venerdì 30 dicembre 2011

I riformisti ascoltino Napolitano - Debora Serracchiani su Europa

«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani». Non dubito che parecchi avranno riconosciuto la famosa frase spinelliana del manifesto di Ventotene, il pamphlet più antesignano dell’idea d’Europa che oggi, a leggere le cronache, sembra debba traslocare sullo scaffale della fantapolitica.
Eppure il nodo è e resta tutto lì, e più si prova a rinviarne la soluzione o ad arrangiare pecette per tenere assieme i pezzi del puzzle continentale, più si avvicina la resa finale dei conti; con l’Europa degli stati che riprende definitivamente il sopravvento, si candida all’irrilevanza politicoeconomica, e si condanna ad essere un territorio in decadenza nella sfida globale. Dovrebbe dirci qualcosa la notizia che il Brasile ha superato la Gran Bretagna nella graduatoria mondiale del Pil piazzandosi al sesto posto tra le grandi economie. E un’altra spia dovrebbe accendersi quando veniamo a sapere che gli scambi fra la Cina e il Giappone avverranno in yuan e yen, senza far ricorso al dollaro, né tantomeno all’euro. Auspicabile una reazione più articolata di quella del ministro delle finanze tedesco, che ha detto di essere stato “sorpreso” dall’accordo.
Negli ultimi mesi, in Italia, il leit-motiv più accreditato attribuisce proprio alla Germania e alle rigidità della cancelliera Merkel le maggiori responsabilità per una conduzione della crisi che sembra non solo lontana dal raggiungere l’obiettivo di traguardare l’uscita dal tunnel, ma che addirittura potrebbe alimentare i rischi recessivi per la zona euro. C’è probabilmente parecchio di vero, quando si dice che l’imposizione del

Napolitano: leader in affanno nella crisi europea Ora serve più riformismo - Giorgio Napolitano su Repubblica

Il testo di Giorgio Napolitano che anticipiamo è una lettera al direttore della rivista "Reset" 1, Giancarlo Bosetti, che lo aveva sollecitato - in una conversazione avvenuta in settembre - a una riflessione sulla politica italiana a 50 anni dalla morte di Luigi Einaudi.
Caro Direttore,
ci confrontiamo ormai quotidianamente con la crisi di quel progetto europeo che ha rappresentato la più grande invenzione politica della seconda metà del Novecento, sprigionando dinamismo e potenzialità in tale misura da imporsi come punto di riferimento, se non come modello, ben oltre i confini dell'Europa. E quella che ha finito per emergere è in effetti la crisi delle leadership politiche cui spettava dare, dall'inizio del nuovo secolo, sviluppo coerente al processo di integrazione europea. Siamo dinanzi a un'insufficienza storica, che ci rimanda, per contrasto, a quel che fu, in epoche precedenti, "una classe nettamente superiore di statisti", ispiratori e guide delle democrazie occidentali. E citando in proposito il giudizio di Tony Judt (che in quella cerchia collocava anche Luigi Einaudi), tu hai accennato alla questione sempre aperta se furono le circostanze o la cultura dell'epoca a determinare l'ingresso nell'arena politica e l'affermazione di quelle personalità.
Ora, se guardiamo all'Europa e anche all'Italia quali uscirono dalla tragedia del nazifascismo e dalla Seconda guerra mondiale, possiamo vedere chiaramente quali prove ineludibili e vitali sollecitarono allora - in condizioni di ritrovata libertà e di rinascente democrazia - forze politiche vecchie e nuove, e forti

Fassino contro il patto di stabilità "È stupido, qui a Torino lo violiamo" - Diego Longhin su Repubblica

«È stupido e non lo rispetteremo». Il sindaco di Torino, Piero Fassino, spiega così lo sforamento di spesa deciso dal Comune rispetto al "patto di stabilità". «È stata una scelta non facile, ma necessaria - rimarca il primo cittadino -. Non staremo entro i limiti perché si tratta di uno strumento stupito di controllo della spesa degli enti locali». Una decisione che ha anche una valenza politica, tanto che Fassino ricorda che «il governo Monti ha già previsto una revisione del sistema». Lo sforamento è di 320 milioni rispetto al tetto imposto. «Con questa somma abbiamo potuto onorare gli impegni presi con il bilancio, mantenendo inalterati i servizi, evitando un taglio di 120 milioni, e pagando i fornitori per 200 milioni. In questo modo abbiamo sostenuto l´economia della città». Una boccata d´ossigeno per le imprese e il sistema Torino in un momento di crisi pesante.
L´uscita dal patto avrà effetti sul 2012. Sanzioni come il taglio del 30% dei compensi per sindaco, assessori e consiglieri, la riduzione del 3% dei trasferimenti da Roma, circa 30 milioni, lo stop ad assunzioni fino a quando il Comune non rientrerà nei limiti e il divieto di fare nuovi mutui e nuovo debito. «Nonostante questo - dice Fassino - ritorneremo dentro i limiti entro un anno». Alcune operazioni, come il riassetto delle partecipate o il varo degli aumenti delle tariffe dei mezzi pubblici e della sosta, serviranno ad avere risorse fresche e a superare l´anno di purgatorio.
Fassino non risparmia critiche al sistema. Torino ha un debito di oltre 3 miliardi di euro, anche se nel 2011 si è ridotto di circa 30 milioni. «Lo stesso di Catania - sottolinea il primo cittadino - ma abbiamo costruito la metropolitana, il termovalorizzatore e il passante ferroviario. Il patto non tiene conto delle

