Le facce e le voci, dalla Fiat di Termini Imerese che chiude e se ne va, sono di desolazione e di impotenza, quasi che perdere il lavoro sia una catastrofe naturale. C´è più rabbia tra gli alluvionati che tra i licenziati, e questo è un portato dei tempi, un segno di quanto profonda sia stata la disfatta politica e culturale della sinistra, che voleva mettere la produzione al servizio degli uomini e non viceversa. È viceversa che ha vinto. Gli esseri umani, esattamente come scriveva Marx quasi duecento anni fa, sono una variabile del capitale.
Tutti o quasi hanno coscienza, anche nel sindacato, anche tra gli operai, che l´alternativa sperimentata (il socialismo reale, l´economia statalizzata) è stata perfino peggiore, non solo più inefficiente, anche più inumana e oppressiva. Ma il problema resta: gigantesco, incombente, irrisolto. Uomini come ingranaggi, come pezzi da usare se servono, da accantonare quando non rendono abbastanza, come in "Tempi moderni" di Chaplin. Due secoli di lotte hanno strappato orari più umani, salari meno miseri, diritti in fabbrica, ma non hanno potuto inventare o suggerire o imporre un modo di produzione in cui siano padroni gli esseri umani e non il capitale.
sabato 26 novembre 2011
La pecora bianca - Massimo Gramellini su La Stampa
Si può comprendere lo stupore che emerge dagli interrogatori di Tommaso Di Lernia, il tizio che ungeva politici e dirigenti per mungere la mammella degli appalti pubblici. A un certo punto del suo peregrinare fra mazzette e fatture false, Di Lernia finisce nell’ufficio di un alto funzionario dell’Enav che si colloca a uno snodo cruciale del percorso tangentizio. Il corruttore ha bisogno della sua firma o della sua omertà. «Andai da lui per cercare di disincagliare la situazione» racconta nel gergo delle deposizioni, «ed egli mi manifestò le sue ragioni, devo dire valide. Allora tentai di offrigli del denaro, ma mi resi conto che non avrebbe accettato nessuna retribuzione».
Dunque il funzionario si attenne alle regole, rifiutandosi di disincagliare e di intascare. Nonostante attorno a lui fosse tutto un fiorire di attività intascanti e disincaglianti: chi si faceva accreditare i soldi all’estero, chi li intestava a una società di comodo, chi maneggiava fondi neri in guanti di velluto. Ma lui niente, «impermeabile a ogni tipo di offerta» lo definisce l’amareggiato Di Lernia. Impermeabile e recidivo. Perché chiunque può avere un momento di sbandamento e rifiutare una mazzetta. Mentre qui siamo di fronte a un caso estremo di onestà continua e reiterata. «Più volte l’amministratore delegato di Finmeccanica mi disse di sistemare la faccenda con tale dirigente perché per lui rappresentava un problema». Difficile dargli torto. Una persona perbene come il dottor Fausto Simoni lì in mezzo era decisamente un problema.
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«I salari d'ingresso dei giovani tornati sui livelli di alcuni decenni fa» - su Corriere.it
«I salari di ingresso nel mercato del lavoro sono oggi in termini reali su livelli pari a quelli di alcuni decenni fa». Il governatore di BankitaliaIgnazio Visco lo dice chiaramente al congresso dell'associazione magistrati minorili (Aimmf) che si svolge a Catania. Per Visco i giovani «che si affacciano oggi sul mercato del lavoro sembrano esclusi dai benefici della crescita del reddito occorsa negli ultimi decenni».
LA CRESCITA - «Per un riequilibrio strutturale e duraturo» dei conti pubblici «è necessario che il paese torni a crescere». Per Visco gli interventi adottati d'estate «miglioravano i conti ma non erano sufficienti». Secondo il governatore «innalzare il potenziale di crescita richiede interventi ad ampio spettro; tra questi, una riforma degli istituti di governo dell'economia per stimolare l'attività d'impresa e l'inserimento durevole nel mondo del lavoro, soprattutto delle donne e dei giovani». Visco ricorda come siano «note da tempo» le aree di intervento «più concorrenza, in particolare nei settori dei servizi protetti; un più ampio accesso al capitale di rischio, soprattutto per le imprese innovative; una regolamentazione del mercato del lavoro e un sistema di protezione sociale che, agendo congiuntamente, favoriscano la riallocazione delle risorse umane verso gli impieghi più produttivi; una giustizia civile più efficiente». «Vi è però - aggiunge il governatore - un ulteriore punto, almeno importante quanto i precedenti: l'aumento della dotazione di capitale umano del nostro paese».
INTEGRAZIONE - Senza «meccanismi efficaci di integrazione» per gli studenti figli di cittadini stranieri in Italia «la dotazione di capitale umano del nostro paese», già su bassi livelli, «rischia di essere ulteriormente penalizzata» visto che questi saranno una parte sempre maggiore della popolazione studentesca. Questo l'allarme del governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco secondo cui «già alla fine della scuola primaria
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Pagamenti in ritardo, quando un' impresa per incassare aspetta 793 giorni - Sergio Rizzo su Corriere della Sera
Due anni, due mesi e tre giorni. Difficile spiegare a un fornitore delle Asl calabresi, costretto ad aspettare tutto questo tempo per incassare il dovuto, che pagare in tempi civili la sua fattura comporta un aggravio per i conti pubblici. Almeno, questo pensa lo Stato. Dopo 793 giorni di attesa la sua azienda rischia di non esserci più, strozzata dagli interessi sui debiti contratti per tirare avanti nella vana speranza che la pubblica amministrazione si decida a onorare i propri impegni.
L'ULTIMA BEFFA DI BERLUSCONI - Il problema dei ritardi nei pagamenti era già scoppiato in tutta la sua virulenza due anni fa. Di fronte a situazioni già drammatiche, aggravate dalla crisi finanziaria e da una stretta creditizia senza precedenti, il Tesoro aveva promesso interventi attraverso la Sace e la Cassa depositi e prestiti. Ma gli effetti concreti sono stati insignificanti. Senza considerare, poi, l'ultima beffa lasciata in eredità dal governo di Silvio Berlusconi. Nella versione della legge sulla libertà d'impresa arrivata in Senato erano state infilate un paio di norme micidiali. La prima stabiliva il divieto assoluto per le pubbliche amministrazioni di derogare unilateralmente ai termini di pagamento. La seconda dichiarava la nullità di tutte le clausole di rinuncia agli interessi di mora, che spesso lo Stato e gli enti locali impongono nei contratti con i fornitori per evitare di dover sopportare costi maggiori nel caso di eccessive dilazioni.
Ne sanno qualcosa le Asl, i cui ritardi nei pagamenti, secondo una indagine ancora inedita dell'ufficio studi della Confartigianato, toccano livelli inaccettabili. Se in Calabria nel 2010 eravamo arrivati, come detto, a 793 giorni, con un aumento di ben 267 giorni rispetto al 2007, il Molise viaggia a 755 giorni, la Campania a 661, il Lazio a 398, la Puglia a 349. Nemmeno la Regione più virtuosa rispetta il termine dei 30 giorni fissato come tassativo dall'ultima direttiva europea. Le Asl del Friuli Venezia Giulia pagano mediamente in 87 giorni. Unica Regione, insieme al Trentino Alto Adige (96 giorni), dove la Sanità onora i propri debiti in meno di
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L'effetto Todi - Agostino Giovagnoli su Repubblica
La presenza di ministri cattolici ha suscitato interrogativi sulla laicità del nuovo governo Monti, nato tra grandi speranze e sostenuto da moltissimi consensi. La questione, però, non riguarda solo le fotografie dei nuovi ministri. In Italia, la Chiesa cattolica rappresenta una realtà profondamente radicata e il suo ruolo cambia nelle diverse situazioni storiche. Il fascismo è stato sostenuto da molti cattolici, ma nel dopoguerra essi sono stati portati da De Gasperi a sostenere con convinzione la democrazia. E oggi si dice che c´è stata più laicità nella stagione democristiana che in quella post-democristiana.
Fino a ieri, si rimproverava ai cattolici un sostegno acritico al berlusconismo, rispetto al quale la presenza di cattolici in un governo nato dalla dissoluzione della maggioranza berlusconiana costituisce un indubbio segno di discontinuità. Si tratta di personalità profondamente diverse tra loro per storia, sensibilità, orientamenti. Si va dallo stesso presidente del Consiglio, descritto come un cattolico liberale, a Renato Balduzzi, presentato come un cattolico democratico. Ci sono poi Lorenzo Ornaghi, discepolo di Gianfranco Miglio e rettore dell´Università Cattolica di Milano e Andrea Riccardi, storico del cristianesimo contemporaneo e fondatore della romana Comunità di Sant´Egidio. Questo pluralismo di sensibilità e di orientamenti è incompatibile con l´ipotesi di una regia politica clericale.
Non si tratta, però, di presenze casuali. Si è parlato di un effetto Todi sulla nascita del nuovo governo, alludendo all´incontro del 17 ottobre scorso, organizzato da associazioni e movimenti cattolici. Tale incontro è stato interpretato come una riunione "clerico-moderata" o come un momento di rifondazione democristiana. In realtà, a Todi ci si è interrogati sulle implicazioni, anche politiche, di una rivolta morale sempre più diffusa nel cattolicesimo italiano e già autorevolmente espressa dal cardinal Bagnasco al Consiglio permanente della Cei. A Todi, in altre parole, i cattolici italiani hanno preso congedo da una lunga
Fino a ieri, si rimproverava ai cattolici un sostegno acritico al berlusconismo, rispetto al quale la presenza di cattolici in un governo nato dalla dissoluzione della maggioranza berlusconiana costituisce un indubbio segno di discontinuità. Si tratta di personalità profondamente diverse tra loro per storia, sensibilità, orientamenti. Si va dallo stesso presidente del Consiglio, descritto come un cattolico liberale, a Renato Balduzzi, presentato come un cattolico democratico. Ci sono poi Lorenzo Ornaghi, discepolo di Gianfranco Miglio e rettore dell´Università Cattolica di Milano e Andrea Riccardi, storico del cristianesimo contemporaneo e fondatore della romana Comunità di Sant´Egidio. Questo pluralismo di sensibilità e di orientamenti è incompatibile con l´ipotesi di una regia politica clericale.
