismi, appartenenze del passato.
Sono tornato a casa ed ecco il brusco ritorno alla realtà di tutti i giorni.
Il popolo viola che polemizza con Civati riportando una sua frase in maniera parziale e fuori contesto. Parole di fuoco, offese, accuse pesanti senza ascoltare chi cercava di spiegare, senza alcuna possibilità di dialogo. O sei con me o contro di me. Berlusconismo distillato.
Poi ci pensa un giovane diciassettenne che estrapola pezzi di discorso per dimostrare che siamo una corrente contro Bersani, manca solo che si gridi al golpe. Pare che sia peccato grave criticare Bersani e non
Di un PD capace di dialogare con la società "civilissima", capace di ascoltare, confrontarsi, proporre soluzioni e dare risposte serie e concrete ai problemi reali del nostro paese. Da un fisco più equo e più giusto alla difesa del territorio, dalla lotta all'evasione ai tagli dei costi della politica e degli sprechi, dal reddito minimo garantito ad una pensione dignitosa per i giovani precari, dagli investimenti sulla banda larga alla tutela e al rilancio della scuola pubblica e molto altro ancora.
Ho respirato un'aria nuova, ho sentito gente parlare di un'Italia diversa, che ha voglia di cambiare, che crede ancora nei valori di solidarietà e partecipazione. Ancora una volta mi sono sentito parte di un partito che può ancora farcela se ha il coraggio di innovare, coinvolgere, ricostruire una credibilità che ancora non c'è. Ho sentito un movimento di persone e di idee non contro ma per il PD al di là di correnti, tatticismi, appartenenze del passato.
Sono tornato a casa ed ecco il brusco ritorno alla realtà di tutti i giorni.
Il popolo viola che polemizza con Civati riportando una sua frase in maniera parziale e fuori contesto. Parole di fuoco, offese, accuse pesanti senza ascoltare chi cercava di spiegare, senza alcuna possibilità di dialogo. O sei con me o contro di me. Berlusconismo distillato.
Poi ci pensa un giovane diciassettenne che estrapola pezzi di discorso per dimostrare che siamo una corrente contro Bersani, manca solo che si gridi al golpe. Pare che sia peccato grave criticare Bersani e non
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mercoledì 26 ottobre 2011
Bersani e Casini: "Niente aiuto al governo" - Giovanna Casadio su Repubblica
Dopo lo scambio d´ilarità Merkel-Sarkozy sull´affidabilità del premier italiano, non si può più attendere. Lo schiaffo dell´Europa è stato così forte che Bersani e Casini si incontrano per un lungo colloquio, ieri a Bologna, mentre nelle stesse ore il vice segretario del Pd, Enrico Letta veniva spedito al Quirinale a chiedere al presidente Napolitano una cosa chiara e che Bersani riassume nella conferenza stampa di fine giornata: «Serve discontinuità, questo governo deve passare la mano, e poi si vedrà. È un dato conclamato». La malattia dell´Italia è conclamata. Ha nome e cognome: è Silvio Berlusconi che deve dire «basta ce ne andiamo», deve dimettersi. Lo ripete il segretario democratico in un asse, che va giorno dopo giorno consolidandosi, con il leader dell´Udc. Alle misure strutturali per lo sviluppo che la Ue chiede - e che la maggioranza sta contrattando arenandosi nel solito gioco di veti con Bossi - le opposizioni rispondono: sentiamo il carico delle responsabilità «ma in queste condizioni politiche non c´è la possibilità di un lavoro serio». Né il Pd né i centristi si prestano a fare da stampella al governo. Gli spazi di confronto, in particolare sulla riforma delle pensioni - a cui a inizio giornata sembrava che il Terzo Polo fosse disponibile - si chiudono del tutto.
Casini ribadisce che è tempo solo di un «nuovo governo forte, che assuma degli impegni in Europa, li mantenga e difenda la dignità nazionale perché non possiamo essere svillaneggiati da certi sorrisi, che non possiamo che rimandare al mittente». Fini, il presidente della Camera, leader di Fli, che ha fatto parte della Convenzione Ue, avverte: «L´asse franco-tedesco è l´unico che gioca la partita. Dire che siamo tra i 6 fondatori è cullarsi sugli allori; noi non siamo nel gruppo di testa, la mia non è una polemica». Di tutto questo, ma soprattutto della «necessità di una fase politica nuova», Enrico Letta quindi ha parlato al capo dello
Casini ribadisce che è tempo solo di un «nuovo governo forte, che assuma degli impegni in Europa, li mantenga e difenda la dignità nazionale perché non possiamo essere svillaneggiati da certi sorrisi, che non possiamo che rimandare al mittente». Fini, il presidente della Camera, leader di Fli, che ha fatto parte della Convenzione Ue, avverte: «L´asse franco-tedesco è l´unico che gioca la partita. Dire che siamo tra i 6 fondatori è cullarsi sugli allori; noi non siamo nel gruppo di testa, la mia non è una polemica». Di tutto questo, ma soprattutto della «necessità di una fase politica nuova», Enrico Letta quindi ha parlato al capo dello
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Lo sberleffo della verità - Barbara Spinelli su Repubblica
Chi frequenta i summit delle istituzioni europee, e ne conosce le deferenze opportuniste, le verità lente a dirsi, le cerimoniose capricciosità, non dimenticherà facilmente quel che è successo domenica, nella conferenza stampa di Nicolas Sarkozy e Angela Merkel a Bruxelles. Un giornalista li interroga sulla credibilità di Berlusconi, ed ecco che d'improvviso scoppia un'ennesima bolla, fatta sin qui di illusioni e non-detti: una delle tante, nei quattro anni di crisi che abbiamo alle spalle. La bolla di uno Stato-subprime: debitore di seconda categoria, poco affidabile. Alcuni giudicano disdicevole la sbirciata complice che si sono lanciati l'un l'altro Sarkozy e la Merkel, e umiliante quell'attimo muto, terribile, che ha preceduto l'erompere inaudito della risata, subito echeggiata dai giornalisti presenti. È vero, è stata umiliazione e anche qualcosa di più: un atto di sfiducia che non avanza più mascherata, che si esibisce senza pudori sapendo il consenso mondiale di cui gode. Un assassinio politico in diretta.
È difficile ricordare episodi simili, nella storia dell'Unione, e non stupisce che gli autori stessi dell'incredibile gag siano quasi spaventati da quel che hanno fatto. Fonti governative tedesche si sono preoccupate ieri d'attenuare il colpo: "Le allusioni italiane sul sorriso scambiato ieri in conferenza stampa tra Merkel e Sarkozy sono basate su un equivoco". Ma colpo resta, quel che abbiamo visto domenica: e poco importa se sarà stato un attimo, se lo strappo sarà ricucito e - parola di Montale - "come s'uno schermo s'accamperanno di gitto alberi case colli per l'inganno consueto". Per un attimo, è come se i dirigenti dei due motori d'Europa - Francia e Germania - avessero smesso di credere nelle virtù della diplomazia, della pazienza, e solennemente avessero bocciato un primo ministro nel più crudele dei modi, perché altra via non c'è. Sembra uno sfogo incontrollato ma c'è del metodo, nello sfogo: non è nelle istituzioni italiane che si cessa di credere, ma in chi governa. Dopo lo scoppio ilare Sarkozy s'è fatto serio, ha evocato il colloquio tra lui, la Merkel e Berlusconi, ed è stato chiarissimo: "La nostra fiducia, la riponiamo nel senso di responsabilità
È difficile ricordare episodi simili, nella storia dell'Unione, e non stupisce che gli autori stessi dell'incredibile gag siano quasi spaventati da quel che hanno fatto. Fonti governative tedesche si sono preoccupate ieri d'attenuare il colpo: "Le allusioni italiane sul sorriso scambiato ieri in conferenza stampa tra Merkel e Sarkozy sono basate su un equivoco". Ma colpo resta, quel che abbiamo visto domenica: e poco importa se sarà stato un attimo, se lo strappo sarà ricucito e - parola di Montale - "come s'uno schermo s'accamperanno di gitto alberi case colli per l'inganno consueto". Per un attimo, è come se i dirigenti dei due motori d'Europa - Francia e Germania - avessero smesso di credere nelle virtù della diplomazia, della pazienza, e solennemente avessero bocciato un primo ministro nel più crudele dei modi, perché altra via non c'è. Sembra uno sfogo incontrollato ma c'è del metodo, nello sfogo: non è nelle istituzioni italiane che si cessa di credere, ma in chi governa. Dopo lo scoppio ilare Sarkozy s'è fatto serio, ha evocato il colloquio tra lui, la Merkel e Berlusconi, ed è stato chiarissimo: "La nostra fiducia, la riponiamo nel senso di responsabilità
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Pd, com’è lontana la primavera di Milano - Luciano Fasano su Europa
A soli cinque mesi dalla vittoria alle comunali, c’è grande confusione sotto il cielo del Pd milanese. Il segretario provinciale, Roberto Cornelli, è dalla scorsa estate impegnato in un confronto-scontro con l’assessore alla cultura e capo delegazione in giunta, Stefano Boeri.
I circoli, abbandonati a se stessi, lamentano un partito distante dalla società. La nuova segreteria provinciale, votata dalla direzione soltanto una settimana fa, è accusata di essere promanazione delle solite nomenclature di partito e poiché verrà riunita solo venerdì prossimo, undici giorni dopo il suo insediamento (sic!), rischia di arrivare all’appuntamento in ritardo e già in parte delegittimata.
Il dibattito, chiaramente appesantito anche da prese di posizioni strumentali e personalismi, racchiude però in sé tutti gli ingredienti della difficile situazione che sta attraversando il Pd nazionale. Un partito privo di una chiara identità politica, che pur aspirando a tornare al governo del paese, è frammentato in diversi orientamenti e posizioni politiche che, invece di arricchirlo, tendono a paralizzarlo.
La denuncia di Boeri, lungi dall’essere di per sé risolutiva, mette chiaramente in luce i due problemi fondamentali di cui soffre oggi il Partito democratico, a Milano come a livello nazionale. Il primo problema riguarda la funzione del partito e la sua forma organizzativa: un partito chiuso in se stesso, incapace di intrecciare la società civile, esotericamente raccolto intorno al “cerchio magico” dei suoi maggiorenti, che dopo diciotto mesi di discussione sul partito solido sembra lontano anni luce da quello che alle elezioni comunali dello scorso maggio aveva raccolto oltre 170 mila preferenze.