Verso il contratto unico stop al divario tra protetti e non - Paolo Griseri su Repubblica

La batosta delle polemiche sulla modifica dell´articolo diciotto ha lasciato il segno. Ora al ministero del welfare preferiscono che siano i sindacati a fare la prima mossa. Nella seconda settimana di gennaio, quando Camusso, Bonanni e Angeletti si sederanno di fronte a Elsa Fornero, saranno loro e non il ministro a dover parlare per primi. 
Nessuno può considerare l´attuale situazione del mercato del lavoro soddisfacente: quali sono dunque le proposte del sindacato per voltare pagina? Al ministero si sottolineano le parole utilizzate ieri da Monti: è necessario un sistema di regole non interpretabili. Vale per le assunzioni dei giovani ma vale anche per l´intera riforma.
A tutti alcune certezze di base
La filosofia è quella di dare a tutti alcune certezze di base, un sistema di garanzie che si estenda all´intero mondo del lavoro. Superare l´attuale schema che divide le aziende in due gruppi: quelle sotto i 15 dipendenti, dove non si applica lo statuto dei lavoratori e dove spesso regna l´arbitrio. Dove piccolo è bello solo per gli imprenditori mentre i dipendenti sono costretti a orari massacranti, paghe da fame e rapporti contrattuali totalmente precari. Sull´altro versante, nelle aziende sopra i 15 dipendenti, la tendenza è quella a ridurre il numero di occupati a tempo indeterminato a vantaggio di rapporti di lavoro meno stabili, anche qui scambiando la creazione di nuovi posti di lavoro con la garanzia che quel lavoro duri nel tempo. È stato questo, in fondo, il nodo dello scontro tra i sindacati alla Fiat, con la Cgil a difendere i diritti acquisiti e gli altri sindacati a ribattere: «senza lavoro non ci sono diritti per nessuno». Probabilmente Elsa Fornero non può permettersi di dividere i sindacati sulla sua proposta di riforma del mercato del lavoro, e questo spiega

Se scoppia la guerra per brevettare il broccolo - Carlo Petrini su Repubblica

Incredibile ma vero: a Bruxelles si discute se brevettare i broccoli. Avete presente i bambini arroganti dei cartoni animati? Non soltanto arroganti, pure incapaci, per essere precisi. Non sanno costruirsi un castello di sabbia, ma sanno spaventare gli altri bambini, sicché aspettano che ne sia uno pronto, poi arrivano e dicono «questo è mio» e se non glielo lasciano finisce a botte.
Ecco, il format è molto simile, solo che al posto dei bambini arroganti ci sono le multinazionali, al posto dei bambini capaci di fare i castelli di sabbia ci sono gli agricoltori e i ricercatori indipendenti e al posto dei castelli c´è il cibo. Non il cibo Ogm, non chissà quali altri futuribili prodotti, ma proprio la frutta e la verdura che compriamo tutti i giorni al mercato, quella "normale". Questa è la nuova frontiera dell´azione delle multinazionali: brevettare quel che ogni giorno arriva nel nostro piatto. Facciamo un passo indietro: la questione dei brevetti è questione complessa, che inizialmente - ovvero quando i brevetti stessi vennero ideati - doveva riguardare le invenzioni, quindi cose utili, nuove, che potevano essere riprodotte con un processo descrivibile. All´inizio questo riguardava solo le invenzioni industriali e tutto filò liscio.
Ma all´inizio degli anni Ottanta un ricercatore americano ottenne il primo brevetto su un batterio, ovvero su un organismo vivente, da lui geneticamente modificato, in grado di degradare le molecole di petrolio grezzo e quindi di bonificare aree inquinate. Da qui derivò la possibilità per i produttori di Ogm di brevettare le sementi, e dunque il divieto per gli agricoltori di riprodurle secondo i metodi tradizionali, e