Non si tratta, però, di presenze casuali. Si è parlato di un effetto Todi sulla nascita del nuovo governo, alludendo all´incontro del 17 ottobre scorso, organizzato da associazioni e movimenti cattolici. Tale incontro è stato interpretato come una riunione "clerico-moderata" o come un momento di rifondazione democristiana. In realtà, a Todi ci si è interrogati sulle implicazioni, anche politiche, di una rivolta morale sempre più diffusa nel cattolicesimo italiano e già autorevolmente espressa dal cardinal Bagnasco al Consiglio permanente della Cei. A Todi, in altre parole, i cattolici italiani hanno preso congedo da una lunga
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Denuncia lo stupro e finisce al Cie Storia di Adama, donna e clandestina - Ilaria Venturi su Repubblica
Quando ha chiamato i carabinieri per denunciare di essere stata derubata, stuprata e ferita alla gola dal suo ex compagno le hanno controllato i documenti. E poiché non aveva le carte in regola, l'hanno rinchiusa al Cie, il centro di identificazione ed espulsione, di Bologna. È la storia di Adama, donna migrante arrivata in Italia nel 2006, lasciando quattro figli in Senegal da mantenere. La storia che nella Giornata contro la violenza alle donne le associazioni Migranda e Trame di Terra denunciano a gran voce: "Una doppia violenza come donna e come migrante". Con un appello, che corre in rete (www. migranda. org), a tutte le donne e alle istituzioni cittadine: "Liberate subito Adama dal Cie, concedetele un permesso di soggiorno che le consenta di riprendere in mano la propria vita".
Adama è finita al Cie di via Mattei il 26 agosto scorso. Prima ha vissuto a Forlì, lavorando come operaia nell'attesa di ottenere il permesso di soggiorno. Un suo connazionale le ha trovato casa, è diventato il suo compagno, ma ben presto l'uomo, nel racconto drammatico della donna che parla la lingua wolof, si trasforma nel suo aguzzino. Che usa la legge Bossi-Fini come ricatto. "Mi picchiava con schiaffi, pugni e percosse quotidiane, e mi ripeteva fino all'ossessione che il mio essere clandestina mi avrebbe impedito di cercare aiuto", le parole della donna raccolte nella denuncia, accompagnata dal ricorso contro la sua espulsione, che l'avvocato ha presentato dopo essere riuscito parlare con lei al Cie, insieme ai medici e a un interprete.
Una richiesta di incontro, presentata dopo che la storia della donna è arrivata al Coordinamento migranti, alla Prefettura il 16 settembre. E accordata solo il 25 ottobre. "Ogni giorno lì dentro per Adama è un giorno di troppo - protestano le associazioni - per quattro anni Adama è stata derubata del suo salario,
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venerdì 25 novembre 2011
Giornata contro la violenza sulle donne: più che una festa, un urlo di dolore - Manuela Pelati su Corriere della Sera
La Giornata mondiale contro la violenza sulle donne indetta dall’Assemblea generale della Nazioni Unite giunge come un momento di riflessione. Se si leggono i dati che riguardano l'Italia, le cifre sono da brivido: l'esercito delle vittime è composto da sette milioni di donne. Nell'universo femminile una donna su tre, tra i 16 e i 70 anni è stata colpita nella sua vita dell'aggressività di un uomo e nel 63% dei casi, alla violenza hanno assistito i figli (dati Istat). Le più numerose ad essere colpite sono le donne più giovani, quelle tra i 16 e i 24 anni, ma nella quasi totalità dei casi le violenze non sono denunciate: il 96% delle donne non parla con nessuno delle violenze subite. I maggiori responsabili delle aggressioni sono i partner, artefici della quota più elevata di tutte le forme di violenza fisica, mentre tra le violenze in famiglia, i maggiori responsabili risultano gli zii.
I DANNI AI FIGLI - Quando la violenza arriva ai figli il muro d’omertà si rompe e la donna esce allo scoperto. Ma il danno indiretto recato ai bambini, nell’arco dei primi 15 anni di vita, è tale da indurre i figli a negare il desiderio di formare una famiglia e di avere una relazione sana di coppia. Lo raccontano i risultati principali della ricerca internazionale «Daphne III Violenza sulle donne: il danno indiretto provocato sui bambini», condotta dalla Facoltà di Scienze della formazione di Roma Tre in collaborazione con la cattedra Unesco di Cipro, Oradea della Romania e Presov della Slovacchia, presentata giovedì presso l’università di Roma Tre.
STALKING - Esiste poi un vero e proprio profilo dello stalker che nel 75% dei casi è uomo e solamente nel 25% è donna. Lo stalker è un individuo che non è in grado di elaborare ed accettare l'abbandono: nel momento in cui sente di perdere una persona importante, attiva automaticamente una serie di comportamenti orientati a mantenere un contatto 'controllante' con la vittima e farla desistere dal proposito d'allontanamento. Nella maggior parte dei casi soffre di rigidità relazionale (75%), ha spesso un disturbo della personalità
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Il buco nello Stato - Massimo Gramellini su La Stampa
Un’impiegata dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna ha lavorato sei giorni in nove anni. Nel lasso di tempo fra uno sforzo e l’altro è rimasta a casa in malattia o in maternità: immaginaria, dato che figli non ne ha, benché abbia finto di registrarne all’anagrafe almeno un paio. Ammettiamo pure che rappresenti un caso isolato. Ma chi gli stava attorno cosa rappresenta? Prima dell’intervento dei carabinieri nessun collega aveva denunciato la truffa o la sparizione della donna, e non per giorni o per mesi: per anni. Nessun superiore aveva disposto visite mediche a domicilio: forse non sarebbe stata un’impresa titanica, trattandosi di un ospedale. In compenso medici compiacenti le avevano firmato pacchi di certificati senza mai sottoporla a una parvenza d’esame. E funzionari quanto meno distratti avevano preso per buono il suo stato di famiglia di madre con figli a carico, consentendole di detrarli dalle tasse.
Ciascun lettore vada alla sua esperienza personale e rammenti le situazioni in cui lo Stato gli si è posto dinanzi con la maschera dell’inflessibilità o dell’ottusità. Quanti controlli non richiesti abbia subito e come sia stato difficile nei rapporti con sua maestà il Fisco far valere non i propri torti, ma le proprie ragioni. Ogni volta che la cronaca porta alla ribalta una persona capace di fare lo slalom fra le regole, ci chiediamo come sia possibile che i paletti finiscano sul naso sempre agli stessi. A quelli che non sanno o non vogliono scivolare sopra le crepe di questo sistema butterato dall’omertà e dallo scambio di favori.
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Che cosa c’è dietro il caso Fassina - Stefano Menichini su Europa
Con la richiesta di dimissioni di Stefano Fassina avanzata dal gruppo di Enzo Bianco, una importante questione politica viene ora trattata da questione personale, rendendone più facile la neutralizzazione. Bersani non può prendere in considerazione l’attacco al responsabile economico del partito, per di più non condiviso neanche da tutta l’attuale minoranza.
In un certo senso era stato lo stesso Fassina, giorni fa, a sfidare i malumori dicendo che avrebbe risposto solo a chi gli avesse chiesto apertamente di lasciare l’incarico: orgogliosa e giusta rivendicazione. E se non altro Enzo Bianco questo ha fatto: ha avanzato un’esplicita dichiarazione di sfiducia, motivata con la insostenibilità della linea di Fassina a fronte del mutato quadro politico e del sostegno al governo Monti.
La richiesta di dimissioni non andrà avanti. Meglio per Fassina e per l’unità del Pd, e meglio anche per un altro motivo: perfino se la sfiducia fosse stata accolta, non avrebbe toccato il nodo politico sovrastante, che è ben più corposo.
Fassina è il titolare di una linea di politica economica certificata diversi mesi fa da alcune assise di partito e assunta dal segretario. A prescindere da quello che è accaduto nel frattempo nel mondo (ovvero: di tutto), Fassina ha stiracchiato parecchio quella linea e si è esposto spesso e generosamente, su molti temi, con posizioni rispettabili ma destinate a essere travolte dai fatti.
Mettendone in fila alcune: la liquidazione delle politiche proposte da Bce e Ue come mera aggressione neoliberista al nostro modello sociale; l’adesione alle manifestazioni Fiom contro la revisione del modello contrattuale; l’avversione alla norma sul pareggio di bilancio nella Costituzione; l’opposizione alla patrimoniale e perfino alla reintroduzione dell’Ici; la resistenza a qualsiasi revisione del sistema previdenziale; da ultimo, la presa di distanza da Monti fino ad auspicarne la caduta entro pochi mesi per votare nella primavera 2012.
Alcune di queste posizioni sono state poi corrette dall’interessato (come quelle sul fisco), altre no anche se appaiono ormai superate dagli eventi.
Il problema non è Fassina, che dà voce a quella componente
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La crisi non aspetta - Massimo Giannini su Repubblica
Dall´«uomo dei sogni» all´«uomo dei miracoli»? Nessuno si era illuso: il passaggio dal Venditore di Arcore al Professore della Bocconi non poteva bastare a risolvere i guai dell´Italia. Ma ora che la «dittatura dello spread» pesa sulla democrazia dei popoli, Monti non può esitare: serve una svolta immediata, per uscire da questa crisi.
La tempesta finanziaria è globale. Squassa l´Europa. Non più solo i paesi lassisti del Club Med: ormai persino la virtuosa Germania paga dazio, come dimostra l´inaudito insuccesso dell´asta dei Bund disertata dagli investitori internazionali (e soprattutto asiatici) in fuga dai titoli dell´intera Eurozona. Ma l´Italia torna a pagare il prezzo più alto. Il differenziale sul Btp a due anni è salito a 700 punti, il più alto da quando esiste l´euro. È un segnale chiarissimo: i mercati cominciano a dubitare non più solo della sostenibilità del debito a lungo periodo, ma anche di quello a breve. È anche un costo elevatissimo: stavolta il Tesoro dovrà pagare agli investitori un premio di rischio del 7,2% a scadenza biennale, e non decennale.
C´è una destra, provinciale e irresponsabile, che ora si frega le mani. Il manipolo degli «irriducibili» della ex maggioranza, Mibtel e spread alla mano, sostiene che il problema «non era Berlusconi». È l´ennesimo tentativo di mistificare la verità. L´«effetto Monti», sui mercati, c´è stato eccome. Per una settimana, dal giorno dell´incarico al nuovo premier domenica 13 novembre fino a domenica scorsa, i tassi di interesse sui nostri titoli di Stato sono scesi stabilmente da circa 570 a poco meno di 480 punti base rispetto ai titoli tedeschi. Il solo cambio di governo, dunque, è stato salutato positivamente dalla business community. È la prova che il «teorema Roubini» non era affatto sbagliato: la semplice uscita di scena del Cavaliere comporta per l´Italia un risparmio secco di 100 punti base. La «Papi tax» è esistita, insomma. E noi
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La deriva tedesca - Barbara Spinelli su Repubblica
Il modo in cui la Germania sta guidando la Ue ha una fisionomia sempre più inquietante, e anche molto singolare. È inquietante perché tutte le strategie per far fronte all´attacco contro i paesi più deboli dell´euro sono frutto di filosofie economiche che hanno Berlino come protagonista.