Il secondo problema concerne la linea politica di quel partito, considerato che a Milano – cuore del sistema paese – il Pd si gioca gran parte della sua reputazione come credibile forza di governo: e qui non basta dire che c’è il programma del sindaco Pisapia perché, come ha giustamente osservato lo stesso Boeri, la proposta di governo per Milano è già stata superata dalla crisi, dato che mancano le risorse per
I circoli, abbandonati a se stessi, lamentano un partito distante dalla società. La nuova segreteria provinciale, votata dalla direzione soltanto una settimana fa, è accusata di essere promanazione delle solite nomenclature di partito e poiché verrà riunita solo venerdì prossimo, undici giorni dopo il suo insediamento (sic!), rischia di arrivare all’appuntamento in ritardo e già in parte delegittimata.
Il dibattito, chiaramente appesantito anche da prese di posizioni strumentali e personalismi, racchiude però in sé tutti gli ingredienti della difficile situazione che sta attraversando il Pd nazionale. Un partito privo di una chiara identità politica, che pur aspirando a tornare al governo del paese, è frammentato in diversi orientamenti e posizioni politiche che, invece di arricchirlo, tendono a paralizzarlo.
La denuncia di Boeri, lungi dall’essere di per sé risolutiva, mette chiaramente in luce i due problemi fondamentali di cui soffre oggi il Partito democratico, a Milano come a livello nazionale. Il primo problema riguarda la funzione del partito e la sua forma organizzativa: un partito chiuso in se stesso, incapace di intrecciare la società civile, esotericamente raccolto intorno al “cerchio magico” dei suoi maggiorenti, che dopo diciotto mesi di discussione sul partito solido sembra lontano anni luce da quello che alle elezioni comunali dello scorso maggio aveva raccolto oltre 170 mila preferenze.
Il secondo problema concerne la linea politica di quel partito, considerato che a Milano – cuore del sistema paese – il Pd si gioca gran parte della sua reputazione come credibile forza di governo: e qui non basta dire che c’è il programma del sindaco Pisapia perché, come ha giustamente osservato lo stesso Boeri, la proposta di governo per Milano è già stata superata dalla crisi, dato che mancano le risorse per
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Tagli, la Camera ci ripensa: scherzavamo - Sergio Rizzo Gian Antonio Stella su Corriere della Sera
«Cavallo magro corre più forte». Parola di Roberto Calderoli, che a settembre annunciava trionfante un «disegno di legge di riforma costituzionale per dimezzare il numero dei parlamentari». Ma come può dimagrire, quel cavallo, se hanno già deciso di dargli da mangiare come prima? Così è: la Camera vuole - fino al 2014 - gli stessi soldi di oggi. Una delle due: o i tagli sono una frottola o pensano che i parlamentari dimezzati costeranno il doppio. In ogni caso pensano che i cittadini siano così grulli da non vedere la truffa.
Eppure, a sentire la grancassa di promesse di questi mesi, pareva tutto già deciso. Lo stesso Cavaliere («dobbiamo abolire il numero enorme di parlamentari dalle prossime elezioni») aveva insistito: l'iter doveva essere «urgente». Il centrosinistra, ovvio, era d'accordo e per bocca di Dario Franceschini s'impegnò: «Dimezzare i parlamentari sarà la priorità del Pd». Gianfranco Fini, del resto, era della stessa idea: «È arrivato il momento di dimezzare i parlamentari». Che vogliano tagliare davvero, però, è un'altra faccenda. E prendere sul serio le promesse fatte per placare l'ira dei cittadini chiamati a fare sacrifici e andare in pensione sempre più tardi, stavolta, è ancora più difficile del solito. La prova? A dispetto della crisi, degli ultimatum europei, delle fatiche di Sisifo sulle pensioni, dei sorrisetti di Nicolas Sarkozy e di Angela Merkel proprio sulla nostra affidabilità, la Camera ha avvertito il Tesoro che avrà bisogno della stessa dose di biada del 2012 e 2013 anche per il 2014. Quando, a dar retta a Calderoli, il cavallo troppo grasso dovrebbe aver perso già metà del suo peso. La lettera è arrivata sul tavolo di Giulio Tremonti qualche giorno fa, mentre si diffondevano le voci che la
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C´è un buco nel secchio europeo - Paul Krugman su Repubblica
Se non fosse drammatica, vista con la lente di un umorismo tragico, la crisi europea sarebbe quasi buffa. Il fatto è che a mano a mano che uno dopo l´altro i piani di salvataggio si rivelano inefficaci, i Molto Seri Europei appaiono sempre più ridicoli.
Prima di affrontare l´aspetto tragico, mi soffermerei su quello tragicomico e sulla vecchia canzoncina per bambini, «C´è un buco nel mio secchio», che continua a venirmi in mente. Per chi non la conosce, è la storia di un contadino pigro che si lamenta del buco nel suo secchio. La moglie gli chiede di aggiustarlo, ma ogni azione che la donna suggerisce richiede un´azione precedente. Quando alla fine la moglie gli chiede di prendere l´acqua dal pozzo, lui risponde: «Ma c´è un buco nel mio secchio, cara Liza, cara Liza».
Che cosa ha a che fare ciò con l´Europa? La Grecia, il paese da cui è partita la crisi, è diventata una desolante questione secondaria. Il pericolo adesso è rappresentato da un attacco di un qualche tipo ai titoli dello Stato italiano, la terza economia dell´area euro. Gli investitori, temendo un default, per finanziare il debito italiano ora chiedono interessi più alti. Gli alti tassi d´interesse, rendendo più oneroso il servizio del debito, rafforzano il rischio bancarotta.
Autoalimentandosi in un circolo vizioso, il timore di un default aumenterebbe il rischio che esso si avveri. Per salvare l´euro, occorre contenere la minaccia. Come? La risposta implica giocoforza la creazione di un fondo in grado di concedere, se si rendesse necessario, prestiti all´Italia (e alla Spagna, anch´essa sotto minaccia) per un ammontare sufficiente da permettere all´Italia di non doversi finanziare agli alti tassi del
Prima di affrontare l´aspetto tragico, mi soffermerei su quello tragicomico e sulla vecchia canzoncina per bambini, «C´è un buco nel mio secchio», che continua a venirmi in mente. Per chi non la conosce, è la storia di un contadino pigro che si lamenta del buco nel suo secchio. La moglie gli chiede di aggiustarlo, ma ogni azione che la donna suggerisce richiede un´azione precedente. Quando alla fine la moglie gli chiede di prendere l´acqua dal pozzo, lui risponde: «Ma c´è un buco nel mio secchio, cara Liza, cara Liza».
Che cosa ha a che fare ciò con l´Europa? La Grecia, il paese da cui è partita la crisi, è diventata una desolante questione secondaria. Il pericolo adesso è rappresentato da un attacco di un qualche tipo ai titoli dello Stato italiano, la terza economia dell´area euro. Gli investitori, temendo un default, per finanziare il debito italiano ora chiedono interessi più alti. Gli alti tassi d´interesse, rendendo più oneroso il servizio del debito, rafforzano il rischio bancarotta.
Autoalimentandosi in un circolo vizioso, il timore di un default aumenterebbe il rischio che esso si avveri. Per salvare l´euro, occorre contenere la minaccia. Come? La risposta implica giocoforza la creazione di un fondo in grado di concedere, se si rendesse necessario, prestiti all´Italia (e alla Spagna, anch´essa sotto minaccia) per un ammontare sufficiente da permettere all´Italia di non doversi finanziare agli alti tassi del
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Comanda la paura - Massimo Franco su Corriere della Sera
Iniziare il Consiglio dei ministri straordinario con oltre un'ora di ritardo vuole dire ufficializzare lo scontro tra Silvio Berlusconi e Umberto Bossi sulla riforma delle pensioni, chiesta dagli alleati europei. Ma significa anche mediare tra posizioni agli antipodi. In apparenza, l'esito di questo contrasto è inevitabile. Logica vorrebbe che si aprisse una crisi di governo: sarebbe la «discontinuità» che le opposizioni chiedono come condizione per appoggiare i provvedimenti invocati da Bruxelles; e che il caos nel centrodestra giustificherebbe da tempo.
Il corollario sarebbe un voto anticipato affrontato dalla Lega come se fosse una variante della secessione. Ma per quanto tentato da una rottura che potrebbe sfruttare in campagna elettorale, il Carroccio sembra diviso fra voglia di voltare pagina e paura dello strappo: due pulsioni parallele che sta vivendo da mesi. Per questo si tratta e si rinvia a oggi, affidando a Berlusconi il compito di parlare all'Europa. D'altronde, la polemica con gli alleati dell'Unione è un elemento che accomuna Bossi e Palazzo Chigi, seppure con toni diversi. Il comunicato col quale ieri il premier rifiuta «lezioni» e polemizza con le nazioni che «si autonominano commissari», è tardivo ma chiaro.
Si tratta di una risposta allo sgarbo plateale di Nicolas Sarkozy e di Angela Merkel domenica a Bruxelles. Tende a sottolineare soprattutto l'arroganza del capo di Stato francese, perché la Germania ha corretto la brutta impressione data in conferenza stampa con i sorrisi complici e irridenti per Berlusconi. L'Italia rifiuta, giustamente, di essere il capro espiatorio delle magagne europee. Ma non può neppure usare quanto è successo come alibi per nascondere le sue mancanze. Il catastrofismo che il centrodestra condanna è il sottoprodotto naturale delle pecche del governo.
Senza l'improvvisazione e le esitazioni di cui Berlusconi ha dato prova, l'Italia non si ritroverebbe in
Il corollario sarebbe un voto anticipato affrontato dalla Lega come se fosse una variante della secessione. Ma per quanto tentato da una rottura che potrebbe sfruttare in campagna elettorale, il Carroccio sembra diviso fra voglia di voltare pagina e paura dello strappo: due pulsioni parallele che sta vivendo da mesi. Per questo si tratta e si rinvia a oggi, affidando a Berlusconi il compito di parlare all'Europa. D'altronde, la polemica con gli alleati dell'Unione è un elemento che accomuna Bossi e Palazzo Chigi, seppure con toni diversi. Il comunicato col quale ieri il premier rifiuta «lezioni» e polemizza con le nazioni che «si autonominano commissari», è tardivo ma chiaro.