La Parola Sviluppo - Carlo Galli su Repubblica

Sviluppo (da ex, nel senso di 'separazione' e 'viluppo', groviglio). Il processo di crescita graduale che si libera da impacci, e produce una condizione più ricca, elevata, perfezionata.
L'immagine sottesa è di tipo organico, e ha a che fare con l'evoluzione di un organismo (vegetale o animale) che raggiunge la propria maturità; ma in via metaforica si intende con 'sviluppo' l'incremento di un'attività, la realizzazione pratica di un progetto, l'approfondimento o l'estensione di un'idea. Soprattutto, 'sviluppo' è la crescita costante delle principali grandezze economiche (Pil, occupazione, interscambi commerciali) di un determinato Paese o area.
Allo sviluppo economico in Occidente sono stati associati l'incremento demografico (causato dal miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie), l'aumento del tasso di scolarizzazione, l'avanzamento delle scienze e delle tecniche, la mobilità territoriale e sociale (urbanesimo e formazioni di vaste classi medie), l'interna differenziazione e la sempre più complessa articolazione politica della società. Insomma, per molto tempo lo sviluppo economico è stato considerato - sia dal mondo borghese sia dal mondo socialista - il presupposto indispensabile del progresso civile, e, al limite, della democrazia nella sua forma moderna.
Molte critiche sono state avanzate contro l'identificazione di sviluppo e progresso, soprattutto dopo il Sessantotto - in Italia, ad esempio, Pasolini ha deprecato l'evoluzione solo quantitativa e consumistica dello sviluppo, e i suoi effetti regressivi, sostenendo che la crescita economica non è necessariamente anche

Come difendersi dai nuovi barbari - Miguel Gotor su Repubblica

L´intervento di Napolitano sui destini dell´Europa, pubblicato ieri da questo giornale, mette a fuoco, a partire dalla lezione di Einaudi, il principale problema di oggi.
Ossia il «grande affanno» con cui i leader affrontano la crisi. La costruzione europea - «la più grande invenzione politica della seconda metà del Novecento» - si trova a un tornante decisivo della sua storia, dal momento che la crisi non ha soltanto un carattere monetario e finanziario, ma investe le prospettive politiche e ideali e la fiducia stessa che i cittadini ripongono in questo progetto. Naturalmente, il problema sollevato da Napolitano è tanto più acuto in quanto riguarda il nodo della formazione politica e della selezione delle classi dirigenti. Da troppo tempo si ha l´impressione che i cittadini europei meglio preparati non scelgano l´impegno politico, ma preferiscano intraprendere altre professioni, spesso più remunerative e gratificanti. La questione non concerne soltanto le leadership, che seguono criteri di distinzione carismatica difficilmente prevedibili, ma il livello medio di quanti si occupano della cosa pubblica, a partire dai gradi più bassi della rappresentanza.
La prima ragione di questo declino deriva dalla crisi della forma partito, una parabola che riguarda, con esiti e misure diverse, i principali Paesi del continente in cui i partiti faticano sempre di più a rappresentare ideali e a mediare interessi costituiti. Non si tratta di un destino inevitabile e l´impegno per il rinnovamento di questo strumento, dopo un trentennio di sbornia personalistica, è un passaggio ineludibile in quanto coincide con la rivitalizzazione dei circuiti democratici. La crisi dei partiti si intreccia, infatti, con quella ancora più grave delle forme di rappresentanza che lasciano spazio a spinte populistiche caratterizzate

Riguadagnare la fiducia E' l'obiettivo numero uno - Ettore Livini su Repubblica

L’Italia resta la sorvegliata speciale nella crisi dei debiti sovrani europei. L’asta sui Btp a 3 e 10 anni di oggi ha confermato in cifre ciò che la testarda resistenza dello spread oltre quota 500 aveva già anticipato ieri: il Tesoro non ha problemi a collocare titoli Bot e Ctz sulle durate più brevi. La domanda è abbondante grazie all’iniezione di liquidità garantita dalla Bce alle banche e i tassi (3,25% sui Bot semestrali) si sono dimezzati tornando sotto il livello di guardia. Le scadenze più lunghe però sono ancora un problema. I 489 miliardi garantiti da Eurotower al mercato scadono a tre anni. E oltre questo termine i titoli tricolori viaggiano in terra incognita. Con il rendimento sui decennali che fatica a schiodarsi da quella soglia del 7% che dopo un paio di mesi ha costretto Grecia, Irlanda e Portogallo a chiedere aiuto a Bruxelles e Fondo monetario.
Il problema è serio. Specie in vista dell’ingorgo di emissioni previsto per il debito italiano tra febbraio ed aprile. Roma dovrà raccogliere in tre mesi 150 miliardi di euro per far fronte, tra l’altro, alla scadenza di 92 miliardi di Btp a lungo termine. Una montagna difficile da scalare specie se le banche continueranno a tener parcheggiati i loro risparmi nei caveau della Banca centrale al tasso irrisorio dello 0,25% piuttosto che investirli a rendimenti 28 volte superiori sul debito italiano.
Che fare allora? L’obiettivo numero uno è tornare ad avere la fiducia dei mercati. E l’unica strada – quella il governo Monti sta provando a battere – è rimettere in carreggiata i conti dello stato tentando (se possibile) di stimolare nello stesso tempo la crescita. Questo però è un processo lungo. E non a caso il Tesoro sta già studiando altre strade per togliere un po’ di pressione sulle scadenze di inizio 2012. Una prima idea per