La Banca centrale europea si conforma alle esigenze tedesche, e pur avendo capacità e risorse si rifiuta di calmare l´ansia dei mercati divenendo prestatrice di ultima istanza, non istituzione che innervosisce tutti con il suo imprevedibile dare-non dare. Gli Stati che sono sull´orlo della bancarotta adottano misure di austerità concordate innanzitutto con Angela Merkel. I vertici dell´Unione europea sono costretti a guardare oltre il Reno prima di discutere i propri piani con altri Stati membri. È una situazione che comincia a creare un vasto malessere - non solo in Italia, Grecia o Spagna ma anche nell´esecutivo guidato da Barroso - perché Berlino ha una condotta ferma e contemporaneamente inattiva: guida senza davvero guidare, pone veti e tentenna, mette fretta ed è lenta a muoversi. Questo è inquietante, e al tempo stesso estraniante.
È come se Berlino non vedesse che il rischio bancarotta incombe non solo sugli Stati ammalati del loro debito, ma sull´intera zona euro e anche su se stessa. Come se la propria salute economica, peraltro più fragile di quello che si pensi (ieri erano sotto attacco anche i titoli tedeschi) rendesse la Repubblica federale cieca a quel che accade in una casa comune di cui è pur sempre parte, dalla quale dipende in maniera esistenziale, senza la quale non potrebbe vantare gli odierni successi economici. Successi che i dirigenti tedeschi ascrivono giustamente alla propria saggezza economica, alla propria politica del lavoro, alle proprie abitudini risparmiatrici, ma che non esisterebbero se il Paese non fosse circondato da nazioni alleate che acquistano le sue merci, e le acquistano solo se il loro crescere e il loro consumare non vengono punitivamente strozzati. Una nazione che uscisse da Eurolandia e riafferrasse la mitica Deutsche Mark che ha sacrificato, si troverebbe con una moneta talmente rivalutata da strangolare le proprie esportazioni e il
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Paradossi dello sviluppo e crescita sostenibile - Carlo Petrini su Repubblica
Sostenibilità è un concetto che ci parla di "quanto a lungo può reggere" qualcosa. Nasce in riferimento ad uno dei pedali del pianoforte, che in inglese si chiama "sustain", quello che serve per allungare le note, per farle durare nel tempo. Non per niente i francesi traducono con durabilité, capacità di durata. La consapevolezza che le nostre azioni debbano essere sostenibili è senz´altro uno degli elementi chiave per il futuro delle attività umane. Oggi, in tempi d´incertezza, al futuro forse ci si pensa un po´ di più, anche perché a ben vedere il futuro non è roba nostra così come non lo sono le risorse naturali. Sono patrimoni condivisi, che tocca alle generazioni in vita preservare per quelle che verranno.
In tema di sostenibilità il cibo è un fattore centrale, determinante, che non si può non considerare e che può essere la leva principale su cui agire per "far durare di più". Attraverso la scelta del cibo scegliamo il tipo di agricoltura che si pratica nel mondo e a casa nostra, se essa debba rispettare o no la fertilità dei suoli, una presenza umana consistente nelle zone rurali, la difesa della biodiversità, il corretto impiego dell´acqua e il mantenimento dei paesaggi insieme alla sicurezza idrogeologica dei territori.
Scelte che oltretutto di solito si coniugano perfettamente con il bello e il buono i quali, infatti, sono al contempo sia conseguenze sia presupposti della sostenibilità. È qualcosa di rivoluzionario. Ben presto - se non l´abbiamo già fatto - scopriremo che mangiare può essere un´attività che è tanto più piacevole e salutare quanto più è sostenibile, e che dunque la nostra parte possiamo farla ampiamente senza grandi sacrifici ma anzi, aggiungendo piccole ma importanti porzioni di felicità alle nostre vite.
"Mangiare è un atto agricolo", ha scritto il poeta contadino Wendell Berry. Possiamo aggiungere che è un atto ecologico, un atto paesaggistico, un atto di profondo rispetto per le culture, un atto politico. E deve
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giovedì 24 novembre 2011
Riccardi: presto una legge - Marco Ansaldo su Repubblica
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| Andrea Riccardi |
«Sì, il presidente Giorgio Napolitano ha ragione: c´è la possibilità di riprendere in mano le politiche sull´immigrazione. E dunque occorre ripensare la legge sulla cittadinanza. Perché l´integrazione è un tema centrale di quest´epoca. Lo faremo, allora, nell´interesse del Paese, della generazione dei bambini immigrati e delle loro famiglie».
Per Andrea Riccardi è un periodo davvero intenso. Citato pubblicamente ieri dal capo dello Stato per l´importanza del nuovo ministero che gli è stato affidato, ma anche elogiato da un ministro del passato governo (Gianfranco Rotondi, il quale ha detto che lo storico della Chiesa e fondatore della Comunità di Sant´Egidio «ha una bella storia personale»), sa di avere dietro di sé anche l´attenzione del Vaticano e dello stesso Pontefice, che lo conosce bene e lo stima. Riccardi allora si schernisce, e si dice ancora «scombussolato» per la chiamata del premier Mario Monti a partecipare al nuovo esecutivo in un ruolo chiave, benché senza portafoglio. E tuttavia «felice» per la nuova avventura. Lo incontriamo mentre esce dal suo ministero, a Roma, a Largo Chigi.
Il presidente della Repubblica ha parlato di «assurdità e follia» per il fatto che i figli degli immigrati nati in Italia non siano cittadini italiani. È uno dei temi centrali del suo ministero. Che cosa ne pensa?
«Mi sembra che il capo dello Stato abbia dato - per la seconda volta nel giro di pochi giorni - un contributo al ripensamento dell´identità italiana. Ponendo l´accento sull´importanza di sapere chi siamo e dove andiamo. Un argomento decisivo».
Perché?
«Intanto perché giunge nell´anniversario dei 150 anni dell´unità d´Italia. Proprio quest´anno i giovani hanno
Morti sul lavoro: 7 morti in 24 ore - Claudia Voltattorni su Corriere della Sera
Uno a Foggia. Uno a Spoleto. Uno a Como. Uno a Trieste. Uno a Soriano nel Cimino (Viterbo). Uno a Rottofreno (Piacenza). Uno a Supino (Frosinone). Sette morti in 24 ore. Una strage silenziosa che si consuma ogni giorno sui luoghi di lavoro. Operai per lo più. Perdono la vita cadendo da un'impalcatura, schiacciati da lastre di peperino o da pedane cariche di zucchero, colpiti da pesi volanti o o masse di rocce. Questo il bilancio di due giorni di lavoro in Italia.
La campagna contro le Morti Bianche (Emblema)
«INTERVENGA GOVERNO» - «Un'emergenza nazionale» la chiama la Fillea-Cigl che parla di «bollettino di guerra dai cantieri» e il segretario generale Walter Schiavella chiede perciò «al nuovo esecutivo di avviare subito un piano straordinario di controlli sulla sicurezza e sulla regolarità del lavoro nei cantieri». Perché «occorre fermare questa carneficina: in tempi di crisi la corsa al ribasso e al risparmio sui costi del lavoro, l'esasperazione dei ritmi produttivi, l'elusione delle regole e l'assenza di controlli producono solo una cosa, l'aumento degli incidenti e dei morti sul lavoro».
DUE NEL LAZIO - Martedì, il Lazio ha registrato due vittime. Un operaio polacco di 28 anni morto dopo una caduta da un'altezza di dieci metri da un'impalcatura costruita per riparare il tetto di una fabbrica a Supino, nel frusinate. Nelle stesse ore a Soriano nel Cimino, in provincia di Viterbo, moriva schiacciato da una lastra di peperino Giuseppe Delle Monache, 58 anni. L'incidente è avvenuto nella cava della Società Micci srl.
TRIESTE - Un altro operaio di una cava ha perso la vita martedì. È successo ad Aurisina, in provincia di
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Quei ragazzi nel limbo - Chiara Saraceno su Repubblica
Instancabilmente il presidente Giorgio Napolitano richiama la classe politica al dovere della responsabilità in tutti i settori cruciali per il futuro del Paese, quindi necessariamente anche per le condizioni in cui si trovano a crescere e operare le nuove generazioni, inclusi i bambini e adolescenti legalmente stranieri. Stranieri ma di fatto italianissimi per autoidentificazione ed esperienza quotidiana. A due riprese nel giro di pochi giorni, il Presidente ne ha denunciato con nettezza lo status di cittadini dimezzati, che li colloca in una sorta di limbo del diritto, di persone senza territorio e senza appartenenza.
I minori nati in Italia da genitori entrambi stranieri e residenti nel nostro Paese sono oltre mezzo milione. Il loro numero è raddoppiato dal 2000, quando erano 277 mila. Costituiscono ormai quasi il 14% dei bambini che nascono ogni anno in Italia. In un Paese che invecchia rapidamente a causa della bassissima fecondità, si tratta di numeri importanti e di una risorsa umana preziosa. Tuttavia il nostro ordinamento continua a considerarli con indifferenza, quando non ostilità. Insieme ai bambini e ragazzi che sono nati altrove, ma stanno vivendo tutta la loro infanzia e adolescenza nel nostro Paese, condividendo lingua e abitudini con i loro coetanei autoctoni, i minori "stranieri" nati in Italia, infatti, vivono in una sorta di condizione sospesa per quanto riguarda la cittadinanza e i diritti ad essa connessi. La legge italiana li costringe in uno statuto di apolidi di fatto, se non di principio, con tutte le restrizioni che questo comporta. Se per qualche motivo i loro genitori perdono il diritto di soggiorno, ne seguono il destino, anche se l´Italia è l´unico paese che conoscono e in cui sono cresciuti.
Ed è meglio che non passino lunghi periodi fuori Italia, per uno stage formativo o per stare con parenti rimasti nel paese d´origine, se non vogliono rischiare di perdere il diritto a chiedere la cittadinanza. Mentre a
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«Sul lavoro Pd non stia fermo» - Pietro Ichino su L'Unità
All’inizio di questa legislatura erano due i grandi temi caldi della politica del lavoro individuati dal manifesto programmatico del Partito democratico, sotto il titolo Per dare valore al lavoro. Il primo era quello dello spostamento del baricentro della contrattazione collettiva verso i luoghi di lavoro.
Uno spostamento pensato anche per aprire il Paese agli investimenti stranieri e ai piani industriali più innovativi che essi sovente portano con sé. Il secondo era quello del superamento del dualismo del nostro mercato del lavoro, del regime attuale di feroce apartheid fra lavoratori protetti e non protetti, attraverso il nuovo disegno di un diritto del lavoro capace di applicarsi in modo davvero universale a tutti, conciliando il massimo possibile di flessibilità delle strutture produttive con il massimo possibile di sicurezza economica e professionale per i lavoratori nel mercato del lavoro.