Si tratta di una risposta allo sgarbo plateale di Nicolas Sarkozy e di Angela Merkel domenica a Bruxelles. Tende a sottolineare soprattutto l'arroganza del capo di Stato francese, perché la Germania ha corretto la brutta impressione data in conferenza stampa con i sorrisi complici e irridenti per Berlusconi. L'Italia rifiuta, giustamente, di essere il capro espiatorio delle magagne europee. Ma non può neppure usare quanto è successo come alibi per nascondere le sue mancanze. Il catastrofismo che il centrodestra condanna è il sottoprodotto naturale delle pecche del governo.
Senza l'improvvisazione e le esitazioni di cui Berlusconi ha dato prova, l'Italia non si ritroverebbe in
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Cointestatari di quelle risate - Michele Serra su Repubblica
Certo che duole, la risatina franco-tedesca di scherno all´indirizzo del nostro (ridicolo) capo del governo. Ma ce la siamo meritata, no? Come italiani, voglio dire, come comunità di persone che non è stata in grado, in quasi vent´anni, prima di evitare e poi di far cessare una tragica farsa che si configurava esattamente tale già in partenza, con tutto quel cerone, quelle promesse assurde, quelle smargiassate da guitto, quella ricchezza smodata, quel reclutamento di mediocri purché obbedienti. E se per questo fallimento storico portiamo tutti almeno una briciola di colpa, l´onorevole Casini, che oggi fa le sue rimostranze da italiano offeso e reclama maggiore rispetto per il nostro Paese, ha invece colpe grandi come una montagna. Insieme a coloro che per anni hanno appoggiato Berlusconi per trarne vantaggi politici e visibilità personale. Non bisognava essere dei geni, e neanche essere di sinistra, per intuire il calibro di quell´uomo e la precarietà di quell´avventura. Se oggi il mondo ride di noi, l´onorevole Casini e l´intero novero degli alleati di Berlusconi, per primi i tanti confindustriali oggi preoccupati ma ieri plaudenti, devono considerarsi, a buon diritto, cointestatari di quelle risate. Ne hanno il diritto, se le sono conquistate sul campo.
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Il gabbiano Max - Massimo Gramellini su La Stampa

Lo scandaletto dei cinque voli aerei regalati a D’Alema da un arzillo faccendiere finirà probabilmente nel vuoto cosmico. E non perché D’Alema sia un comunista amico di magistrati comunisti, come sostengono i gladiatori stilografici dell’imperatore, ma in quanto si tratta solo di una piccola sciatteria di potere, ramo in cui Max è maestro.
La carriera di quest’uomo è stata avversata da continui problemi coi mezzi di trasporto. Ha cominciato muovendosi a piedi e gli hanno contestato le scarpe, troppo di lusso per un leader proletario. Pur di non sporcarle ha chiesto un passaggio al pullman elettorale di Prodi, che però non lo ha lasciato salire e lui giustamente gli ha bucato le gomme. Poi si è comprato la barca, ma le critiche degli invidiosi rimasti sul molo lo hanno affondato.
Così, come il gabbiano Jonathan Livingston, ha deciso di volare più alto. Sopra le umane miserie. Mentre i suoi amici facevano affari con gli amici di Bersani, uno dei quali - arrestato nel luglio scorso - era il responsabile del trasporto aereo per il Pd. (Lo scrivo fra parentesi e col dovuto rispetto: perché il Pd ha un responsabile del trasporto aereo? I dirigenti non possono farsi da soli il check-in?).
Respinto per terra per aria e per mare, a Max non rimaneva che chiudersi in casa. Una parola. Quando ci ha provato, gli hanno contestato anche quella, obbligandolo a traslocare. E poi dicono che c’è immobilismo a sinistra.
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La fiducia dei consumatori arretra di 3 anni - su Repubblica.it

Gli italiani sono sempre più pessimisti. Secondo l'Istat il clima di fiducia dei consumatori italiani è calato ad ottobre di due punti rispetto a settembre: da 92,9 a 94,2. Un valore da record negativo: non eravamo così insicuri dal 2008. Ci sono aspettative meno rosee sull'economia, il futuro, la situazione familiare. Al disorientamento dei consumatori risponde una situazione stagnante per le vendite al dettaglio: - 0,3% rispetto ad agosto. Mentre tiene il settore del "food", con un aumento dell'1,6%, i prodotti non-alimentari calano dell'1,2%. In crisi soprattutto cd, dvd, strumenti musicali e calzature. A risentirne sono soprattutto i negozi di piccole superfici, mentre nella grande distribuzione aumenta il mercato dei discount e dei negozi specializzati, a discapito degli ipermercati. Arriva anche l'allarme di Confcommercio: il saldo fra imprese che chiudono e nuove aziende in apertura, nei primi nove mesi del 2011, è in negativo di ben 23.000 unità.
Crisi di fiducia. A ottobre l'indice del clima di fiducia dei consumatori è calato da 94,2 (settembre) a 92,9, anche se nel Nord Italia la crisi è percepita meno che nel Centro-Sud. E' il racconto di un'Italia pessimista fornito oggi dall'Istat. Si tratta del dato più basso dal luglio del 2008. L'indice che misura il complesso delle attese a breve termine è quello più negativo: si passa da 85,5 a 81,8 in un mese.
La fiducia sulla situazione corrente registra una flessione più contenuta, da 101,2 a 101. I consumatori italiano pongono meno aspettative nel clima economico, che cala da 78,3 a 75,6, mentre quello relativo alla situazione personale scende da 100,6 a 98,6. Peggiorano in particolare le valutazioni presenti e prospettiche
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Brevetti, pomodori e broccoli come auto di lusso - di Andrea Tarquini su Repubblica
Pomodori, patate, broccoli, ogni altro alimento. Oggi li comprate al negozio, al mercatino sotto casa, al supermarket. Dovrete sempre continuare a farlo per nutrirvi, ovviamente, ma in un futuro prossimo potrà costare più caro a voi consumatori e ancor più caro ai produttori, perché le grandi multinazionali dell'agroalimentare brevettano all'Epo (European patents office, ufficio europeo dei brevetti, sede Monaco di Baviera) queste produzioni, e quindi in sostanza se ne assicurano l'esclusiva. Contro questa pratica, incompatibile con normative e leggi della stessa Ue, si terrà domani alle 11 a Monaco una manifestazione internazionale.
Il brevetto per strappare al resto del mondo l'esclusiva della patata, del pomodoro, del broccolo, della bistecca, secondo le associazioni di difesa della natura e della materia vivente come Equivita in Italia, è ormai una strategia portata avanti a carte scoperte da multinazionali come Monsanto, Dupont, Syngenta, Bayer, Basf solo per citare alcune tra le più potenti. Domani appunto l'Ufficio europeo dei brevetti annullerà il ricorso contro il brevetto sul broccolo (EP10698199), e in quel giorno è convocata la manifestazione davanti alla sua sede nella capitale bavarese. Poi seguirà il brevetto sul pomodoro (EP1211926). In altre parole, per spiegare tutto ai profani: chi vorrà coltivare pomodori dovrà pagare ogni anno al detentore del brevetto, cioè a una multinazionale, una royalty, un diritto di brevetto. Cioè coltivare broccoli o pomodori, materia vivente e patrimonio alimentare comune dell'umanità, verrà equiparato a produrre una bella Bmw o
Il brevetto per strappare al resto del mondo l'esclusiva della patata, del pomodoro, del broccolo, della bistecca, secondo le associazioni di difesa della natura e della materia vivente come Equivita in Italia, è ormai una strategia portata avanti a carte scoperte da multinazionali come Monsanto, Dupont, Syngenta, Bayer, Basf solo per citare alcune tra le più potenti. Domani appunto l'Ufficio europeo dei brevetti annullerà il ricorso contro il brevetto sul broccolo (EP10698199), e in quel giorno è convocata la manifestazione davanti alla sua sede nella capitale bavarese. Poi seguirà il brevetto sul pomodoro (EP1211926). In altre parole, per spiegare tutto ai profani: chi vorrà coltivare pomodori dovrà pagare ogni anno al detentore del brevetto, cioè a una multinazionale, una royalty, un diritto di brevetto. Cioè coltivare broccoli o pomodori, materia vivente e patrimonio alimentare comune dell'umanità, verrà equiparato a produrre una bella Bmw o
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Scoppola ci direbbe - Pierluigi Castagnetti su Europa
Quanto manca al sistema politico italiano e in particolare al Partito democratico Pietro Scoppola? Moltissimo. Manca la sua straordinaria capacità di lettura in chiave storiografica dei processi politici, manca la sua autorevolezza morale che gli consentiva di giudicare con rispetto e con spirito di verità avvenimenti e persone, manca la passione con cui partecipava alla costruzione dei disegni che aveva contributo a delineare, manca la sua fede di “cristiano a modo suo” con cui sapeva penetrare le vicende della politica e quelle della chiesa.
È morto quattro anni fa nello stesso giorno in cui è nato il Partito democratico. Straordinaria coincidenza. Il Partito democratico era stato infatti l’ultima esperienza politica a cui aveva offerto un contributo di pensiero assolutamente decisivo, ma è stato anche – tra le cose della politica – ragione di una delle sue ultime amarezze. Fu uno dei tre saggi cui venne affidato il compito di stendere il documento di base, documento peraltro ampiamente disatteso da altri che seguirono.
Ma anche quel documento non lo vide soddisfatto sino in fondo, nel senso che lo trovava carente della apertura necessaria al contributo che la fede e la stessa chiesa possono recare alla politica. Per cogliere il senso di quell’amarezza, occorre ricordare il legame particolare che Scoppola avvertiva con la tradizione del cattolicesimo democratico e, in particolare, con l’esperienza degasperiana. Non era mai stato iscritto alla Democrazia cristiana né al Partito popolare italiano, quantunque fosse stato eletto senatore come indipendente nelle liste della Dc dal 1983 al 1987, ma ne ha sempre rivendicato il valore storico nella costruzione della democrazia italiana. In una conferenza che fece a Modena il 12 novembre 1976 per
È morto quattro anni fa nello stesso giorno in cui è nato il Partito democratico. Straordinaria coincidenza. Il Partito democratico era stato infatti l’ultima esperienza politica a cui aveva offerto un contributo di pensiero assolutamente decisivo, ma è stato anche – tra le cose della politica – ragione di una delle sue ultime amarezze. Fu uno dei tre saggi cui venne affidato il compito di stendere il documento di base, documento peraltro ampiamente disatteso da altri che seguirono.