giovedì 29 dicembre 2011

Abolire la miseria - Barbara Spinelli su Repubblica

Certe volte dimentichiamo che il pensiero di unirsi in una Federazione, nato come progetto non utopico ma concreto nell'ultima guerra in Europa, non ha come obiettivo la semplice tregua d'armi fra Stati che per secoli si sono combattuti seminando morte. È un progetto che va alle radici di quei nostri delitti collettivi che sono stati i totalitarismi, le guerre. Che scruta le ragioni per cui gli individui possono immiserirsi al punto di disperare, anelare a uno strabiliante Redentore terreno, immaginare la salvezza schiacciando i propri simili: i deboli, in genere. Dicono che i motivi che spinsero gli europei a unirsi, negli anni '50, sono svaniti perché il compito è assolto: la guerra è oggi tra loro impensabile. Questo spiegherebbe come mai non esistono più statisti eroici come Monnet, De Gasperi, Adenauer: uomini marchiati dalla guerra di trent'anni della prima metà del '900.
Chi parla in questo modo trascura quello sguardo scrutante che i fondatori gettarono sulla questione della miseria, e l'estrema sua attualità. Trascura, anche, quel che l'Europa unita ha tentato di fare, per creare non solo istituzioni politiche ma sociali, economiche. Dai delitti del '900 siamo usciti, nel '46, con un patto di mutua assistenza fra cittadini.
È detto Welfare perché prese forma in Inghilterra grazie al piano concepito durante la guerra, su mandato del governo, da William Beveridge, uno dei fondatori della Federal Union: lo Stato del Benessere (meglio sarebbe dire Bene-Vivere: il bene dell'Essere è cosa più scabrosa) dà sicurezza non aleatoria all'indigente, l'escluso, l'anziano, il paria. Per questo è una grave svista pensare che l'Europa abbia concluso la missione, e stia lì solo come arcigna guardiana dei conti in ordine. Esattamente come nel dopoguerra, sono richiesti

Prodi: via a eurobond e superBce il tandem Berlino-Parigi ha fallito - Andrea Bonanni su Repubblica

Professor Prodi, dieci anni fa l´euro entrava per la prima volta nelle tasche dei cittadini. Oggi ci ritroviamo per una celebrazione o per un funerale?
«Diciamo che siamo di fronte alla necessità di una rifondazione. Dobbiamo prendere atto dell´incompiutezza di quel progetto e portarlo a termine. Del resto anche allora lo andavo dicendo che non si poteva avere una politica monetaria unica senza una politica economica comune. Ma la reazione, di Kohl come di Chirac, fu netta: è meglio rinviare la fase due»
Più che rinviarla, se la sono dimenticata...
«Sì. Perchè l´Europa è cambiata. E´ cominciata l´era della Grande Paura. Paura della globalizzazione. Paura della Cina. Paura del futuro. E la Germania si è fatta paladina di queste paure. Così tutto il processo si è rallentato. E quando è arrivata la tempesta non solo mancavano gli strumenti per affrontarla, ma anche la voglia di uscire dai porticcioli protetti degli egoismi nazionali».
Non le sembra che quella della globalizzazione fosse un paura giustificata?
«Non ha senso fuggire di fronte all´inevitabile. La globalizzazione ci impone una sfida. Ma era folle pensare di poterla evitare».
Nel suo libro appena uscito, "Dieci anni con l´euro in tasca" in cui dialoga con Delors, si dimostra ottimista sul futuro della moneta unica. Perché?
«Per la Germania l´uscita dall´euro sarebbe una tragedia mai vista. Certo, c´è una dosa di schizofrenia nella politica europea: l´analisi guarda al futuro, ma la prassi pensa solo al presente immediato. Si dà addosso alla

La debolezza dei partiti - Ernesto Galli Della Loggia su Corriere della Sera

Ha ragione il presidente Napolitano: in Italia non c'è alcuna «democrazia sospesa». Chi lo dice non sa ciò di cui parla. Ma c'è, eccome!, una crisi gravissima della democrazia parlamentare: cioè di quella specifica forma di democrazia adottata sessanta anni fa dalla nostra Costituzione - sia pure con alcune modifiche non decisive (principale delle quali l'esistenza di una Corte costituzionale) - e che si sostanzia per l'appunto nell'assoluta centralità del Parlamento.
La realtà e il motivo primo di tale crisi sono presto detti. Stanno nel fatto che il Parlamento - il quale, è bene ricordarlo, resta pur sempre il solo organo del potere legittimato in via diretta dalla sovranità popolare - non solo non è più al centro del processo politico reale, ma non è più al centro di nulla: neppure del processo di formazione delle leggi, essendo perlopiù divenuto, ormai, solo una sede passiva di convalida e ratifica di decisioni prese comunque altrove.
Questo è quanto è più o meno accaduto, beninteso, in quasi tutte le democrazie. Ma con un'importante differenza. Mentre altrove, infatti, lo storico declino del Parlamento è andato sì di pari passo con un aumento del potere di fatto dei partiti, ma si è comunque accompagnato anche a un aumento delle prerogative del governo e/o del suo capo (dal dominio sull'agenda dei lavori parlamentari alla preminenza assoluta del premier nei confronti degli altri ministri, fino al potere di sciogliere le Camere o di essere sfiduciato ma solo previa indicazione da parte del Parlamento del suo successore) solo in Italia, invece, il suddetto declino parlamentare si è accompagnato a una crescita esclusivamente del ruolo e del potere dei partiti. Sarà pure da ricordare che proprio la crisi storica della centralità del Parlamento ha motivato altrove, in un gran numero di casi, l'adozione di sistemi di democrazia presidenziale o semipresidenziale. Solo in Italia, invece,