Nel 2009 i due punti programmatici vengono tradotti in altrettanti disegni di legge, rispettivamente n. 1872 e n. 1873, presentati da 55 senatori (la maggioranza del gruppo Pd al Senato). Il primo dedicato alla riforma del sistema delle relazioni industriali e della contrattazione collettiva, con la previsione della derogabilità del contratto nazionale da parte di quello aziendale, nell’ambito di regole precise di democrazia sindacale. Il secondo dedicato al disegno di un nuovo diritto del lavoro capace di applicarsi in modo universale, ricomprendendo davvero tutti i nuovi rapporti di lavoro dipendente destinati a costituirsi da qui in avanti, voltando pagina rispetto al dualismo attuale. Entrambi i disegni di legge, però, a seguito della conferenza programmatica del partito del maggio 2010, sono stati accantonati dalla nuova maggioranza nata
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Un pensiero profondo per la politica - Barbara Spinelli su Repubblica
Nel presentare il proprio governo, il 16 novembre scorso, il nuovo premier Mario Monti ha raccontato come i dirigenti dei partiti abbiano preferito non entrare nell´esecutivo e ha aggiunto un´osservazione significativa, e perturbante.
«Sono arrivato alla conclusione, nel corso delle consultazioni, che la non presenza di personalità politiche nel governo agevolerà, piuttosto che ostacolare, un solido radicamento del governo nel Parlamento e nelle forze politiche, perché toglierà un motivo di imbarazzo».
La frase turba perché con un certo candore rivela una verità oculatamente nascosta. Così come sono congegnati, così come agiscono da decenni, i partiti non sanno fare quel che prescrive la Costituzione: non sono un associarsi libero di cittadini che «concorre con metodo democratico a determinare la politica nazionale»; rappresentano più se stessi che i cittadini; e nel mezzo della crisi sono motivo d´imbarazzo. Il nuovo premier ama la retorica minimalista – la litote, l´eufemismo – ma quando spiega che le forze politiche non vogliono scottarsi perché «stanno uscendo da una fase di dialettica molto molto vivace tra loro» (e non senza asprezza aggiunge: «Spero, che stiano uscendo») snida crudamente la realtà.
È una realtà che dovrebbe inquietarci, dunque svegliarci: al momento, i partiti sono incapaci di radicare in Parlamento e in se stessi l´arte del governare. Sanno conquistare il potere, più che esercitarlo con una veduta lunga e soprattutto precisa del mondo. Sono come reclusi in un cerchio. È ingiusto che Monti deprezzi la nobile parola dialettica. Ma i partiti se lo meritano.
Questo significa che l´emergenza democratica in cui viviamo da quando s´è disfatto il vecchio sistema di partiti, nei primi anni ´90, non finisce con Berlusconi: il berlusconismo continua, essendo qualcosa che è in noi, nato da storture mai raddrizzate perché tanti vi stanno comodi. Il berlusconismo irrompe quando la
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Le nostre idee bipartisan - Tiziano Treu su Europa
Il nuovo governo Monti è circondato da vasti consensi e ha sollevato grandi aspettative. È del tutto comprensibile. Non solo noi che abbiamo vissuto con grande sofferenza quest’ultima decadente fase del governo Berlusconi, ma anche l’opinione pubblica percepisce la difficoltà e l’urgenza delle scelte che il governo dovrà fare per rispondere a queste aspettative.
Il messaggio del neopresidente del consiglio ha indicato con chiarezza di voler ispirare la propria azione ai tre obiettivi fondamentali del rigore, della crescita e dell’equità.
Oltre all’equilibrio fra questi tre obiettivi sarà importante l’ordine di priorità degli interventi. Questo vale per tutte le questioni ma in particolare per i temi del lavoro e delle pensioni, data la loro delicatezza.
L’equilibrio suggerisce di combinare fra loro diversi interventi in modo che non solo permettano di distribuire equamente i sacrifici ma anche realizzino scambi utili fra le varie esigenze facilitando così le intese fra i vari portatori di interessi.
Questo metodo è seguito da un pacchetto di proposte presentate ieri al premier da un gruppo di parlamentari Pdl, Pd e Terzo polo che toccano sei punti tematici utili ai tre obiettivi indicati da Monti: 1) riforma delle pensioni di vecchiaia e anzianità.
Il risparmio derivante dovrà favorire in particolare le donne lavoratrici ed i giovani attraverso politiche di detrazioni fiscali; 2) patrimoniale ordinaria volta alla riduzione del carico fiscale delle famiglie, dei lavoratori e delle imprese; 3) incentivi agli investimenti privati nel settore delle infrastrutture e misure fiscali a sostegno delle imprese per l’innovazione e la ricerca; 4) dismissioni patrimoniali volte alla riduzione del debito; 5) riduzioni delle spese e dei costi delle pubbliche amministrazioni; 6) riqualificazione ambientale ed energetica del patrimonio edilizio, con particolare riferimento agli investimenti nel settore delle energie
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Finmeccanica: favori a pochi, danni per tutti - Sergio Rizzo su Corriere della Sera
La prima imprevedibile emergenza di Mario Monti si chiama Finmeccanica. I fatti che stanno emergendo in queste ore ci offrono un quadro sconcertante nel quale le aziende pubbliche sono state utilizzate alla stregua di un bancomat da politici, faccendieri e affaristi senza scrupoli, grazie alla complicità di amministratori che definire spregiudicati sarebbe assai riduttivo. Prova ulteriore che l'epoca di Tangentopoli non si è mai chiusa e che il cancro della corruzione continua a corrodere le fondamenta morali del Paese, i conti pubblici e la nostra credibilità internazionale.
Le grandi imprese italiane con un ruolo e un peso sullo scenario mondiale si contano sulle dita di una mano. Finmeccanica è una di queste. Azionisti del gruppo ancora controllato al 30% dal Tesoro sono alcune fra le principali istituzioni finanziarie planetarie, i fondi d'investimento inglesi e americani, alcuni governi. Il suo capo storico Fabiano Fabiani ne rivendicava già quindici anni fa il primato fra le imprese manifatturiere nazionali. Ma oggi la Finmeccanica è anche qualcosa di più: per l'industria italiana rappresenta un patrimonio tecnologico unico. Guai a perderla. Purtroppo la sua situazione, ben al di là dei presunti fondi neri e delle vicende che dovranno chiarire i magistrati, oggi non è facile. La Finmeccanica ha un indebitamento elevatissimo, causato da alcuni investimenti pagati carissimi.
È il caso dell'acquisizione della Drs tech, gruppo statunitense dell'elettronica. Il suo costo, quasi 4 miliardi di euro: cifra che comprende anche una provvigione stratosferica per il «mediatore» Lorenzo Cola. L'ex consulente della Finmeccanica, che sta ora vuotando il sacco sui fondi neri e le tangenti ai politici, intascò per quell'affare concluso nel 2008 qualcosa come 11 milioni di euro. Un affare, si capì subito, che presentava molti problemi, al di là del prezzo astronomico pagato, con un premio del 32% sulle quotazioni di
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«Un aereo così grande per così pochi?» E Monti fa prendere il piccolo Falcon - su Corriere.it
«Un aereo così grande per così poche persone? Non se ne può prendere uno più piccolo?». Così il neopremier Mario Monti ha scombussolato martedì mattina i piani del 31/o Stormo che per il Professore e la sua delegazione in partenza per Bruxelles da Ciampino aveva preparato un Airbus 300.
L'AEREO PIU' PICCOLO - Ma il presidente del Consiglio ha deciso che per una dozzina di persone l'apparecchio più grande del 31/o Stormo sarebbe stato eccessivo. Così avrebbe chiesto la possibilità di avere un aereo più piccolo. Accontentato. In pochi minuti è stato preparato un Falcon 900 da 12 posti oltre all'equipaggio, più piccolo e meno dispendioso. La delegazione è quindi partita per Bruxelles. (fonte Ansa)
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«Non sono proprio praticante ma allo Spread ci credo» - Francesca Fornario su L'Unità
A mensa. «Che poi non è vero che tutte le aziende sono in crisi. Prendi YouPorn: nell’ultimo mese è cresciuto del 40%». «È che Berlusconi ha un sacco di tempo libero». «E se vai a Via Condotti, dove ci sono i negozi di lusso, ti accorgi che c’è la fila». «Ho visto, arriva fino a Palazzo Chigi». «Ma no, quella è la fila che parte da Palazzo Chigi. Sono i sottosegretari tecnici proposti dai partiti». «Ah».
«Comunque, qui il problema è lo Spread». «Infatti...». «Oggi come sta?». «È sceso, mi pare». «Ah. Pensavo salito». «Giusto, è salito». «Di quanto?». «Boh, però è quasi al limite». «Ah. Quant’è il limite?». «Non lo so». «Però ci credi?». «Allo Spred? Sì, certo, che domande. Perché, tu no?». «Pure io, sì. Ma tu non hai mai dei dubbi? Cioè... tu lo hai mai visto?». «Mica si manifesta così».
«Però i poveracci come noi dovrebbero vederlo, no?». «Non è mica la Madonna. È la Madonna che si mostra solo ai poveri». «Lo Spred no?». «No, lo spread solo ai ricchi». «Ah, ecco perché. Ma esattamente...» «È il differenziale tra il rendimento dei titoli di stato italiani, i Bot e quelli tedeschi, i Bund». «Tu hai molti Bot?». «Nessuno». «Nemmeno io». «Però siamo nelle mani dello Spread». «Quindi se scende...». «Se scende va bene». «Tipo che ci aumentano lo stipendio?». «No, dicevo in generale».
«Ho letto che nel ’66 l’Ad della Fiat guadagnava 60 volte lo stipendio di un suo operaio. Marchionne guadagna 400 volte lo stipendio di un suo operaio». «Orca!». «E nell’83 mio padre ha comprato casa per 70 milioni. Settantacinque stipendi di un impiegato di classe media. Oggi quella casa vale 450mila euro.
Per comprarla servono 346 stipendi di un impiegato di classe media. Mi sembra che il differenziale che ci sta fregando a noialtri sia questo qui». «Ma no, ti pare. Tutti dicono lo Spread. Io ci credo. Non sono praticante, ma ci credo».
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Il mercato secondo Monti - Mario Lettieri e Paolo Raimondi su Europa
Le idee del professor Monti sono solide e consolidate. Certo aspettiamo la verifica dell’operato del suo governo. Oltre alle indicazioni date nei discorsi alle camere, vi sono due suoi importanti documenti, preparati in momenti non sospetti, che meritano un’attenta lettura. Sono dei paper che possono aiutare a capire meglio lo spirito ed il progetto dell’ “uomo dell’emergenza”.