Ma anche quel documento non lo vide soddisfatto sino in fondo, nel senso che lo trovava carente della apertura necessaria al contributo che la fede e la stessa chiesa possono recare alla politica. Per cogliere il senso di quell’amarezza, occorre ricordare il legame particolare che Scoppola avvertiva con la tradizione del cattolicesimo democratico e, in particolare, con l’esperienza degasperiana. Non era mai stato iscritto alla Democrazia cristiana né al Partito popolare italiano, quantunque fosse stato eletto senatore come indipendente nelle liste della Dc dal 1983 al 1987, ma ne ha sempre rivendicato il valore storico nella costruzione della democrazia italiana. In una conferenza che fece a Modena il 12 novembre 1976 per
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Chiamparino: «Tav, centrosinistra si gioca la sua credibilità» di Jolanda Bufalini su L'Unità
Non si può andare con «’na scarpa e ‘n soch», con una scarpa e uno zoccolo. Dopo il corteo pacifico no tav in Val di Susa, Sergio Chiamparino è più che mai convinto sulla Torino-Lione, «il dissenso è legittimo, impedire il cantiere sarebbe una prevaricazione ed è giusto che la maggioranza si difenda».
La Tav è una discriminante per la coalizione di centro sinistra?
«È una delle tante questioni che segnano l’arretratezza dell’Italia rispetto agli altri sistemi europei. È stato Jacques Delors ad avviare questi progetti, sulla base di una ragionevole visione riformistica per la quale bisogna spostare un po’ per volta i viaggiatori dagli aerei e le merci dai camion al meno inquinante trasporto su ferrovia. La “soi disant” sinistra ha perso di vista valori e obiettivi generali».
Difendere l’ambiente nella Valle di Susa non è di sinistra?
«Sarà che io sono della generazione in cui la ferrovia aveva un po’ il valore dell’elettrificazione, ma a me sembra che quella sia la posizione conservatrice del buon selvaggio. C’è un crinale che separa la sinistra di governo da una sinistra protestataria che ha bisogno di totem negativi. Ma se Merkel e Sarkozy ci prendono in giro, e non avrebbero dovuto farlo, questo è in primo luogo a causa del premier e della sua corte dei miracoli, ma anche perché in Italia non si porta mai a conclusione niente».
Non avrebbero dovuto ridere?
«No, perché l’Italia merita rispetto».
Il sì alla Tav è una condizione per la coalizione con Sel e Idv?
«Avrei fatto volentieri quella foto con Vendola e Di Pietro se nella dedica ci fosse stato scritto “siamo a favore della Tav”. Non solo la Tav, naturalmente, ma l’accordo su alcuni simboli e dati concreti di programma che facciano da spartiacque per tutti. Io non voto per un’allenza che non dia garanzie e certezze
La Tav è una discriminante per la coalizione di centro sinistra?
«È una delle tante questioni che segnano l’arretratezza dell’Italia rispetto agli altri sistemi europei. È stato Jacques Delors ad avviare questi progetti, sulla base di una ragionevole visione riformistica per la quale bisogna spostare un po’ per volta i viaggiatori dagli aerei e le merci dai camion al meno inquinante trasporto su ferrovia. La “soi disant” sinistra ha perso di vista valori e obiettivi generali».
Difendere l’ambiente nella Valle di Susa non è di sinistra?
«Sarà che io sono della generazione in cui la ferrovia aveva un po’ il valore dell’elettrificazione, ma a me sembra che quella sia la posizione conservatrice del buon selvaggio. C’è un crinale che separa la sinistra di governo da una sinistra protestataria che ha bisogno di totem negativi. Ma se Merkel e Sarkozy ci prendono in giro, e non avrebbero dovuto farlo, questo è in primo luogo a causa del premier e della sua corte dei miracoli, ma anche perché in Italia non si porta mai a conclusione niente».
Non avrebbero dovuto ridere?
«No, perché l’Italia merita rispetto».
Il sì alla Tav è una condizione per la coalizione con Sel e Idv?
«Avrei fatto volentieri quella foto con Vendola e Di Pietro se nella dedica ci fosse stato scritto “siamo a favore della Tav”. Non solo la Tav, naturalmente, ma l’accordo su alcuni simboli e dati concreti di programma che facciano da spartiacque per tutti. Io non voto per un’allenza che non dia garanzie e certezze
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martedì 25 ottobre 2011
Commissariati da "Merkozy" - Tito Boeri su Repubblica
DOVEVA ESSERE il week-end del salvataggio dell'euro e dell'intera costruzione europea. Lo ricorderemo invece per i sorrisi sarcastici di Sarkozy alla conferenza stampa in chiusura del vertice europeo, quando gli è stato chiesto un giudizio sugli impegni presi dal nostro presidente del Consiglio. Lo ricorderemo per gli ammiccamenti fra il presidente francese e Angela Merkel.
Lo ricorderemo per il lungo silenzio di quest'ultima di fronte ai dubbi espressi in modo così evidente sulla credibilità di chi rappresenta il nostro Paese. Questo teatrino non solo è umiliante, ma anche ha dei costi per tutti noi: è difficile per chi guarda all'Italia dall'estero scindere le opinioni sul nostro presidente del Consiglio da quelle sulle nostre istituzioni.
Ieri il "duunvirato Merkozy" ha operato un netto distinguo tra, da una parte, Grecia e Italia e, dall'altra, gli altri paesi coinvolti nella crisi del debito. Si sono rivolti a Berlusconi e a Papandreou come se fossero loro il problema, come se avessero "la stessa faccia", e le nostre istituzioni fossero della "stessa razza" di quelle che in Grecia hanno per lungo tempo occultato le vere dimensioni del deficit pubblico. Spiace ritrovarsi accomunati a chi ha scatenato la crisi del debito, ed è per noi ingeneroso ogni parallelo fra le istituzioni che monitorano e certificano i conti pubblici nei due paesi. Ma è innegabile che portiamo grandi responsabilità se non nella genesi, quanto meno nell'escalation della crisi, per i pesanti ritardi con cui il nostro governo è intervenuto in questi mesi.
Ed è del tutto comprensibile che i contribuenti tedeschi e francesi che dovranno impegnarsi di più per tenere l'Euro in piedi si vogliano oggi tutelare contro il rischio che chi beneficia degli aiuti ne approfitti per rinviare ulteriormente scelte difficili quanto inevitabili. A ben vedere il problema è tutto lì: non usciremo dalla crisi fin quando non solo i leader, ma anche l'opinione pubblica francese e dei paesi dell'ex area del marco si saranno convinte che gli strumenti di salvataggio che si vanno faticosamente approntando a livello europeo
Ieri il "duunvirato Merkozy" ha operato un netto distinguo tra, da una parte, Grecia e Italia e, dall'altra, gli altri paesi coinvolti nella crisi del debito. Si sono rivolti a Berlusconi e a Papandreou come se fossero loro il problema, come se avessero "la stessa faccia", e le nostre istituzioni fossero della "stessa razza" di quelle che in Grecia hanno per lungo tempo occultato le vere dimensioni del deficit pubblico. Spiace ritrovarsi accomunati a chi ha scatenato la crisi del debito, ed è per noi ingeneroso ogni parallelo fra le istituzioni che monitorano e certificano i conti pubblici nei due paesi. Ma è innegabile che portiamo grandi responsabilità se non nella genesi, quanto meno nell'escalation della crisi, per i pesanti ritardi con cui il nostro governo è intervenuto in questi mesi.
Ed è del tutto comprensibile che i contribuenti tedeschi e francesi che dovranno impegnarsi di più per tenere l'Euro in piedi si vogliano oggi tutelare contro il rischio che chi beneficia degli aiuti ne approfitti per rinviare ulteriormente scelte difficili quanto inevitabili. A ben vedere il problema è tutto lì: non usciremo dalla crisi fin quando non solo i leader, ma anche l'opinione pubblica francese e dei paesi dell'ex area del marco si saranno convinte che gli strumenti di salvataggio che si vanno faticosamente approntando a livello europeo
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Il nostro tempo, il giorno dopo - Pippo Civati su Ilpost
Che cosa mi piace, già lo sapete. E, però, vorrei aggiungere quello che della due giorni a Bologna è piaciuto a me. Non come “promessa del centrosinistra dei miei coglioni”, come mi ha giustamente definito Sergio Staino, un giorno (ed era affettuoso, non fraintendetemi). Ma come ospite dell’iniziativa. Come cittadino e come elettore del centrosinistra. Perché ciascuno di noi, prima di tutto, è un cittadino. E, nonostante tutto, elettore del Pd e del centrosinistra.
Sono andato a Bologna per capire anch’io, che vi credete? Sono andato ad ascoltare Marco Makkox, ad esempio, che parlava di umanità, interpretandola. Sono andato a sentire Paolo Pileri, che parlava di consumo di suolo. E di suole, per contrastarlo. Sono stato colpito da Fabio Geda e da Ilda Curti. Ho aspettato che arrivasse Michele Emiliano e Giulio Cavalli, evidentemente imbottigliati nel tunnel Gelmini. E mi sono augurato, sinceramente, che questa volta Bersani, alla fine, poi sarebbe arrivato. E con lui il Professore, che abita lì vicino. Ma non fa niente, è andata bene anche così. Anzi, è andata benissimo.
Sono andato per capire se si può costruire un rapporto con i movimenti, con la società civile, con il mondo del lavoro e delle professioni, se ci si può prendere il rischio di parlare di tasse in una piazza (grandiosi Modiano e Taddei) e se si può far parlare chi deve andare in pensione di pensioni, senza che difenda la propria posizione (e Rita Castellani è stata autorevole e precisa, come sempre).
Sono andato per ascoltare Emanuele Toscano, che non ha potuto parlare sabato scorso, a Roma, perché c’erano gli stronzi in piazza San Giovanni. Sono andato per capire se riuscivamo davvero a organizzare quel congresso di nuova generazione, del centrosinistra, con il Pd al centro. Ma non dello schieramento politico (come vorrebbe qualcuno): in centro città, potremmo dire, e al centro di un progetto politico di cui è protagonista.
Sono andato per collaborare con Debora e con tutti gli altri, che erano tanti, tantissimi, e per capire se possiamo davvero essere compagni di viaggio, in questo cammino lungo e insidioso sul quale siamo da tempo avviati.