Perché l'Italia va fuori gara - Nicola Persico su LaVoce.info


Circa dieci anni, quando insegnavo economia alla University of Pennsylvania, ricevo dal consolato italiano un invito a un incontro tra l’ambasciatore d’Italia a Washington -anzi, Sua Eccellenza l’Ambasciatore- e la comunità dei ricercatori Italiani nell’area di Filadelfia. Argomento del meeting non specificato. Decido di partecipare. Sono circondato da una quarantina di persone, la maggior parte esimi scenziati nel campo medico, un mio collega economista. Immagino quindi che l’argomento del dibattito sarà chiedere a tutti questi scienziati di successo come fare a replicare in Italia le condizioni virtuose che li hanno attratti negli Stati Uniti. Entra Sua Eccellenza e, dopo alcuni salamelecchi del console, inizia a parlare. Un discorso così confuso che gli invitati si guardano sempre più incerti. Le domande fioccano ma non si riesce a fare breccia nella confusione. Dopo una mezz’ora di nebbia verbale, sotto l'incalzare delle domande sempre della platea, Sua Eccellenza sembra indicare che l’obiettivo del meeting è invitare quegli scienziati che detengono brevetti negli Usa (di nuovi farmaci, per esempio) a tornare a lavorare nell’università Italiana. Il che implica, soprattutto, donare i brevetti (e le annesse royalty) allo Stato Italiano.
UNA PLATEA SBALORDITA
Seguono di raffiche di commenti non del tutto gentili. La ribellione è brevemente interrotta da un tale in platea che, dichiarandosi ricercatore in un ottimo ospedale locale, prende le difese di Sua Eccellenza. Questo disorienta momentaneamente il gruppo di medici, alcuni dei quali lavorano in quello stesso ospedale, che non conoscono il tale e lo interrogano. Approfittando del momento di tregua, il console prende Sua Eccellenza sotto braccio e si allontana velocemente. Venne poi fuori che il sedicente ricercatore era il marito di un’impiegata del consolato che in Italia faceva il rappresentante di medicinali. Questo aneddoto serve a riflettere sulla capacità del “sistema Italia” di produrre innovazione e, quindi, crescita economica. Intendo

Quel "vincolo esterno" che ha salvato l´Italia. Draghi: ora tocca a noi - Massimo Giannini su Repubblica

«L´euro è un leone che bela…». Carlo Azeglio Ciampi la vede così: i primi dieci anni della moneta «che non dovrebbe esistere» (come ha scritto uno studio dell´Ubs) hanno fiaccato la "belva". L´euro non ruggisce, perché all´unione monetaria non si è mai accompagnata l´unione politica. Una «divisa senza sovrano». E´ la famosa zoppia, che proprio Ciampi denunciò profeticamente già nel 1998, all´atto di nascita della moneta unica. Ma in questi giorni di lenta e penosa euroagonia, il presidente emerito della Repubblica si sforza di non perdere l´ottimismo: «La moneta unica reggerà all´urto di questa crisi. Perché i vantaggi dell´euro, al dunque, sono maggiori degli svantaggi. E lo sono per tutti. Per i tedeschi, che hanno beneficiato di un dividendo competitivo formidabile, non solo dal lato delle esportazioni ma anche dal lato della gestione dei tassi di interesse attivi e passivi. Ma anche e soprattutto per noi italiani: senza l´euro saremmo un Paese in bancarotta».
Il break up della moneta unica è ipotesi agghiacciante. Non che qualcuno non ci stia pensando. Gli "gnomi di Zurigo" di Ubs, appunto, che insieme ai "lupi" di Merrill Lynch e ai "samurai" di Nomura fanno i conti su quanto costerebbe il ritorno alle valute nazionali. E poi le università tedesche devote al culto ortodosso della dea pagana Bundesbank, che simulano il Neuro (l´eurone dei ricchi del Nord) e il Sudo (l´euretto degli sfigati del Club Med). Persino nel Belpaese si favoleggia di segretissimi studi di fattibilità elaborati addirittura dalla Banca d´Italia.
«Fantasie», le bolla ogni volta il governatore Ignazio Visco. Anche per lui, «l´euro è un destino comune», che ci accomuna tutti e che le classi dirigenti europee hanno il dovere di compiere. Il "come" è tema del terribile

La sfida della solidarietà ultima carta per evitare la fine del sogno europeo - Giorgio Ruffolo su Repubblica