Il primo è La commissione Attali e l’Italia pubblicato nel 2008, prima dell’esplosione della crisi finanziaria globale, scritto insieme a Franco Bassanini.
Il documento è l’introduzione alla pubblicazione in italiano del Rapporto Attali. Liberare la crescita. 300 decisioni per cambiare la Francia. Uno studio che dettaglia le proposte per far fronte alle sfide di sviluppo e di dinamismo dell’economia e della società francesi.
Monti rimase positivamente impressionato dall’iniziativa francese di mettere in campo un vasto spettro di competenze economiche e politiche ma soprattutto culturali e professionali europee ed internazionali, per riflettere non solo sui problemi generali ma per predisporre un set di riforme e di misure precise. Infatti, bisognava convincere i francesi, che vivevano le sfide della competizione globale come se fosse una minaccia.
La commissione Attali propone riforme che mettono in discussione rendite e privilegi per affrontare al meglio il futuro. Si trattava e si tratta di «dire la verità anche con un’analisi spietata della realtà economica », di sfidare i «medici pietosi », le cui deboli analisi sui ritardi nella modernizzazione economica e sociale «offrivano alibi a scelte di conservazione e alle resistenze da parte degli interessi colpiti dalle riforme».
Il Rapporto Attali fa proprio le best pratices degli altri paesi per superare i ritardi accumulati, per coniugare le sue proposte di crescita con il superamento delle disuguaglianze, per liberare energie e risorse per la ripresa, salvaguardando i livelli di solidarietà e di coesione sociale.
Monti rimase affascinato dallo
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mercoledì 23 novembre 2011
Decalogo per l'agricoltura - Carlo Petrini su Repubblica
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| Carlo Petrini |
Per quale trauma, forse databile con la povertà delle campagne d´inizio Novecento, in questo Paese quando si parla di agricoltura nella migliore delle ipotesi siamo distratti e nella peggiore infastiditi? Ne è un sintomo il malcelato recalcitrare di chi ogni tanto ha in sorte il ministero delle Politiche agricole e forestali, ma anche il disinteresse che l´intera società civile manifesta nei confronti dell´attuazione delle sue politiche. L´agricoltura parrebbe fuori dall´italico radar. Ma almeno, il nuovo ministro del governo Monti, Mario Catania, è un dirigente del Mipaf da più di trent´anni e sicuramente conoscerà l´importanza del settore, soprattutto la necessità di un rapporto forte con la Commissione Europea. Nell´augurargli buon lavoro dobbiamo tuttavia constatare che, dal 2008, egli è il quarto ministro dell´Agricoltura del nostro Paese, e anche questo la dice lunga sull´attenzione della politica verso la questione agroalimentare.
Nemmeno in questo momento storico, in cui la società civile si mobilita su questioni cruciali come quella dell´acqua pubblica o del consumo di suolo, quella miccia prende fuoco: sull´agricoltura non ci entusiasmiamo. E questo vale ovviamente anche a livello europeo. Per esempio, se si chiede in giro che cosa è la Pac, pochi sapranno rispondere. Pac sta per Politica agricola comune, le normative europee in tema di agricoltura. Non mi sembra una cosa normale non saperne niente. Perché se ci dicessero che non capiamo niente di cibo, ci offenderemmo. Ma come si può avere una cultura del cibo se si ritiene l´agricoltura un argomento poco interessante? Oggi l´esodo dalle campagne ha toccato il suo punto più drammatico, allora
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L'Olfatto - Sebastiano Messina su Repubblica
Non potendo (ancora) mettere sotto tiro Mario Monti, "Il Giornale" e "Libero" hanno puntato il mirino su Corrado Passera. Il proiettile si chiama «conflitto d´interessi». Chissà quali oscuri progetti vorrà realizzare, chissà quali affari segreti vorrà proteggere. Per carità, quando un potente banchiere diventa superministro è legittimo e anzi obbligatorio essere certi che le sue scelte siano fatte solo nell´interesse dello Stato. Ma il fatto che sentano odore di conflitto d´interessi proprio le due gazzette della curva sud berlusconiana, che ieri non battevano ciglio se Berlusconi metteva il suo unico veto alla patrimoniale (lui che è uno dei tre uomini più ricchi d´Italia) o se chiedeva una sola poltrona governativa, quella di sottosegretario alle Comunicazioni (lui che è il padrone di Mediaset), in fondo è una buona notizia. Forse, dopo 18 anni, a Feltri e a Belpietro sta tornando - miracolosamente - l´olfatto.
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Quanto sono politici i tecnici - Nadia Urbinati su Repubblica

Si continua a definirlo "tecnico" eppure questo guidato dal senatore Mario Monti è un governo a tutto tondo politico; molto più del governo Berlusconi che lo ha preceduto.
Politico nel senso più pregnante del termine: perché ha riportato le questioni che interessano il nostro destino – nostro come società e come Paese – al primo posto, come dovrebbe essere (ed è sperabile che ciò restituisca all´Italia una forza di negoziazione con i partner europei che aveva perso e di cui ha bisogno). Per anni ci eravamo dimenticati che il governo deve occuparsi delle cose che riguardano la nostra vita, non la vita di chi governa. Per anni abbiamo assistito impotenti a uno spettacolo preconfezionato a Palazzo Grazioli su come Palazzo Chigi doveva operare e per chi: per tre anni le questioni di sesso e di corruttela hanno inondato le nostre giornate, quelle degli interessi del premier tenuto l´agenda politica del Parlamento.
E lo si chiamava governo politico. Di politico aveva due cose: era stato l'espressione diretta della maggioranza dei consensi usciti dalle urne e l´esito di un accordo tra alcuni partiti politici. Ma questo non è sufficiente a fare di un governo un governo politico. Questo è il preambolo, la condizione determinante ma non sufficiente.
Il governo Berlusconi, nato politico, si è astenuto dal governare per noi e quando lo ha fatto ha generato problemi invece di risolverli. Per esempio, le norme sulla criminalizzazione dell´emigrazione hanno gettato petrolio sulle fobie razziste senza risolvere i problemi legati al controllo degli ingressi e all´integrazione degli immigrati; per esempio, gli interventi sulla scuola pubblica sono stati proditoriamente fatti per umiliarla e
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Articolo 18 e Pd, mediazione possibile? - Mariantonietta Colimberti su Europa
Non drammatizzare. E tentare una mediazione preventiva perché al momento giusto il Pd non si ritrovi a pezzi. Sperando, forse sapendo, di poter contare sulla prudenza di Mario Monti e di Elsa Fornero, il nuovo ministro del welfare, lontana anni luce dalle provocazioni deliberate di Maurizio Sacconi.
È stato probabilmente anche con questo intento che Pier Luigi Bersani è intervenuto ieri nella trasmissione radiofonica Baobab, mettendo alcuni puntini sulle “i” a tutto campo, questioni spinose comprese: una su tutte, il mercato del lavoro. Un tema, come si sa, centrale per il Pd, sul quale sono stati prodotti documenti, presentati disegni di legge, organizzati appuntamenti ad hoc, come la Conferenza nazionale di Genova dello scorso giugno, in cui fu votato all’unanimità il documento del responsabile economico Stefano Fassina. Pietro Ichino, autore di un progetto di riforma del mercato del lavoro esplicitamente adottato da Walter Veltroni al “Lingotto 1”, in quell’occasione lesse un testo che non fu messo ai voti.
L’esistenza di due linee economiche all’interno del partito si ripropone puntualmente ad ogni occasione importante o foriera di novità. Ovvio, quasi scontato, che accadesse in presenza del nuovo governo.
Così le frasi di Monti circa la necessità di riformare il mercato del lavoro, «per allontanarci da un mercato duale», ma soprattutto quelle relative al «nuovo ordinamento» che sarà applicato «ai nuovi rapporti di lavoro», mentre «non verranno modificati i rapporti di lavoro regolari e stabili in essere» hanno immediatamente provocato la solita divaricazione.
Da una parte chi, come Cesare Damiano, afferma che «giovani e meno giovani debbono avere le stesse tutele, compreso l’articolo 18», dall’altra chi, come Veltroni, è pronto ad «affidare a Monti la ricerca di un punto di equilibrio». «Non drammatizziano il tema dell’articolo 18, perché il 95 per cento delle imprese italiane non è sottoposto all’articolo 18» ha detto ieri Bersani.
Un’apertura a discutere del tabù? Non proprio, spiegano nell’entourage del segretario dem, piuttosto la
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Il primo test per la Fornero - Paolo Griseri su Repubblica
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| Elsa Fornero |
Il tempo stringe. Mancano quaranta giorni per disinnescare la bomba Fiat. Per evitare che dal primo gennaio il gruppo di Torino diventi un luogo di scontro esclusivamente ideologico.
Uno scontro «in grado di far scoppiare le contraddizioni di tutti: del governo perché non partirebbe bene, e di Cisl e Uil». Sono parole di Vincenzo Scudiere, segretario nazionale della Cgil, una lunga militanza in quella che fu la componente socialista del sindacato di corso d´Italia. Non certo un barricadero. Scudiere avverte un pericolo che, con il suo linguaggio, segnala anche il segretario nazionale della Fiom, Giorgio Airaudo: «Dobbiamo evitare che nella Fiat prevalga l´estremismo». Si potrebbe osservare che il consiglio sarebbe utile anche all´interno della Fiom, dove ieri il presidente del Comitato centrale, Giorgio Cremaschi, accusava la Fiat di «fascismo aziendalistico». Ma è ormai evidente che il Lingotto e il sindacato di Landini hanno ambedue diverse anime al loro interno.
L´effetto dell´estensione a tutto il gruppo Fiat (sia Fiat spa che Fiat industrial) dell´accordo di Pomigliano (o similari) è che 70 mila lavoratori italiani, non potranno essere rappresentati in fabbrica dal sindacato che hanno votato di più nei 112 anni di vita della Fiat. Un vulnus democratico evidente che non si può giustificare con interpretazioni da azzeccagarbugli sull´articolo 19 dello Statuto dei lavoratori. Articolo modificato da un referendum per ampliare la rappresentanza in fabbrica e non per ridurla. Il nodo che ha segnalato ieri Scudiere e con lui l´intera Cgil, è quello di un articolo di legge che, dopo la modifica referendaria, è diventato un mostro giuridico perché finisce per legare la rappresentanza in fabbrica alla linea politica di un sindacato e non alla sua capacità di rappresentare i lavoratori. Un vulnus che è difficile superare con la scusa che quei lavoratori hanno approvato gli accordi in referendum in cui l´alternativa era tra il sì e il licenziamento.