Ho preso freddo, come tutti, e, con tutti, mi scuso: l’anno prossimo la facciamo prima, l’iniziativa, ma è stata
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Nicola Zingaretti e Vasco Errani
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Dialogo con un evasore. Le proposte per il Fisco 2.0 - di Ernesto Maria Ruffini
Ciao, io sono Cinzia e faccio l’estetista. (C)
Ciao, io sono Ernesto e sono un avvocato. (E)
(C) Con il mio lavoro guadagno bene, anche perché non ho mai pagato le tasse.
(E) Forse dovevo essere più preciso: sono un avvocato tributarista. Ah! Nella “Prossima Italia” tutti pagheremo le tasse senza aver bisogno di commercialisti o avvocati tributaristi come me per sapere quanto pagare. E io, a quel punto, dovrò cambiare lavoro.
(C) In Italia, nell’Italia di oggi non nella “Prossima Italia” di cui parli, ora è molto facile evadere le tasse. Basta fare tutto in contanti: fornitori, dipendenti, clienti. Così il Fisco non sa nemmeno che esisto.
(E) La “Prossima Italia” sarà più simile agli altri Paesi europei, dove si usa molto meno contante e dove i pagamenti, anche quelli in contanti, sono comunque tracciabili.
(C) In Italia, invece, il Fisco non ti becca, e manco ti viene a cercare! E se ti va male -ma te deve proprio anda’ male – te la cavi con un condono.
(E) Nella “Prossima Italia”, invece, il Fisco saprà come scovare gli evasori; e non ci sarnno più condoni….
(C) In Italia, se non evadi le tasse non puoi mettere da parte soldi da spendere per te e la tua famiglia…
(E) Nella “Prossima Italia”, sconfiggeremo l’evasione fiscale, così potremo recuperare i soldi da ridistribuire equamente a tutti, anche per te e per la tua famiglia. Pagheremo tutti, ma pagheremo tutti di meno.
(C) In Italia se negli ultimi anni avessi pagato le tasse, ora non avrei i soldi per far curare mia madre in una clinica. Sarebbe ancora in lista d’attesa per un posto letto nell’ospedale pubblico!
(E) Nella “Prossima Italia” avremo finalmente imparato che una fattura non emessa non è una “furbata”, ma è un furto: Un furto che equivale a un posto letto in meno in ospedale per i nostri
Ciao, io sono Ernesto e sono un avvocato. (E)
(C) Con il mio lavoro guadagno bene, anche perché non ho mai pagato le tasse.
(E) Forse dovevo essere più preciso: sono un avvocato tributarista. Ah! Nella “Prossima Italia” tutti pagheremo le tasse senza aver bisogno di commercialisti o avvocati tributaristi come me per sapere quanto pagare. E io, a quel punto, dovrò cambiare lavoro.
(C) In Italia, nell’Italia di oggi non nella “Prossima Italia” di cui parli, ora è molto facile evadere le tasse. Basta fare tutto in contanti: fornitori, dipendenti, clienti. Così il Fisco non sa nemmeno che esisto.
(E) La “Prossima Italia” sarà più simile agli altri Paesi europei, dove si usa molto meno contante e dove i pagamenti, anche quelli in contanti, sono comunque tracciabili.
(C) In Italia, invece, il Fisco non ti becca, e manco ti viene a cercare! E se ti va male -ma te deve proprio anda’ male – te la cavi con un condono.
(E) Nella “Prossima Italia”, invece, il Fisco saprà come scovare gli evasori; e non ci sarnno più condoni….
(C) In Italia, se non evadi le tasse non puoi mettere da parte soldi da spendere per te e la tua famiglia…
(E) Nella “Prossima Italia”, sconfiggeremo l’evasione fiscale, così potremo recuperare i soldi da ridistribuire equamente a tutti, anche per te e per la tua famiglia. Pagheremo tutti, ma pagheremo tutti di meno.
(C) In Italia se negli ultimi anni avessi pagato le tasse, ora non avrei i soldi per far curare mia madre in una clinica. Sarebbe ancora in lista d’attesa per un posto letto nell’ospedale pubblico!
(E) Nella “Prossima Italia” avremo finalmente imparato che una fattura non emessa non è una “furbata”, ma è un furto: Un furto che equivale a un posto letto in meno in ospedale per i nostri
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Marina Terragni e Stefano Boeri
Un altro Pd è possibile anzi necessario: le proposte di Marina Terragni e Stefano Boeri.
Marina Terragni e Stefano Boeri from Prossimaitalia on Vimeo.
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Il Paese sospeso tra indignazione e sfiducia - Ilvo diamanti su Repubblica
Questa legislatura resiste. Malgrado che, da mesi, tutti ne evochino la fine. Invocata dall´opposizione, esorcizzata dalla maggioranza. Malgrado che gran parte degli elettori (oltre il 70%) ritenga la parabola di Berlusconi ormai conclusa. Non credono alla risalita del Cavaliere neppure gli elettori del Pdl (45%), tantomeno i leghisti (20%). Tuttavia, si prosegue. O meglio, si staziona. Mentre la sfiducia dei cittadini cresce, insieme all´incertezza nel futuro. I dati dell´Atlante Politico di Demos, raccolti attraverso un sondaggio condotto durante la scorsa settimana, descrivono, infatti, uno scenario statico e pressoché stagnante, sul piano elettorale.
I due principali partiti confermano il loro debole primato nella coalizione. Il Pd, in lieve calo, si attesta intorno al 28%. Il Pdl, in lieve crescita, raggiunge il 26%.
Insieme superano di poco il 54%. Alle politiche del 2008 erano oltre il 70%. Una conferma di più che la prospettiva bipartitica è ormai illusoria. Ma, soprattutto, un segno di crisi del bipolarismo così come l´abbiamo conosciuto. D´altronde, gli alleati dei due partiti maggiori - IdV e SEL, a centrosinistra, la Lega, a centrodestra - occupano uno spazio rilevante. Ma non possono svolgere un ruolo aggregante. Non ne hanno la vocazione e tanto meno il peso. La Lega, peraltro, appare in calo sensibile.
Gli scenari elettorali tracciati in base alle possibili coalizioni confermano le tendenze dell´ultimo anno. Il Centrosinistra – impostato sull´alleanza fra PD, IdV e SEL – sembra in grado di prevalere comunque. Da solo, in una competizione a tre, contro il Centrodestra e il Centro. A maggior ragione, se alleato con il Centro. Ma anche messo di fronte al Centrodestra allargato al Centro. Il quale conferma la sua difficoltà coalizionale. Perché i suoi elettori soffrono ogni spostamento; verso sinistra, ma anche verso destra. Mentre da solo il Terzo Polo allargherebbe i consensi molto al di là della somma del voto attribuito ai partiti che ne fanno parte – UdC, API, FLI. Le stime di voto si riflettono nelle previsioni degli elettori. Quasi il 50% di essi pensa che se si votasse oggi vincerebbe il Centrosinistra, il 37% il Centrodestra, per il quale significa 10 punti in più rispetto a un mese fa. La ripresa del Centrodestra, nella percezione degli elettori è favorita, forse, dal successo alle Regionali in Molise, per quanto stentato. Ma è, soprattutto, un segno che si respira aria di
Gli scenari elettorali tracciati in base alle possibili coalizioni confermano le tendenze dell´ultimo anno. Il Centrosinistra – impostato sull´alleanza fra PD, IdV e SEL – sembra in grado di prevalere comunque. Da solo, in una competizione a tre, contro il Centrodestra e il Centro. A maggior ragione, se alleato con il Centro. Ma anche messo di fronte al Centrodestra allargato al Centro. Il quale conferma la sua difficoltà coalizionale. Perché i suoi elettori soffrono ogni spostamento; verso sinistra, ma anche verso destra. Mentre da solo il Terzo Polo allargherebbe i consensi molto al di là della somma del voto attribuito ai partiti che ne fanno parte – UdC, API, FLI. Le stime di voto si riflettono nelle previsioni degli elettori. Quasi il 50% di essi pensa che se si votasse oggi vincerebbe il Centrosinistra, il 37% il Centrodestra, per il quale significa 10 punti in più rispetto a un mese fa. La ripresa del Centrodestra, nella percezione degli elettori è favorita, forse, dal successo alle Regionali in Molise, per quanto stentato. Ma è, soprattutto, un segno che si respira aria di
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Colpe non solo nostre - Franco Venturini su Corriere della Sera
Non è stato bello, per un italiano, assistere ieri a Bruxelles alla conferenza stampa congiunta di Merkel e Sarkozy. Non è stato bello per un italiano, poco importa se berlusconiano o antiberlusconiano oppure ancora, come noi, semplice cronista. Perché per tutta la durata dell'incontro della cancelliera tedesca e del presidente francese con la stampa internazionale il capo del nostro governo, che all'estero piaccia o non piaccia ci rappresenta tutti, è stato deriso (letteralmente, con una sonora risata e gli occhi al cielo dei due), indicato come inadempiente sulle misure nazionali da adottare contro la crisi dei debiti sovrani, messo tacitamente sullo stesso piano della Grecia (Sarkò ha enumerato in un separato elenco Irlanda, Portogallo e anche Spagna), accettato a fatica come interlocutore (e soltanto a questo titolo definito degno di fiducia dalla Merkel).
Se si calcola che nel palazzo del Consiglio europeo regnano di norma linguaggio diplomatico e moderazione di comportamenti, diventa facile capire perché Francia e Germania — certamente decisive per riuscire a galleggiare nello tsunami dell'euro — siano riuscite a irritare buona parte dei loro partner comunitari.
Ma detto degli eccessi della Merkel e di Sarkozy, come non chiederci se e quanta ragione avevano? Il governo Berlusconi è in effetti inadempiente e non ha portato a Bruxelles quel decreto sviluppo che già da tempo avrebbe dovuto varare. Così facendo Berlusconi mette a rischio l'intera manovra anticontagio che sarà varata mercoledì. E non sono serviti a nulla, finora, gli avvertimenti che sono stati fatti pervenire a Roma sulla tagliola che Sarkozy ha di nuovo ribadito ieri: per chi non fa la propria parte di lavoro, niente aiuti di solidarietà dal Fondo salva Stati. L'incontenibile e ostentata irritazione franco-tedesca, dunque, non è priva di motivazioni. Si dice anzi che in forme più morbide parecchi altri soci europei la condividano. Ed è
Se si calcola che nel palazzo del Consiglio europeo regnano di norma linguaggio diplomatico e moderazione di comportamenti, diventa facile capire perché Francia e Germania — certamente decisive per riuscire a galleggiare nello tsunami dell'euro — siano riuscite a irritare buona parte dei loro partner comunitari.