Il primo di gennaio 1999 è nato l´euro e tre anni dopo ha cominciato a circolare. Ora rischia di morire. Ciò che oggi stupisce di quella sua nascita è la relativa facilità. Certo ci furono tensioni e conflitti, specie da noi. Ma tutto sommato molto meno pesanti di quelli che si sarebbe potuto attendere da una decisione che cambiava, per i Paesi implicati, il corso della loro storia. Un´operazione anche materialmente complessa, fu portata a termine nel giro di pochi anni con efficacia, starei per dire con eleganza. Oggi quella operazione è in pericolo. Ciò che ha colpito l´euro è una crisi mondiale sorta non nei suoi confini ma all´esterno, in America, generata da una inflazione finanziaria a sua volta promossa da un gigantesco indebitamento che ha minacciato di travolgere le banche americane, coinvolgendo quelle dei Paesi europei attraverso gli stretti legami dell´interdipendenza. Le conseguenze sembrano addirittura più gravi per l´Europa che per gli Stati Uniti, e ciò per ragioni evidenti. Il governo americano ha affrontato la crisi con un piglio drastico: un salvataggio "governativo" in grande stile che ha consentito di sostituire l´indebitamento privato con l´indebitamento pubblico.
Il peso della crisi è ricaduto sul contribuente, con conseguenze gravi per la finanza pubblica (paradossalmente "punita" dalle agenzie di rating) ma non tanto da costituire una minaccia di fallimento per lo Stato. Il lato oscuro del modo in cui si è affrontata la crisi americana sta nel fatto che esso non ne ha minimamente rimosso le cause. Le condizioni dell´Europa sono diverse. In America dietro il dollaro c´è uno Stato. Nell´Unione Europea ce ne sono ventisette. L´impatto della crisi, in Europa , è stato del tutto diverso per gli Stati che presentavano già finanze pubbliche deficitarie e per quelli più o meno in ordine. Ciò ha determinato contrasti di visione e di azione. Teoricamente erano possibili, al limite, due posizioni. Una

Liberalizzare con coraggio - Sandro Gozi su Europa

Usciamo dal Medioevo e facciamo un passo nella modernità e nell’equità sociale. Le liberalizzazioni, in Italia, servono a questo. E da un governo che conosce bene quella famosa frase di Friedrich Von Hayek, quasi ritagliata su misura dello stivale italico – «La competizione è il terrore di tutti i conservatori di destra, di centro e di sinistra. Uno dei tratti fondamentali dell’atteggiamento conservatore è il timore del cambiamento» – questo ci aspettiamo. Non esiste altro paese europeo così bloccato da restrizioni all’accesso, regimi di concessione, barriere legali e famigliari, veri e propri blocchi corporativi come l’Italia. Non basta liberalizzare gli orari dei negozi (peraltro, i commercianti sinora sono tra i pochi ad avere conosciuto vere liberalizzazioni...). E rafforzare i poteri dell’autorità garante per la concorrenza è condizione necessaria ma non sufficiente per un mercato libero ed efficiente. 
Il primo elenco delle cose da fare o da completare è noto: ci aspettiamo che il governo ricominci (bene) dall’opera ancora incompiuta. Innanzitutto frequenze radiotelevisive, ordini professionali, energia e gas, autostrade, farmacie. I taxi? Problema soprattutto di Milano e Roma. Battaglia simbolica sinora persa, (anche a Parigi, Jacques Attali ne sa qualcosa...), ma che va di nuovo combattuta. Attraverso queste prime vere liberalizzazioni, dobbiamo condurre una battaglia più dura, culturale e sociale. Dobbiamo smettere di piegarci agli interessi particolari di questa o quella oligarchia o corporazione; di quel beneficiario di concessione pubblica nazionale o locale (vedi autostrade, ma vedi anche le migliaia di società a partecipazione pubblica locali...); dobbiamo liberarci dal loro potere di condizionamento e fare ciò che dovremmo fare sempre: l’interesse generale del paese. Inutile parlare di riforme per la crescita a “costo 0”, di merito, di giovani se consentiamo che nel nostro paese si vada avanti per via ereditaria, come già

Frodi alla sanità come l'evasione Nel 2011 sottratti 276 milioni - Fiorenza Sarzanini su Corriere della Sera