Si può uscire da questa impasse? E´ la scommessa da vincere per disinnescare la bomba Fiat. Il primo nodo importante da sciogliere per il nuovo ministro del welfare, la torinese Elsa Fornero. Trovare una strada per distinguere due diverse questioni: l´obbligo per un sindacato (in questo caso la Fiom) di rispettare anche gli accordi che non ha firmato e l´obbligo per un´azienda di avere in fabbrica i sindacati rappresentativi del voto dei
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"chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato" - Michele Serra su Repubblica
Detto tutto il bene possibile dello stile, dei toni bassi, del ritrovato aplomb di Stato, perfino del trolley che il professor Monti traina di persona, come se fosse un essere umano par nostro, non ha per niente torto Vendola quando dice di aspettare il nuovo governo al varco dell´equità sociale. Perché se è vero, come si mormora, che esiste un veto della destra sulla patrimoniale (la destra ha pur sempre in viva simpatia i ricchi, specie se il suo dominus è uno straricco) allora non si capisce bene con quali quattrini dev´essere tessuta la toppa che serve a riparare il Grande Sbrego.
Viene un momento (per fortuna) che la politica, dopo avere tanto complicato, è la sola che può semplificare, e chiarire da che parte si deve e si può andare. In un paese dove le dichiarazioni dei redditi sono una fotografia pallida e mendace della ricchezza vera, ci sarà pure il modo di spillare qualcosa dai patrimoni (immobili, depositi bancari, portafogli azionari, titoli). Anche perché "chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato" è il detto più italianamente rassegnato, conservatore e vigliacco: chi ha avuto è ora che dia qualcosa, chi ha dato è ora che abbia un poco di tregua. E tutto il resto è solo parlare d´altro.
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Fiat: addio accordi sindacali modello Pomigliano ovunque - su Repubblica
Con una lettera inviata a tutte le organizzazioni sindacali, la Fiat ha comunicato ieri che dal primo gennaio non avranno più efficacia «tutti i contratti applicati nel gruppo» e «tutti gli altri contratti e accordi collettivi aziendali e territoriali vigenti, compresi quelli che comprendono una clausola di rinnovo alla scadenza, nonché da ogni altro impegno derivante da prassi collettive in atto». Una tabula rasa, logica conseguenza della scelta del Lingotto di uscire da Confindustria per poter applicare in tutti i suoi stabilimenti il contratto separato firmato a Pomigliano con Fim, Uilm, Fismic e Ugl. Un atto che comunque è subito stato giudicato negativamente anche da una parte dei sindacati del sì: «Quello della Fiat è un atto grave e provocatorio - ha detto il segretario della Uilm, Rocco Palombella - e per questo chiediamo una data per aprire un immediato tavolo di confronto. La forzatura di Marchionne è notevole ma reagiremo in modo sindacale».
Che cosa accadrà dal 1 gennaio? I 70 mila dipendenti italiani del gruppo Fiat non avranno più il contratto nazionale dei metalmeccanici né il contratto integrativo Fiat ma un contratto nazionale dei dipendenti Fiat che ricalca quelli contestati di Pomigliano e Mirafiori. Diminuiranno così i tempi di pausa per chi lavora in linea, saranno pagati i giorni di malattia solo quando i tassi di assenteismo saranno al di sotto di una certa soglia, non si potrà scioperare contestando norme contenuti negli accordi. Infine i rappresentanti sindacali in fabbrica non saranno eletti dai dipendenti ma nominati dalle sigle sindacali.
La lettera di ieri riguardava i lavoratori di Fiat Group Automobiles ma presto ne arriveranno di analoghe per i dipendenti di Ferrari e Maserati e per quelli di Fiat Industrial. «Il vero rischio - osserva Roberto Di Maulo, leader del Fismic - è che entro la fine dell´anno non si riesca a scrivere un contratto uguale per tutto il gruppo Fiat e che dunque dal primo gennaio l´azienda si senta autorizzata a sostituire i contratti con un semplice regolamento interno». Per la Fim la strada è quella di «una trattativa che porti a un contratto Fiat specifico
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Napolitano: "Follia non dare cittadinanza a bimbi" - Corriere.it
A pochi giorni dalla nascita del governo Monti, il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, affronta con decisione uno dei temi che, sollevato da Bersani durante la dichiarazione di fiducia al nuovo esecutivo, aveva suscitato dure polemiche da parte di Lega e Pdl: la cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia. "Mi auguro che in Parlamento si possa affrontare anche la questione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati stranieri. Negarla è un'autentica follia, un'assurdità. I bambini hanno questa aspirazione", ha detto Napolitano durante l'incontro al Quirinale con la Federazione delle chiese evangeliche.
Maggiori possibilità di confronto politico. Per quanto, poi, riguarda il clima politico, nel Paese, il presidente della Repubblica ha tenuto a sottolineare che ora ci sono maggiori possibilità di confronto anche se "non credo che in pochi giorni il mare in tempesta sia diventato una tavola. È un po' incrinato, un po' mosso, ma credo ci siano maggiori possibilità di confronto fra gli schieramenti", ha concluso.
L'intervento di Bersani. "Cari leghisti, abbiamo centinaia di migliaia di figli di immigrati che pagano le tasse, vanno a scuola e parlano italiano e che non sono né immigrati né italiani, non sanno chi sono. È una una vergogna", aveva detto il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, alla Camera durante la dichiarazione del voto di fiducia a Monti, scatenando polemiche di Pdl e Lega.
Le reazioni. Dopo l'intervento di Bersani, la Lega, che sulla cittadinanza ai figli degli stranieri oppone una dura resistenza, ha promesso le barricate: "Dall'inizio della legislatura il Pd e il Terzo Polo hanno tentato di introdurre la cittadinanza facile per gli immigrati e la Lega Nord lo ha impedito. Non ci si nasconda ora dietro il paravento di un governo tecnico per riprovarci: se così fosse, sappiano fin da ora che noi faremo le barricate e sono certo che la stragrande maggioranza dei cittadini ci sosterrà", erano state le parole di
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Come uscire dal ventennio - Rocco D'Ambrosio su Europa
Sono molte le sfide, le aspettative e i desideri che accompagnano il nuovo momento politico. Certo il ventennio politico passato non è facile da definire.
Ma qualsiasi cosa esso sia stato – agli storici la valutazione più globale – si tratta ora di ripensare, riprogettare, ricostruire. Opera quasi immane, ma necessaria. E la riflessione, unita all’impegno può aiutare la ricostruzione. Due riflessioni allora mi sembrano di cogente attualità: l’impegno culturale e il primato dell’etica.
1. L’impegno culturale. Il periodo che ieri si è chiuso, con storie e percorsi diversi, ha prodotto una crisi che facilmente si può definire – per dirla sinteticamente – malpolitica, ossia una politica malata, degenerata, corrotta e pervasiva di diversi contesti. Infatti la crisi attuale, oltre ad essere politica, è anche sociale, culturale, religiosa, economica. O, per dirla con un’espressione di Calvino, è la trama di uno sfacelo senza fine né forma, una corruzione troppo incancrenita.
E quando, in una situazione del genere, s’inizia ad assuefarsi alle piaghe, siamo oltre la normale crisi di una democrazia occidentale. In questo tipo di situazione l’impegno di riforma culturale, a livello personale come di agenzie educative e istituzioni tutte, è il primo in assoluto da compiere. Scriveva Sturzo nel 1936: «È il lavoro in profondità che occorre: l’organizzazione della gioventù e delle masse; le opere sociali di credito e di previdenza; i sindacati operai e le leghe professionali, la cultura religiosa e civile; la formazione del carattere e la lealtà del tratto con tutti, amici e avversari; lo sviluppo della stampa e delle biblioteche popolari; la preparazione civile di buoni amministratori, consiglieri e deputati».
Si tratta di recuperare la sensibilità educativa e culturale dei Murri, Sturzo, La Pira, Moro. Non a caso Benedetto XVI ha ben evidenziato nella sua ultima enciclica come nei settori economico, finanziario e politico, necessitiamo di una classe dirigente retta, che viva fortemente nella coscienza l’appello del bene
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martedì 22 novembre 2011
Urlo di dolore - Massimo Gramellini su La Stampa
Ministro Passera, immagino sia rimasto sconvolto anche lei dalla notizia dell’ennesimo suicidio di un imprenditore italiano. Giancarlo Perin da Borgoricco, un nome che oggi suona quasi beffardo, si è impiccato alla gru della sua azienda edile nel Padovano. Lascia una moglie, due figli e decine di dipendenti ai quali temeva di non riuscire più a pagare lo stipendio, schiacciato com’era fra debitori insolventi, commesse latitanti e banche che con un eufemismo chiamerei insensibili ma che lui, nella lettera scritta alla famiglia prima di uccidersi, ha definito «avide».
Concorderà, ministro, che certi epiloghi non possono essere liquidati alla voce «attacco depressivo». Il dramma di quell’uomo rispecchia la condizione quotidiana di migliaia di piccoli imprenditori che non dormono più la notte e quando ci riescono non fanno sogni ma incubi. Uno in particolare: di fallire e veder scivolare le proprie aziende nelle mani di finanzieri che di notte invece dormono benissimo, perché non vivendo sul territorio ignorano le storie e le facce delle persone la cui vita dipende dalle loro decisioni.
So di non dirle nulla di nuovo. Ma di fronte al corpo di un imprenditore che penzola da una gru dopo l’ultima disperata e vana visita in banca, mi sembra giusto sottoporre alla sua attenzione di ex banchiere e neo-ministro dello Sviluppo l’urlo di dolore che risuona nel Paese e pretende, accanto a risposte strategiche, anche altre più immediate: di buon senso e, in molti casi, di semplice e rivoluzionario buon cuore.
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La missione dei professori dare senso alla politica - Michele Marzano su Repubblica
Da quando sono stati nominati, c´è il sospetto che l´Italia sia finita nelle mani di pochi tecnocrati. Ci sono addirittura dei parlamentari che ritengono che il governo tecnico sia il frutto di un vero "colpo di Stato". Come se la crisi che si abbatte oggi in Europa avesse provocato, nel nostro Paese, il fallimento della politica.
Come se, dopo anni di spettacoli, divismo, visibilità e barzellette, il solo modo per salvare lo Stato fosse quello di rinunciare alla democrazia, dove tutti possono decidere tutto, per far spazio alla tecnocrazia, dove solo pochi decidono quello che si deve o meno fare. Eppure i "tecnici" del governo Monti non sono dei tecnocrati. Perché non si tratta affatto di specialisti dei meccanismi burocratici. Al contrario. Si tratta soprattutto di professori universitari. Che per occupare il ruolo che occupano, hanno passato anni ed anni a studiare, ad approfondire le proprie conoscenze, talvolta anche ad innovare la ricerca trovando soluzioni inedite a problemi ancora irrisolti.Certo, non è più il tempo di Platone, quando sembrava ovvio affidare il governo della polis ai filosofi, gli amanti del sapere. Oggi, il sapere è complesso e molteplice. E anche se ogni tanto varrebbe la pena di consultare qualche filosofo per avere un punto di vista critico e argomentato sulla realtà, non sono loro che, per definizione, devono occupare cariche politiche di responsabilità.