Ma detto degli eccessi della Merkel e di Sarkozy, come non chiederci se e quanta ragione avevano? Il governo Berlusconi è in effetti inadempiente e non ha portato a Bruxelles quel decreto sviluppo che già da tempo avrebbe dovuto varare. Così facendo Berlusconi mette a rischio l'intera manovra anticontagio che sarà varata mercoledì. E non sono serviti a nulla, finora, gli avvertimenti che sono stati fatti pervenire a Roma sulla tagliola che Sarkozy ha di nuovo ribadito ieri: per chi non fa la propria parte di lavoro, niente aiuti di solidarietà dal Fondo salva Stati. L'incontenibile e ostentata irritazione franco-tedesca, dunque, non è priva di motivazioni. Si dice anzi che in forme più morbide parecchi altri soci europei la condividano. Ed è
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Per un Pd contendibile - Francesco Clementi su Europa
Tre appuntamenti generazionali (l’Aquila, Bologna e Firenze) hanno iniziato a scandire l’agenda di ottobre di molti giovani pd. Tre appuntamenti che, pur con le dovute differenze di lessico, di volti e posizioni, ruotano, sostanzialmente, tutti intorno ad una comune domanda (peraltro in parallelo e in perfetta sintonia con quella presente nel Paese), ossia: come far avvenire, nel Pd, il ricambio della classe dirigente?
Infatti, se le parole spese sul punto da parte dell’attuale dirigenza del Partito democratico – dal segretario Bersani in testa – non si debbano intendere come parole vuote, né se si pensa che quanto sia già avvenuto in tema – pur meritevole – possa essere sufficiente a soddisfare la generazione che vive già il futuro (altrimenti, a controprova, non sarebbero state organizzate, anche da membri della segreteria nazionale, tre – dico tre! – assemblee nazionali, tanto distinte ma, in fondo, così poco distanti in merito tra loro), è necessario confrontarsi con questa domanda e sulle condizioni, politiche e statutarie, che possano favorire al meglio una risposta efficace.
Il tema, dunque, è quello della contendibilità interna. Se si vuole, un “classico” per ogni struttura sociale; e tuttavia, un topos che diviene, a maggior ragione, ineludibile per un partito politico che, nato da appena cinque anni in un’ottica moderna di tipo post-ideologico, aspira al governo del paese. L’esperienza comparata, in questo quadro, è assai chiara. A parte quelli “del predellino”, tutti i partiti, con un ritmo in genere non inferiore ai quattro anni, prevedono sostanzialmente un congresso degli iscritti che vota dei leader, esponenti di piattaforme alternative.
All’esito di questa votazione di tipo competitivo, il leader più votato rappresenta la maggioranza del partito e legittimamente ne determina la linea politica con la quale presentarsi agli elettori.
Si direbbe, quindi, nulla quaestio, anche perché pure il Pd si caratterizza, pressoché con le medesime modalità, prevedendo appunto nello statuto che ogni quattro anni vi sia una piena contendibilità politica interna.
Eppure, un partito politico non è un moloch. Esso esercita la sua presenza sociale al meglio proprio immergendosi il più possibile nel contesto sociale, cioè nella realtà. E la
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Dieci proposte (a costo zero) per dare una scossa all’Italia - Alberto Alesina Francesco Giavazzi su Corriere della Sera
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| Francesco Giavazzi |
L’Italia ha bisogno di una scossa, non di pannicelli. Innanzitutto, smettiamola di illuderci che grandi progetti come l’Expo di Milano o qualche nuova autostrada siano la via per la crescita. Il rendimento di queste opere è ampiamente sopravvalutato. La scarsità di infrastrutture fisiche non è la priorità del Paese. E allora che fare? Le proposte, certo non nuove, su cui ancora una volta torniamo, hanno una caratteristica comune: non costano nulla, anzi alcune consentirebbero allo Stato di risparmiare.
1) Sbloccare il mercato del lavoro con una progressiva introduzione di contratti unici che eliminino al tempo stesso sia l’eccessiva precarietà sia la perfetta inamovibilità dei dipendenti di alcuni settori.
2) Sostituire la cassa integrazione con sussidi di disoccupazione temporanei, ispirandosi alla flex security
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venerdì 21 ottobre 2011
Chi cambierà il PD - su IlPost
Questo weekend si terrà a Bologna la riunione convocata insieme da Pippo Civati e Debora Serracchiani: rispettivamente consigliere regionale e deputata europea del Partito Democratico, i due più visibili esponenti delle possibilità di rinnovamento – generazionale e non solo – di quel partito, assieme al sindaco di Firenze il quale ha programmato invece per il fine settimana successivo una sua convention fiorentina, un anno dopo quella che già organizzò con Civati nella stessa stazione Leopolda. Nel frattempo si sono visti per la seconda volta in due mesi – stavolta all’Aquila – alcuni trenta-quarantenni del PD più fedeli alla attuale dirigenza del partito ma con loro ambizioni di ricambio, meno sovversive.
I movimenti di queste persone – che si portano dietro idee, progetti e visioni già molto ricchi e che saranno ulteriormente arricchiti nei due incontri prossimi – uniti alla precarietà confusa dello scenario politico, creano una situazione propizia come non è mai stata per un eventuale e auspicabile cambiamento del maggiore partito di opposizione, che ha la responsabilità di essere da modello per un auspicabilissimo rinnovamento generale del paese e invece continua ad apparire gestito con meccanismi e letture antiche da persone che lo hanno governato in tempi diversi e lontani (con ampi meriti ma anche una recente cospicua dose di fallimenti) e che non mostrano oggi di essere in grado di attrarre sufficienti nuovi consensi di fronte alla crisi del centrodestra. E il cambiamento del Partito Democratico e la sua capacità di raccogliere forze e pensieri nuovi di cui oggi parla Stefano Menichini passano inevitabilmente per un eventuale ricambio della leadership, come avviene in ogni trasformazione politica. Vediamo di capire quali sono i protagonisti in ballo, come si
I movimenti di queste persone – che si portano dietro idee, progetti e visioni già molto ricchi e che saranno ulteriormente arricchiti nei due incontri prossimi – uniti alla precarietà confusa dello scenario politico, creano una situazione propizia come non è mai stata per un eventuale e auspicabile cambiamento del maggiore partito di opposizione, che ha la responsabilità di essere da modello per un auspicabilissimo rinnovamento generale del paese e invece continua ad apparire gestito con meccanismi e letture antiche da persone che lo hanno governato in tempi diversi e lontani (con ampi meriti ma anche una recente cospicua dose di fallimenti) e che non mostrano oggi di essere in grado di attrarre sufficienti nuovi consensi di fronte alla crisi del centrodestra. E il cambiamento del Partito Democratico e la sua capacità di raccogliere forze e pensieri nuovi di cui oggi parla Stefano Menichini passano inevitabilmente per un eventuale ricambio della leadership, come avviene in ogni trasformazione politica. Vediamo di capire quali sono i protagonisti in ballo, come si
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Ma la Casta non si indigna di se stessa - Massimo Gramellini su La Stampa
Il ministero dell’Economia, sempre così lento quando si tratta di trovare fondi per lo sviluppo, ha deliberato con lestezza da furetto che il taglio degli stipendi si applica a tutti i dirigenti pubblici tranne che a ministri e sottosegretari. Non solo a lorsignori non verrà più trattenuto neppure un euro, ma con la busta paga di novembre si vedranno restituire con tante scuse le decurtazioni dei mesi scorsi.
Da tempo attendiamo dalla Casta un segnale di rinsavimento, un gesto minimo di coerenza che inauguri qualche cambio d’abitudini. Per far digerire i sacrifici di Ferragosto ci avevano promesso la riduzione dei parlamentari, l’abolizione delle Province e altre prelibatezze. Ma che fine ha riservato l’autunno alle parole fiorite davanti ai microfoni estivi? La riduzione dei parlamentari è appassita all’interno dell’ennesimo progetto di riforma universale delle istituzioni, il Calderolone, che come tutti i suoi predecessori non verrà mai approvato.
L’ abolizione di alcune Province, già annunciata in pompa magna dal governo, è attualmente stipata nell’ultimo ripiano del freezer, in attesa che qualcuno si ricordi di scongelarla, ma vedrete che resterà lì. E il ridimensionamento delle retribuzioni? Per essere sicuri che non si facesse, è stata istituita una commissione apposita che avrebbe dovuto decidere entro il 31 dicembre, se non fosse già nata con la deroga incorporata: fino al 31 marzo, quando si andrà a votare oppure si ricomincerà a prorogare. Ah, ma almeno per i vitalizi nessuna pietà. A-bo-li-ti. Dalla prossima legislatura, naturalmente. E solo dopo la creazione di un nuovo sistema previdenziale. Chi lo indicherà? Ma una commissione. Prorogabile. Prorogabilissima.
Il sondaggio mostrato l’altra sera a Ballarò da Pagnoncelli era piuttosto sconvolgente: il 61% dei cittadini italiani ritiene seriamente che l’intervento prioritario contro la crisi non sia la detassazione del lavoro, la
Da tempo attendiamo dalla Casta un segnale di rinsavimento, un gesto minimo di coerenza che inauguri qualche cambio d’abitudini. Per far digerire i sacrifici di Ferragosto ci avevano promesso la riduzione dei parlamentari, l’abolizione delle Province e altre prelibatezze. Ma che fine ha riservato l’autunno alle parole fiorite davanti ai microfoni estivi? La riduzione dei parlamentari è appassita all’interno dell’ennesimo progetto di riforma universale delle istituzioni, il Calderolone, che come tutti i suoi predecessori non verrà mai approvato.
L’ abolizione di alcune Province, già annunciata in pompa magna dal governo, è attualmente stipata nell’ultimo ripiano del freezer, in attesa che qualcuno si ricordi di scongelarla, ma vedrete che resterà lì. E il ridimensionamento delle retribuzioni? Per essere sicuri che non si facesse, è stata istituita una commissione apposita che avrebbe dovuto decidere entro il 31 dicembre, se non fosse già nata con la deroga incorporata: fino al 31 marzo, quando si andrà a votare oppure si ricomincerà a prorogare. Ah, ma almeno per i vitalizi nessuna pietà. A-bo-li-ti. Dalla prossima legislatura, naturalmente. E solo dopo la creazione di un nuovo sistema previdenziale. Chi lo indicherà? Ma una commissione. Prorogabile. Prorogabilissima.