Sprechi nella spesa pubblica equiparati all'evasione fiscale. Il comandante generale della Guardia di Finanza Nino Di Paolo indica ai reparti territoriali le priorità per il 2012 e in cima alla lista inserisce proprio le verifiche sull'attività dei dipendenti pubblici con un'attenzione particolare agli esborsi illegittimi nel settore sanitario. Sono i risultati ottenuti nell'ultimo anno a segnare il percorso da seguire, perché nel 2011 l'incremento delle verifiche in questo campo ha fatto aumentare di quasi dieci volte le somme recuperate passando dai circa 30 milioni di euro frodati nel 2010 ai 276 milioni di euro degli ultimi dodici mesi. Cifra record che si somma a quelle incamerate grazie agli accertamenti sui doppi lavori svolti dai dipendenti senza ottenere l'autorizzazione e dunque, nella maggior parte dei casi, senza coprire l'orario di lavoro e senza pagare le tasse. Dipendenti di enti locali e di aziende pubbliche che svolgono per i privati l'attività per la quale sono invece remunerati dallo Stato.
Doppi incarichi e frodi sanitarie
I conti sono presto fatti: ai 3.300 impiegati e funzionari che hanno svolto doppi incarichi negli ultimi tre anni per un totale di circa 30 milioni di euro e con un danno erariale che supera i 55 milioni di euro, devono sommarsi tutti i dipendenti pubblici denunciati per aver provocato perdite finanziarie al Servizio sanitario nazionale. Negli ultimi dodici mesi sono stati effettuati 1.927 controlli e le persone denunciate sono state 2.137 con una frode che, appunto, sfiora i 280 milioni di euro. Lo scorso anno c'erano stati 1.401 interventi e i dipendenti scoperti a commettere illeciti erano stati 1.891, ma i soldi da recuperare erano in totale poco meno di 30 milioni di euro. Nel 2009, quando erano state effettuate 1.827 ispezioni, con 3.459 persone denunciate, la frode accertata era stata molto superiore a quella dell'anno scorso, oltre 98 milioni di euro.
Quanto basta per riscrivere la lista delle priorità anche tenendo conto, come viene sottolineato nelle linee di intervento, che «la difficile situazione dei conti pubblici e le note dinamiche di crescita della spesa sanitaria rendono indispensabile ragionare in termini di utilizzo razionale delle risorse, a cominciare da quelle

Berlusconi, le tasse e la facile demagogia - Marco Ruffolo su Repubblica


Che la manovra Monti alzi le tasse è fuor di dubbio. Ma che l’ex maggioranza di destra e il suo stesso leader gridino oggi allo scandalo ventilando rivolte fiscali un giorno sì e uno no, è semplicemente paradossale. La pressione fiscale è costantemente aumentata durante il governo Berlusconi fino al 45 per cento del Pil, come ha recentemente confermato il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. In particolare, come era ampiamente prevedibile, l’esordio del federalismo fiscale si è tradotto in una nuova dolorosa sventagliata di tasse locali. E non è tutto, perché prima della scorsa estate il ministro Tremonti ha compiuto il suo capolavoro: aumentare ancora il peso del fisco scaricandone la responsabilità sui successivi governi, cioè facendo scattare le nuove tasse a scoppio ritardato. Così è stato messo in conto un taglio in due tranche di tutte le detrazioni e deduzioni tributarie, che avrebbe elevato a regime (cioè nel 2014) l’onere fiscale del 20%. Manovra che poi nel corso dell’estate è stata anticipata di un anno. Il problema è che tra le agevolazioni tagliate non c’erano solo sconti più o meno ingiustificati, come quelli sulle spese veterinarie o sul costo delle palestre. C’erano le detrazioni per carichi familiari, le detrazioni per lavoro dipendente nonché l’esenzione Irpef sulla prima casa.
Insomma l’insieme di quegli sgravi basilari destinati a dare progressività e quindi equità al nostro sistema fiscale. Dunque, più tasse per le famiglie con figli, alla faccia dei tanto sbandierati impegni ad aiutare i nuclei più numerosi. E reintroduzione dell’Irpef sulla prima casa, ben più dolorosa dell’Ici. Questo è quello che si accingeva a fare il governo Berlusconi, anzi quello che aveva già contabilizzato in Finanziaria,

La carica dei dipendenti di Roma Sono 62 mila e crescono ancora - Sergio Rizzo su Corriere della Sera

C'è un'azienda locale che quanto a occupati se la gioca con le più grandi imprese nazionali pubbliche e private. È il Comune di Roma. Dall'alto dei suoi 62 mila dipendenti (stima per difetto), non teme confronti con colossi bancari del calibro di Intesa San Paolo, che ne occupa 70 mila entro i confini nazionali, e arriva a guardare dall'alto perfino la Finmeccanica, che tocca i 45 mila. Per non parlare dell'Enel. I 37.383 dipendenti che il gruppo elettrico ha in Italia eguagliano il numero di quelli (37 mila secondo una valutazione contenuta nel sito Internet di Roma Capitale) che lavorano nelle società controllate o partecipate dal Campidoglio. Una cifra già di per sé sbalorditiva, ma che va ad aggiungersi ai 25.141 stipendi pagati direttamente dal Comune. Resta il dubbio se a questa cifra si debbano poi sommare le 1.409 persone che nel 2008 risultavano «fuori ruolo»: in tal caso si andrebbe ben oltre il totale di 62 mila. Che è comunque un numero enorme. Per avere un'idea, sono gli abitanti di una città come Viterbo.
Vero è che in base alla pianta organica il solo Comune dovrebbe retribuire oltre 5 mila persone in più. Ma è altrettanto vero che il numero dei dipendenti del Campidoglio, escludendo ovviamente quelli delle società partecipate, risulta nettamente superiore alla media nazionale. Secondo l'Ifel, il centro studi dell'Associazione dei Comuni, in tutta Italia i dipendenti comunali sono 459.591, con una proporzione di 7,59 per ogni mille abitanti. A Roma ce ne sono invece 9,10. Si potrà ribattere che stiamo parlando della capitale del Paese, con esigenze certamente non paragonabili a quelle dei piccoli centri. E che, per fare il caso di un'altra grande città, i dipendenti del Comune di Milano non sono meno dei romani, in proporzione agli abitanti. Al 30 settembre del 2010 erano 16.097, cioè 12,15 per ogni mille abitanti. Ma con una differenza, in confronto al Campidoglio. Perché in quattro anni i dipendenti comunali di Milano sono diminuiti