Oggi, le competenze di cui si ha bisogno per il bene di un Paese sono tante. Ed è importante che Mario Monti, lui stesso professore universitario, abbia fatto appello ad altri professori. Non solo perché si sta attraversando un momento di crisi che ci obbliga a trovare velocemente soluzioni credibili. Ma anche e soprattutto perché oggi la politica ha più che mai bisogno di contenuti. In democrazia, il popolo resta sovrano. È quindi giusto e necessario pensare fin da oggi alle prossime elezioni. Ma forse è giunto il momento di ripensare il modo stesso di fare politica. Non certo per proporre un´anti-politica populista e
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La Costituzione unica bussola - Stefano Rodotà su Repubblica
Avevano un suono diverso le parole pronunciate dal presidente del Consiglio e dai ministri del nuovo governo nel momento in cui giuravano di osservare "lealmente" Costituzione e leggi e di esercitare le loro funzioni nell´interesse "esclusivo" della Nazione. La formula apparentemente burocratica del giuramento rivelava un´assenza: la mancanza negli ultimi anni d´ogni lealtà governativa verso una Costituzione continuamente dileggiata e aggredita, l´abbandono dall´interesse esclusivo della Nazione a vantaggio di una folla di interessi privati e persino inconfessabili. Quelle parole scomparse e tradite sono ritornate nel momento in cui davanti al nuovo governo non è soltanto il compito assai difficile di affrontare i temi dell´economia riprendendo pure il cammino dell´equità e dell´eguaglianza, senza le quali la coesione sociale è perduta. L´insistita sottolineatura del nuovo stile di Mario Monti all´insegna di "sobrietà" e "serietà" non riguarda, infatti, segni esteriori. Ricorda un altro compito, forse persino più difficile e certamente bisognoso di molto impegno e di molto tempo, quello di far uscire il nostro Paese dalla regressione culturale e civile nella quale è sprofondato.
È questione che non si affida tanto a provvedimenti formali. Accontentiamoci, per il momento, d´una prima, non indifferente certezza. Il sapere che non vi saranno ministri della Repubblica che, di fronte alla domanda di un giornalista o di un cittadino, leveranno in alto il dito medio o risponderanno con una pernacchia (non il nobile e difficile "pernacchio" di Eduardo). Rispetto e lealtà non sono dovuti soltanto a Costituzione e leggi, ma a tutti coloro che nel mondo reale incarnano valori e principi che lì sono iscritti. In questi anni abbiamo assistito proprio al rifiuto dell´"altro", l´avversario politico o l´immigrato, lo zingaro o la persona omosessuale. L´indegna gazzarra scatenata alla Camera dai deputati della Lega contro la civilissima
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Abbiamo 200 alberi a testa ma bisogna trattarli meglio - Sara Ficocelli su Repubblica
Per Kahlil Gibran erano "liriche che la terra scrive sul cielo", per Joyce Kilmer le poesie di Dio, per Gandhi il simbolo della realizzazione di ogni sforzo umano. Idolatrati e martoriati, gli alberi sono sempre stati destinatari di molte parole e pochi fatti, soprattutto a livello di tutela. Il 21 novembre l'Italia ha deciso di dedicar loro una giornata nazionale, in memoria di Sandro Usai e di tutte le vittime delle alluvioni di tre settimane fa, dato che è stata anche la mancanza di gestione forestale ad aver provocato 18 morti fra Liguria e Toscana. Una ricorrenza simbolica che chiude l'"International Year of Forests - Anno Internazionale delle Foreste" e che servirà a far riflettere sull'importanza di questi "pilastri della terra" che ci sostengono producendo ossigeno, contenendo le piogge, ospitando e nutrendo gli animali e fortificando gli argini dei fiumi.
Malgrado l'urbanizzazione feroce e l'abusivismo edilizio siano piaghe diffuse, il nostro paese è ancora tapezzato da nord a sud di boschi splendidi e negli ultimi 50 anni la superficie forestale è addirittura raddoppiata. Un dato che da un lato è positivo, ma che dall'altro è sintomo dell'abbandono delle aree rurali da parte della popolazione e della riconquista da parte del bosco di quei territori che una volta erano coltivati o abitati. Secondo il Corpo Forestale dello Stato, gli alberi sul territorio sono 12 miliardi, quasi 200 per ogni italiano, 1360 per ettaro, e tra le specie più diffuse il primato spetta al faggio, con oltre un miliardo di esemplari che ricoprono quasi tutti gli Appennini. Il più "famoso" è invece l'abete rosso, il tradizionale albero di Natale, diffusissimo sulle Alpi.
L'intenzione di preservare questo patrimonio e gestirlo in modo sano è dimostrata dall'aumento esponenziale di boschi con marchio PEFC (Programme for Endorsement of Forest Certification schemes), il
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Passaggio al contributivo? Ci perde chi si ritira prima - Domenico Comegna su Corriere della Sera
Sembra dunque deciso. Il passaggio al sistema di calcolo della pensione cosiddetto «contributivo» dal primo gennaio 2012 è destinato ad essere uno dei primi provvedimenti del nuovo governo Monti. Una volta sentite le parti sociali, il neo ministro Elsa Fornero metterà in pratica un'idea che coltiva da tempo. Un cambio di sistema finalizzato all'equità generazionale. Occorre infatti riconoscere che le pensioni retributive sono caratterizzate da uno scarso collegamento tra contributi versati e prestazioni ricevute. Nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di un vero e proprio regalo a carico della collettività. Non è facile calcolarne l'ammontare, perché dipende da molti parametri. Se ne può ottenere una stima attraverso un indicatore della generosità del nostro sistema pensionistico, che conferma i notevoli benefici garantiti a chi è già in pensione, e chi vi andrà nei prossimi anni.
Il sistema a ripartizione
Il generoso «retributivo» scomparirà del tutto solo nel 2030, quando sarà finalmente a regime il criterio «contributivo». Un sistema a ripartizione, come è il nostro (secondo cui si pagano le pensioni sulla base dei contributi incassati), è finanziariamente sostenibile quando restituisce al lavoratore, sotto forma di rendita, i contributi versati, capitalizzati a un tasso pari al tasso di crescita dell'economia. Ebbene, la formula retributiva ha per troppo tempo sistematicamente violato il principio della sostenibilità, offrendo un «rendimento» (un interesse annuo sui contributi) assai superiore a quello finanziariamente sostenibile.
Un assegno per tre
Per quanto riguarda il calcolo della pensione, la riforma del '95 ha individuato tre tipologie di lavoratori:
1) I «fortunati» del 1995, esonerati dall'applicazione del contributivo grazie alla artificiosa demarcazione introdotta tra coloro che, al 31 dicembre 1995, avrebbero raggiunto almeno 18 anni di anzianità e gli altri.
2) I «parzialmente fortunati», con anzianità inferiore a 18 anni nel 1996, la cui pensione sarà calcolata secondo
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"Inutile litigare sui nomi l´imposta sulla casa colpisce già la ricchezza" - Paolo Griseri su Repubblica
Introdurre l´Ici «è una scelta giusta» e va accompagnata «da misure che nelle politiche degli enti locali distinguano le spese correnti, che vanno ridotte, dagli investimenti per lo sviluppo che vanno promossi». In questa direzione «va rivisto e ricontrattato con il governo il patto di stabilità».
Prima la patrimoniale o prima l´Ici?
«L´Ici è una forma di patrimoniale. Rischiamo di inventare una disputa nominalistica».
Così il sindaco di Torino, Piero Fassino, interviene nella discussione sulle misure di austerità promesse dal governo.
Signor sindaco, torna l´Ici. Soddisfatti?
«È una scelta necessaria. Quando il governo Berlusconi l´aveva abolita non l´aveva sostituita con pari trasferimenti ai comuni. Con il risultato che gli enti locali si sono trovati nell´alternativa tra aumentare le tariffe o ridurre i servizi. Facendo pagare le conseguenze ai cittadini».
E´ sicuro che il governo lascerà ai Comuni il gettito della tassa sulla casa?
«Naturalmente me lo auguro. Anche perché in questo modo i Comuni non sarebbero obbligati a chiedere altre risorse allo Stato. È ovvio che l´Ici andrà applicata con la giusta progressività, tenendo conto dei redditi e del valore degli immobili».
Susanna Camusso chiede che prima dell´Ici si introduca la patrimoniale. E´ d´accordo?
«Essendo un´imposta sugli immobili l´Ici è una forma di patrimoniale. Non infiliamoci in dispute nominalistiche. Sarà il governo a decidere che cosa fare prima e che cosa fare dopo. Lo stesso Monti ha detto che presenterà dei pacchetti e non delle singole proposte».
Quali altri provvedimenti, oltre al ripristino dell´Ici, servirebbero agli enti locali?
«Servirebbe intanto un clima nuovo nei rapporti tra lo Stato e il sistema degli enti locali. Noi abbiamo delle proposte e siamo pronti a discuterle. Bisogna superare provvedimenti recenti che hanno messo a rischio
Prima la patrimoniale o prima l´Ici?
«L´Ici è una forma di patrimoniale. Rischiamo di inventare una disputa nominalistica».
Così il sindaco di Torino, Piero Fassino, interviene nella discussione sulle misure di austerità promesse dal governo.
Signor sindaco, torna l´Ici. Soddisfatti?
«È una scelta necessaria. Quando il governo Berlusconi l´aveva abolita non l´aveva sostituita con pari trasferimenti ai comuni. Con il risultato che gli enti locali si sono trovati nell´alternativa tra aumentare le tariffe o ridurre i servizi. Facendo pagare le conseguenze ai cittadini».
E´ sicuro che il governo lascerà ai Comuni il gettito della tassa sulla casa?
«Naturalmente me lo auguro. Anche perché in questo modo i Comuni non sarebbero obbligati a chiedere altre risorse allo Stato. È ovvio che l´Ici andrà applicata con la giusta progressività, tenendo conto dei redditi e del valore degli immobili».
Susanna Camusso chiede che prima dell´Ici si introduca la patrimoniale. E´ d´accordo?
«Essendo un´imposta sugli immobili l´Ici è una forma di patrimoniale. Non infiliamoci in dispute nominalistiche. Sarà il governo a decidere che cosa fare prima e che cosa fare dopo. Lo stesso Monti ha detto che presenterà dei pacchetti e non delle singole proposte».