Il sondaggio mostrato l’altra sera a Ballarò da Pagnoncelli era piuttosto sconvolgente: il 61% dei cittadini italiani ritiene seriamente che l’intervento prioritario contro la crisi non sia la detassazione del lavoro, la
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Soldi, auto ed elicotteri Niente tagli, siamo politici - Sergio Rizzo su Corriere della Sera
La stampa ha preso l'ennesima cantonata. Ci era sembrato di capire che i politici avrebbero pagato sugli stipendi più alti una tassa doppia di quella già applicata a tutti i dipendenti pubblici dall'inizio di quest'anno. Ovvero, il 10% anziché il 5% oltre i 90 mila euro, e il 20% invece del 10% oltre i 150 mila. Ma ci eravamo sbagliati. Almeno a giudicare dalla nota con cui il dirigente del ministero dell'Economia Roberta Lotti, come ha rivelato Italia oggi , ha precisato che ministri e sottosegretari quella tassa non la dovranno pagare per nulla.
Il motivo? Non sono lavoratori dipendenti bensì titolari di «cariche politiche». Perciò, niente sforbiciata. Anzi: a novembre verranno rimborsati a Lorsignori i tagli erroneamente applicati dallo scorso gennaio. Tanto per fargli passare un Natale più sereno di quello che aspetta milioni di italiani.
Siamo alle solite. Nel momento in cui la cinghia è sempre più stretta e di fronte alle richieste di interventi per uscire dalla crisi il presidente del Consiglio allarga le braccia ammettendo «non ci sono soldi, ci inventeremo qualcosa», arrivano dal Palazzo segnali ai confini della realtà.
Surreale è il tema in discussione al «question time» di martedì nel Consiglio regionale della Lombardia: a che cosa serve l'eliporto realizzato per la nuova sede della Regione? Domanda rimasta inevasa ma che inevitabilmente ne suscita una seconda: quale sarà il colore dell'elicottero che si alzerà da quel tetto? Sulle dimensioni potremmo già farci un'idea. La pista con «diametro di 26 metri e portanza di 6,4 tonnellate», come spiega il sito internet regionale può consentire perfino il decollo e l'atterraggio di un mostro tipo Agusta AW 139, elicottero da supervip in grado di ospitare fino a 15 passeggeri. Ma il colore? Forse il classico blu delle possenti berline di servizio? Aspettando di avere maggiori dettagli sul motivo per cui il nuovo luccicante quartier generale del governatore Roberto Formigoni disponga di un eliporto validato per 40 (quaranta) voli settimanali (uno all'ora per ogni ora di lavoro), secondo quanto ha dichiarato ieri
Surreale è il tema in discussione al «question time» di martedì nel Consiglio regionale della Lombardia: a che cosa serve l'eliporto realizzato per la nuova sede della Regione? Domanda rimasta inevasa ma che inevitabilmente ne suscita una seconda: quale sarà il colore dell'elicottero che si alzerà da quel tetto? Sulle dimensioni potremmo già farci un'idea. La pista con «diametro di 26 metri e portanza di 6,4 tonnellate», come spiega il sito internet regionale può consentire perfino il decollo e l'atterraggio di un mostro tipo Agusta AW 139, elicottero da supervip in grado di ospitare fino a 15 passeggeri. Ma il colore? Forse il classico blu delle possenti berline di servizio? Aspettando di avere maggiori dettagli sul motivo per cui il nuovo luccicante quartier generale del governatore Roberto Formigoni disponga di un eliporto validato per 40 (quaranta) voli settimanali (uno all'ora per ogni ora di lavoro), secondo quanto ha dichiarato ieri
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Aprire le porte alla pressante richiesta di democrazia che tanti manifestano - Maria Zegarelli su L'Unità
Prima ancora che si consumi il «big bang» della politica Matteo Renzi annuncia sorprese. Dice che dalla Leopolda a fine ottobre uscirà fuori il candidato premier. «Non si è risolta la questione della candidatura alle primarie per gli iscritti al Pd, è una vergogna - denuncia il sindaco di Firenze -. Decideremo con i ragazzi del “big bang” alla Leopolda ma uno di noi si candiderà». O forse no. Si candideranno le idee, aggiunge più tardi. Ma intervenendo ad Agorà su Rai3, insiste: «Chi è in Parlamento da 20/25 anni deve andarsene», largo a chi ha «idee» e basta «mettere lì il faccione che vuol dire: mi garba lui o mi garba lei».
Intanto Pippo Civati insieme a Debora Serracchiani - dopo aver preso parte all’iniziativa di sabato scorso a L’Aquila dei trenta-quarantenni - sta ultimando i preparativi dell’altro evento dei giovani democratici, «Il nostro tempo» che si svolgerà a Bologna sabato e domenica nella megastruttura montata in piazza Maggiore. Non fa riferimenti diretti Civati, ma certo che il collegamento parte all’istante. Mettendo da parte il suo approccio filosofico alle umane debolezze esordisce: «Non è il momento di fare gli stronzi, tantomeno di annunciare sorprese. Quello di cui c’è bisogno è di mettere ordine in questa coalizione che si dovrà formare per governare il paese».
Civati annuncia che da Bologna verranno fuori proposte concrete, cinque, su temi concreti, idee «che partono dal Pd, sono per il Pd e per la coalizione», perché quello che vogliono i giovani che si riuniranno a Bologna è andare al voto con un programma che fa vincere. «Il problema - scrive sul suo blog - è quello delle scelte radicali, da assumere, sul fisco e sulle pensioni, ad esempio, per ritrovare quella “misura dell'anima”, dell'uguaglianza, che si traduce in concorrenza leale, in consenso informato, e soprattutto nella possibilità che chi rischia sia premiato più di chi si mantiene o si fa mantenere. Mai come ora è chiaro che la
Intanto Pippo Civati insieme a Debora Serracchiani - dopo aver preso parte all’iniziativa di sabato scorso a L’Aquila dei trenta-quarantenni - sta ultimando i preparativi dell’altro evento dei giovani democratici, «Il nostro tempo» che si svolgerà a Bologna sabato e domenica nella megastruttura montata in piazza Maggiore. Non fa riferimenti diretti Civati, ma certo che il collegamento parte all’istante. Mettendo da parte il suo approccio filosofico alle umane debolezze esordisce: «Non è il momento di fare gli stronzi, tantomeno di annunciare sorprese. Quello di cui c’è bisogno è di mettere ordine in questa coalizione che si dovrà formare per governare il paese».
Civati annuncia che da Bologna verranno fuori proposte concrete, cinque, su temi concreti, idee «che partono dal Pd, sono per il Pd e per la coalizione», perché quello che vogliono i giovani che si riuniranno a Bologna è andare al voto con un programma che fa vincere. «Il problema - scrive sul suo blog - è quello delle scelte radicali, da assumere, sul fisco e sulle pensioni, ad esempio, per ritrovare quella “misura dell'anima”, dell'uguaglianza, che si traduce in concorrenza leale, in consenso informato, e soprattutto nella possibilità che chi rischia sia premiato più di chi si mantiene o si fa mantenere. Mai come ora è chiaro che la
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Dietrofront sullo stipendio dei ministri via i tagli e il contributo sarà restituito - Carmelo Lopapa su Repubblica
Ministri e sottosegretari non sono dipendenti pubblici. Dunque, tagli alle indennità cancellati. E le somme «indebitamente» sottratte, in questi mesi, restituite. Il contrordine viaggia da pochi giorni sulla circolare interpretativa del dicastero dell´Economia che porta il numero di protocollo 150. Ma la gran parte degli uffici di gabinetto - a voler dar credito alla sorpresa dei 64 beneficiari - deve ancora riceverla.
Sancisce una marcia indietro rispetto alla decurtazione del 5 per cento delle retribuzioni eccedenti i 90 mila euro e del 10 oltre i 150 mila euro. La stretta contenuta nella manovra correttiva estiva riguarda i funzionari pubblici, ma il governo Berlusconi l´ha estesa con grande enfasi ai 23 ministri e 41 tra vice e sottosegretari. Un ministro guadagna circa 4 mila euro mensili, oltre all´indennità parlamentare di circa 14 mila euro. Il fatto è che infierire con quella tagliola del 10 per cento sui componenti del governo è stato un errore tecnico, hanno scoperto al ministero di via XX Settembre. E il perché è spiegato nella circolare della quale ieri dava notizia "ItaliaOggi": «Tale personale ricopre una carica politica e non è titolare di un rapporto di lavoro». Sono insomma dei quasi precari, privi di un contratto a tempo indeterminato. Comunque non equiparabili ai boiardi e agli alti funzionari pubblici. Il prelievo è durato tre mesi. Ma il ministero che fa capo a Tremonti fa sapere che con la mensilità di novembre si procederà al rimborso della somma trattenuta. Cifra non è quantificabile, perché dipende da quanto la retribuzione del ministro o sottosegretario ecceda i 150 mila euro. Cifra in qualche caso irrisoria, ma è il valore simbolico della restituzione che rischia di aprire un altro caso di autotutela della "casta".
E dire che quando si è parlato del sacrificio e del buon esempio della politica (era giugno) il responsabile dell´Agricoltura Saverio Romano si era lanciato un po´ in là: «Da luglio lo stipendio dei ministri verrà abolito del tutto». Poi l´abolizione è diventata dimezzamento, quindi il 10 per cento in meno, infine le
Sancisce una marcia indietro rispetto alla decurtazione del 5 per cento delle retribuzioni eccedenti i 90 mila euro e del 10 oltre i 150 mila euro. La stretta contenuta nella manovra correttiva estiva riguarda i funzionari pubblici, ma il governo Berlusconi l´ha estesa con grande enfasi ai 23 ministri e 41 tra vice e sottosegretari. Un ministro guadagna circa 4 mila euro mensili, oltre all´indennità parlamentare di circa 14 mila euro. Il fatto è che infierire con quella tagliola del 10 per cento sui componenti del governo è stato un errore tecnico, hanno scoperto al ministero di via XX Settembre. E il perché è spiegato nella circolare della quale ieri dava notizia "ItaliaOggi": «Tale personale ricopre una carica politica e non è titolare di un rapporto di lavoro». Sono insomma dei quasi precari, privi di un contratto a tempo indeterminato. Comunque non equiparabili ai boiardi e agli alti funzionari pubblici. Il prelievo è durato tre mesi. Ma il ministero che fa capo a Tremonti fa sapere che con la mensilità di novembre si procederà al rimborso della somma trattenuta. Cifra non è quantificabile, perché dipende da quanto la retribuzione del ministro o sottosegretario ecceda i 150 mila euro. Cifra in qualche caso irrisoria, ma è il valore simbolico della restituzione che rischia di aprire un altro caso di autotutela della "casta".