Quali altri provvedimenti, oltre al ripristino dell´Ici, servirebbero agli enti locali?
«Servirebbe intanto un clima nuovo nei rapporti tra lo Stato e il sistema degli enti locali. Noi abbiamo delle proposte e siamo pronti a discuterle. Bisogna superare provvedimenti recenti che hanno messo a rischio
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L'esercito degli "invisibili" intrappolati nell'inferno Italia - Maurizio Bongioanni su Espresso
Li chiamano i "dubliners", da "Dublino II", il regolamento europeo sull'asilo politico. Sono i rifugiati sbarcati in Italia e poi passati nel Nord Europa, ma che devono istruire la loro pratica nel nostro Paese. E ora quarantuno tribunali tedeschi hanno bloccato le espulsioni dei richiedenti asilo verso l'Italia sulla base di un rapporto che racconta come per queste persone da noi non ci sia alcuna "garanzia di dignità umana"Nei primi decenni del Novecento c'erano persone che spontaneamente arrivavano a rompersi un arto, chi un braccio e chi una gamba, per evitare di essere chiamati in guerra. È passato quasi un secolo ma nella cosiddetta società dei diritti esistono ancora persone costrette a bruciarsi le dita per cancellare le impronte digitali. Queste persone sono i rifugiati politici, e alcuni di loro lo fanno per non tornare in Italia, dopo essere arrivati in Germania o nel Nord Europa.
Com'è possibile? È possibile principalmente per due ragioni: la prima è che il principale regolamento legislativo in Europa in materia di asilo politico, il Dublino II, perno fondamentale dell'intero sistema di accoglienza europeo, prevede obbligatoriamente che la richiesta d'asilo di un rifugiato politico debba essere gestita dal paese membro nel quale quel rifugiato ha registrato le impronte digitali. L'ingresso principale per gli extracomunitari in Europa è rappresentato dalle coste italiane e greche ed è qui che vengono identificati la prima volta, segnando involontariamente il loro destino. Succede che gli immigrati, quando escono dal periodo di soggiorno forzato, decidono di prendere la strada del Nord in cerca di lavoro e molti attraversano i confini per approdare in Germania e oltre. Ma una volta usciti da Italia o Grecia, eccoli scontrarsi con la Dublino II che li costringe a tornare nelle penisole di partenza.
E qui si arriva alla ragione per la quale i richiedenti asilo non vogliono fare ritorno: perché in Italia e in Grecia non ci sono “garanzie di dignità umana” per loro. Questa conclusione è contenuta in un dossier, per
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lunedì 21 novembre 2011
Una fiducia da record per il premier Otto su dieci promuovono Monti - Ilvo Diamanti su Repubblica
È bastata una settimana perché il clima d'opinione svoltasse dalla depressione all'euforia. Lo dimostra, in modo eloquente, il sondaggio realizzato da Demos mentre le Camere votavano la fiducia al governo "tecnico", guidato da Mario Monti. Con una maggioranza senza precedenti nella storia repubblicana. Ma non molto più larga di quella espressa dalla popolazione. Quasi 8 italiani su 10 (nel campione intervistato di Demos) manifestano un giudizio positivo nei confronti del governo. Ma il consenso "personale" del nuovo presidente del Consiglio è ancora più ampio: 84%. Paragonabile solo al sostegno popolare di cui dispone il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
Ispiratore e protagonista della formazione del governo Monti. Naturalmente, c'è una relazione stretta fra la "misura" della fiducia parlamentare e popolare. Una maggioranza politica tanto larga e trasversale ha, infatti, favorito il consenso dei cittadini verso il governo, in modo trasversale. Si va, infatti, dal 90% circa fra gli elettori del PD a un po' meno del 60% tra quelli della Lega e del Movimento 5 Stelle. Tuttavia, un'ondata di fiducia politica di queste proporzioni non si spiega solo con il sostegno dei partiti. Anzi, semmai è vero il contrario: la nascita del governo ha, in parte, riconciliato i cittadini con la classe politica. Come dimostra la crescita generalizzata dei giudizi positivi nei confronti dei
leader. Tutti, compresi Berlusconi (che risale di alcuni punti: dal 22% al 29%) e Bossi (dal 20% al 24%). Anche se in testa, ovviamente ben al di sotto di Monti, incontriamo Corrado Passera, fino a ieri AD di Intesa Sanpaolo, oggi ministro dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture. (Pur considerando che circa un quarto degli intervistati ancora non lo conosce.)
Questa inversione del clima d'opinione ha, dunque, altre cause.
In primo luogo, l'angoscia generata dalla crisi globale dei mercati, che ha investito, con particolare violenza, il nostro Paese. Ritenuto
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Saviano strega Occupy Wall Street "La vostra protesta contagerà l'Italia" - Angelo Aquaro su Repubblica
Gli urlano: «E allora Roberto che cosa occupiamo in Italia?». Stretto nella scorta e travolto dalla folla, Roberto Saviano, "chiodo" di pelle marrone su felpa nera, abbozza timido: «Non saprei...». Insistono: «Il Parlamento o Piazza Affari?».
Qui cede con un sorriso: «Piazza affari». Del resto è venuto a gridarlo forte ai ragazzi di Occupy Wall Street com'è che s'è formata la "Gomorra Finanziaria". Gli indignati di Zuccotti Park, tantissimi italiani, si esaltano. Una signora di colore («Ma chi è?» «A famous Italian writer») sbotta «Wow» quando il passaparola dei microfoni umani - qui non si possono usare amplificazioni - rilancia la sua accusa della mafia a Wall Street, del suo cash che inonda il business approfittando della recessione. Lui legge in inglese, ci sono tv di mezzo mondo, gli chiedono se è pronto a gettarsi in politica («Ora non me la sento»), un reporter francese domanda se l'addio di Silvio Berlusconi reciderà finalmente i legami istituzionali con la mafia: «Spero proprio di sì».
Anche in Italia si cambia aria: che cosa spera dal nuovo governo? «Che abbia il tempo di lavorare. E poi che non si distragga, appunto, dalla lotta alle mafie. Non è una caso che qui in America Barack Obama abbia messo la camorra tra i nuovi nemici».
Veramente i ragazzi di Occupy Wall Street sono molto critici con Obama. «Sono delusi e li capisco: aveva promesso di rimettere ordine nella giungla della finanza. Sono deluso anch'io: quando vedi un film come "Inside Jobs" capisci come stanno ancora le cose».
Può farcela? «È ancora in tempo. Lui le regole ha provato a farle, anche i ragazzi di qui chiedono regole, invece Repubblicani e Tea Party vogliono l'abolizione di ogni vincolo: e guardando loro penso che possa
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Dove sta la forza - Tito Boeri su Repubblica

Pedalando verso la Bocconi in questi giorni di primo freddo dovrei forse sentirmi come Jinni Herf, il protagonista di Manhattan Transfer, mentre scende a piedi lungo Broadway procedendo spedito verso Wall Street. In viaggio verso il "centro delle cose", nel cuore pulsante del governo dei poteri forti. Gli indignati americani diretti a Wall Street sono stati bloccati sul ponte di Brooklyn.
Gli studenti nostrani che protestavano contro le banche sono arrivati fino in Corso Italia, a poche centinaia di metri dalla Bocconi, la meta finale della loro manifestazione. Eppure nonostante le mie assidue e prolungate frequentazioni dell'ateneo (ieri sera ho rischiato di rimanervi chiuso dentro), vi assicuro che non mi è mai capitato di incontrare nei corridoi emissari di Goldman Sachs o di altre centrali finanziarie internazionali intenti a tessere la loro ragnatela. A tarda sera si vedono solo assistant professors e studenti di dottorato dall'aria stralunata perchè magari non riescono in una dimostrazione. Entrando nelle aule seminari, non ho mai avuto l'impressione di interrompere delle cospirazioni; semmai ho potuto assistere a un fuoco amico di critiche feroci a qualche ricercatore che non era riuscito a convincere i colleghi che aveva davanti. Le sale del nuovo edificio hanno molta luce. Eppure chi assimila Gordon Gekko alla Bocconi mi fa venire in mente un vecchio proverbio cinese: "È molto difficile vedere un gatto nero in una camera buia; soprattutto quando il gatto non c'è".
Il vero potere forte della Bocconi risiede nel fatto che uno spezzone importante della classe dirigente sente un debito intellettuale verso l'università. Purtroppo il fundraising fra questi ex alunni è in crescita, ma ancora molto al di sotto di quello degli altri atenei nel mondo. Tra i docenti della Bocconi si trovano anche gli editorialisti delle maggiori testate italiane, da Alesina (part time in Bocconi) a Giavazzi, da Perotti a Tabellini,
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L'Impegno nazionale a liberare la RAI - Giovanni Valentini su Repubblica
Con l'insediamento del governo istituzionale di Mario Monti s'è aperta provvidenzialmente una fase di tregua. Una tregua che, oltrea favorire il risanamento della finanza pubblica per fronteggiare la crisi economica più grave dal dopoguerra, dovrebbe consentire alla politica di ricostruire le basi della convivenza civile: dalla legge elettorale alla riforma della televisione di Stato.E invertendo l'ordine dei fattori nella scala delle priorità, sarebbe quantomai utile che questo secondo obiettivo precedesse magari il primo perché la liberazione della Rai dalla morsa della partitocrazia può contribuire a ripristinare le regole fondamentali del confronto e della competizione democratica.
Si tratta, come su questo giornale sosteniamo da sempre, di modificare la governance dell'azienda e le sue fonti di finanziamento, per affrancarla dall'asservimento al potere e dalla sudditanza all'audience. Ma, al di là degli aspetti e degli strumenti tecnici, il nodo è essenzialmente politico: tanto più al termine di un regime televisivo, marchiato dal più macroscopico conflitto d'interessi al mondo, con un leader di partito - e per di più capo di governo - che ha concentrato nelle sue mani il controllo diretto o indiretto della tv pubblica e privata.
Sotto l'egida della famigerata legge Gasparri, imposta dalla "dittatura della maggioranza" contro il pluralismo dell'informazione e la libera concorrenza, abbiamo dovuto assistere in questi anni a un'occupazione manu militari della Rai, con il presidente del Consiglio suo principale competitor, rivale e padrone, dominus assoluto di un'azienda mortificata e ridotta in condizioni di cattività.
Dall'investitura di un consiglio di amministrazione cristallizzato dalla logica dell'appartenenza e della fedeltà politica alla nomina di un direttore generale, anzi due, uno più supino e servile dell'altro; dalla proclamazione di un "direttorissimo" che ha distrutto il Tg 1 sul piano degli ascolti e soprattutto della credibilità, fino all'espulsione in massa di dirigenti, giornalisti, conduttori e conduttrici di successo, con un oggettivo
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