E dire che quando si è parlato del sacrificio e del buon esempio della politica (era giugno) il responsabile dell´Agricoltura Saverio Romano si era lanciato un po´ in là: «Da luglio lo stipendio dei ministri verrà abolito del tutto». Poi l´abolizione è diventata dimezzamento, quindi il 10 per cento in meno, infine le
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Cattolici in politica: il modello resta l’Ulivo - Franco Monaco su Europa
Questa stagione politica è contrassegnata da tre elementi: un desolante degrado morale e civile ai vertici delle istituzioni; la chiusura di un ciclo politico dominato dalla ingombrante figura di Silvio Berlusconi; la frattura, mai così profonda, tra cittadini e politica.
In un tempo così, è benedetto il contributo di tutte le energie morali e sociali che si dichiarino disponibili a un impegno teso a rigenerare la vita pubblica e politica.
E’ il caso dell’iniziativa assunta a Todi da un vasto cartello di sigle cattoliche.
Il sincero, cordiale apprezzamento per tale disponibilità fa premio su tutto. Anche su taluni limiti: una certa contraddizione tra l’appello a un protagonismo politico del laicato cattolico e una malcelata regia ecclesiastica, una qualche indeterminatezza della prospettiva politica (quale la natura del soggetto che si staglia all’orizzonte?), una reticenza nel giudizio sul presente e sul passato recente e sulle responsabilità attive ed omissive della stessa comunità cattolica, dei suoi vertici, delle sue rappresentanze intellettuali e associative, della sua stessa base. Se la condizione del paese si è spinta al limite che oggi scontiamo vi sono responsabilità collettive che vanno evidenziate. E non responsabilità generiche e indifferenziate. Vi è chi quella deriva l’ha contrastata, chi l’ha assecondata e chi vi ha assistito con ignavia. Penso sia difficile immaginare un contributo alla rinascita italiana omettendo un onesto, spassionato bilancio e un’accurata, precisa disanima della malattia. Della sua natura, delle sue cause profonde, dei suoi artefici. Un tema tutto da svolgere, ma che rinviamo ad altra occasione.
Al momento, basti fissare qualche avvertenza. Avvertenze che un tempo sembravano pacificamente acquisite e che ora non lo sono più. Primo. La distinzione (teologica) tra Chiesa e politica e la presa d’atto (pratica) del pluralismo politico in Italia rappresentano un punto fermo. Sono un guadagno per la Chiesa, per la libertà e l’universalità della sua missione, e un guadagno per la democrazia italiana quale democrazia competitiva
Il sincero, cordiale apprezzamento per tale disponibilità fa premio su tutto. Anche su taluni limiti: una certa contraddizione tra l’appello a un protagonismo politico del laicato cattolico e una malcelata regia ecclesiastica, una qualche indeterminatezza della prospettiva politica (quale la natura del soggetto che si staglia all’orizzonte?), una reticenza nel giudizio sul presente e sul passato recente e sulle responsabilità attive ed omissive della stessa comunità cattolica, dei suoi vertici, delle sue rappresentanze intellettuali e associative, della sua stessa base. Se la condizione del paese si è spinta al limite che oggi scontiamo vi sono responsabilità collettive che vanno evidenziate. E non responsabilità generiche e indifferenziate. Vi è chi quella deriva l’ha contrastata, chi l’ha assecondata e chi vi ha assistito con ignavia. Penso sia difficile immaginare un contributo alla rinascita italiana omettendo un onesto, spassionato bilancio e un’accurata, precisa disanima della malattia. Della sua natura, delle sue cause profonde, dei suoi artefici. Un tema tutto da svolgere, ma che rinviamo ad altra occasione.
Al momento, basti fissare qualche avvertenza. Avvertenze che un tempo sembravano pacificamente acquisite e che ora non lo sono più. Primo. La distinzione (teologica) tra Chiesa e politica e la presa d’atto (pratica) del pluralismo politico in Italia rappresentano un punto fermo. Sono un guadagno per la Chiesa, per la libertà e l’universalità della sua missione, e un guadagno per la democrazia italiana quale democrazia competitiva
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Bersani “chiama” gli eurosocialisti - Rudy Francesco Calvo su Europa
Pier Luigi Bersani prova a far capire ai colleghi europei che Silvio Berlusconi non è solo un’anomalia italiana. Ma avverte anche i possibili alleati in patria sulla necessità di «stringere un patto prima delle primarie», che comunque «faremo».
Un patto che garantisca «un vincolo di governabilità», ma anche una linea comune sui punti programmatici essenziali, dalla politica estera a quella economica e del lavoro. L’incubo che aleggia al Nazareno è quello dell’Unione del biennio 2006-2008. Non a caso, pare che Bersani ripeta spesso ai suoi: «Non farò la fine di Prodi».
Impegnato a Madrid nella Global Progress Conference, il segretario del Pd invita i leader progressisti di tutto il continente a mettere in campo una «piattaforma comune» per uscire dalla crisi, in grado di rispondere a una destra che «ha interpretato con la paura e il ripiegamento lo sbandamento che c’è stato dopo la globalizzazione».
Un fenomeno, quindi, comune ai conservatori di tutta Europa, di fronte al quale Bersani invoca un «collettivo », perché «il salvatore della patria non esiste, i cittadini si salvano assieme».
A Madrid è iniziato un percorso che accomuna soprattutto Italia, Francia e Germania, chiamate nei prossimi anni a invertire la rotta, riportando i progressisti ai vertici dei tre principali paesi dell’Europa continentale.
«Facciamo vedere che siamo una squadra – è l’appello del leader dem – la gente lo capirà e se ci riusciremo potremo invertire il ciclo».
Una squadra che scenderà in campo, anzi in piazza, il 5 novembre a Roma, quando sul palco della manifestazione del Pd, insieme a Bersani, saranno presenti anche il candidato del Ps alle presidenziali francesi François Hollande e il leader della Spd, Sigmar Gabriel. Un modo per marcare ulteriormente la differenza tra i dem e Berlusconi: «Io porterò i leader progressisti in Italia – afferma caustico Bersani – provi lui se è capace a portare un leader della destra europea a farsi fotografare con lui. Faccio questa scommessa e lo sfido». Nel suo intervento alla Conference di Madrid, il segretario del Pd delinea anche i tratti essenziali
Una squadra che scenderà in campo, anzi in piazza, il 5 novembre a Roma, quando sul palco della manifestazione del Pd, insieme a Bersani, saranno presenti anche il candidato del Ps alle presidenziali francesi François Hollande e il leader della Spd, Sigmar Gabriel. Un modo per marcare ulteriormente la differenza tra i dem e Berlusconi: «Io porterò i leader progressisti in Italia – afferma caustico Bersani – provi lui se è capace a portare un leader della destra europea a farsi fotografare con lui. Faccio questa scommessa e lo sfido». Nel suo intervento alla Conference di Madrid, il segretario del Pd delinea anche i tratti essenziali
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Strappo istituzionale - Eugenio Scalfari su Repubblica
Sta per accadere un fatto di estrema gravità, riguarda la nomina del nuovo governatore della Banca d'Italia, successore di Mario Draghi che tra nove giorni sarà insediato alla guida della Banca centrale europea "nonostante sia italiano", come dissero informalmente la Merkel e Sarkozy quando nel giugno scorso quella scelta fu approvata all'unanimità dal Consiglio dei capi di governo dell'Unione europea.
È appunto dal giugno scorso che se ne parla. Si tratta infatti di un atto complesso con tre attori: il presidente della Repubblica che firma il decreto presidenziale di nomina, il presidente del Consiglio cui spetta il diritto di proporre il nome del candidato e il Consiglio superiore della Banca d'Italia che è chiamato ad emettere il suo parere, obbligatorio ma non vincolante.
Finora il governatore è sempre stato scelto all'interno della Banca d'Italia salvo per l'appunto la nomina di Draghi che avvenne perché l'allora governatore Antonio Fazio era stato rinviato a giudizio sulla questione della scalata della Banca Antonveneta da parte dei "furbetti" e "furboni" del quartierino, come allora furono chiamati.
Ma nonostante i mesi trascorsi e le ripetute sollecitazioni del Quirinale, il tempo passava invano e la proposta di Berlusconi non arrivava. La causa è nota: il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, aveva un suo candidato nella persona di Vittorio Grilli, già ragioniere dello Stato e attualmente direttore generale del Tesoro, cioè principale collaboratore di Tremonti, Marco Milanese a parte. Si contrapponevano dunque l'attuale direttore generale della Banca d'Italia, Fabrizio Saccomanni, che rappresenta la continuità dell'Istituto e gode della fiducia di Draghi, a Vittorio Grilli che anche lui ha buoni titoli nella sua biografia personale. Con un handicap tuttavia non da poco: Tremonti ha più volte e pubblicamente motivato la sua propensione a favore di Grilli perché ritiene che la Banca debba essere una propaggine del ministero del Tesoro soprattutto nel campo della politica bancaria, in quella importantissima della Vigilanza e infine nelle
Ma nonostante i mesi trascorsi e le ripetute sollecitazioni del Quirinale, il tempo passava invano e la proposta di Berlusconi non arrivava. La causa è nota: il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, aveva un suo candidato nella persona di Vittorio Grilli, già ragioniere dello Stato e attualmente direttore generale del Tesoro, cioè principale collaboratore di Tremonti, Marco Milanese a parte. Si contrapponevano dunque l'attuale direttore generale della Banca d'Italia, Fabrizio Saccomanni, che rappresenta la continuità dell'Istituto e gode della fiducia di Draghi, a Vittorio Grilli che anche lui ha buoni titoli nella sua biografia personale. Con un handicap tuttavia non da poco: Tremonti ha più volte e pubblicamente motivato la sua propensione a favore di Grilli perché ritiene che la Banca debba essere una propaggine del ministero del Tesoro soprattutto nel campo della politica bancaria, in quella importantissima della Vigilanza e infine nelle
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