mercoledì 28 dicembre 2011

L’articolo 18 che vorrei - Ivan Scalfarotto su Europa

Nel vortice di reazioni scatenato dall’intervista del ministro Fornero al Corriere si è perso a un certo punto il senso della realtà. È bene quindi ristabilire e chiarire alcuni punti fermi senza i quali non si parla di riforma del mercato del lavoro ma di altro.
Innanzi tutto: nessuno vuole togliere diritti a nessuno, anzi. Nella puntata di Porta a porta di mercoledì sera, dove si affrontava il tema, si è discusso a lungo della domanda di un sondaggio che chiedeva agli italiani se fosse giusto o meno togliere qualche diritto ai lavoratori stabili per darne un po’ di più ai precari. La domanda era completamente fuori luogo, così come il dibattito che ne è seguito, dato che nessuno penserebbe mai di fare una cosa del genere.
Il tema andrebbe più correttamente posto così: premesso che chi ha un contratto a tempo indeterminato se lo tiene com’è, cosa offriamo ai giovani che entrano oggi sul mercato del lavoro? In questo momento, nella maggior parte dei casi la prima esperienza lavorativa ha le sembianze di uno stage, di un contratto a progetto, di una (falsa) consulenza per ottenere la quale è necessario aprire una partita Iva. Questo comporta che chi entra nel mercato del lavoro, oggi, spesso non ha diritti elementari (ferie, indennità di malattia, congedo per maternità), nessuna protezione (se sei antipatico al capo, bastano due minuti per troncare una consulenza), nessuna prospettiva di sviluppo professionale (perché formare un lavoratore che per definizione è in azienda di passaggio?). Non si tratta quindi di togliere diritti ad alcuno, si tratta di darne – e di essenziali, in un paese civile – a qualcuno che oggi non ne ha.
Secondo tema: l’abrogazione dell’articolo 18. Non è affatto vero che consentire il licenziamento per ragioni economico-organizzative (si chiama “giustificato motivo oggettivo”) significherebbe abolire l’articolo 18. Al contrario, nella proposta Ichino si prevede un chiaro allargamento dell’applicazione dell’articolo 18.
Mi spiego. L’articolo 18, oltre al caso della reintegrazione in assenza del giustificato motivo, prevede la

Evasione fiscale, caccia al tesoro da 150 miliardi - Alessandro Penati su Repubblica

Il risanamento delle finanze pubbliche italiane è un problema non solo di numeri, di saldi tra entrate e uscite, ma anche di credibilità. Un Btp è una promessa di pagamento dello Stato fra 10, 15, perfino 30 anni: se la promessa non è credibile, gli investitori non comprano. Ed è credibile solo se lo Stato si dimostra capace di far rispettare le proprie regole. Per questo, oltre che per questioni di equità, indispensabile nel momento in cui si chiedono sacrifici al Paese, oggi, abbattere l'evasione fiscale è una priorità assoluta.
L'elevato tasso di evasione è l'indice di quanto in basso sia caduto il livello di legalità in Italia. Ancora più preoccupante che venga quasi percepito, soprattutto all'estero, come un tratto endemico della nostra società, con un senso di indignata rassegnazione per uno Stato incapace di far rispettare le regole che sforna a getto continuo. Abbattere l'evasione è quindi la strada per elevare il senso di legalità, perché è anche il modo più efficace di combattere criminalità organizzata, corruzione, reati finanziari, affarismo, abusi. E ricostruire quindi la credibilità dello Stato.
Negli ultimi anni, e soprattutto con l'ultima manovra, lo Stato si è dotato di tutti gli strumenti necessari a combattere efficacemente l'evasione. Lo Stato può ormai controllare ogni pagamento, transazione finanziaria o investimento dei cittadini; e ha limitato l'uso del contante per avere sempre una traccia di come utilizziamo i nostri soldi. Può analizzare le nostre abitudini di spesa col redditometro, e verificare l'attendibilità dei redditi di professionisti e piccole realtà economiche con studi di settore sempre più analitici. Può sapere come e dove investiamo all'estero grazie ai trattati sullo scambio di informazioni; e se lo facciamo in un paese della black list del fisco, scatta l'inversione dell'onere della prova: si presume l'evasione, salvo prova

Morti sul lavoro, allarme da Torino Lo Stato smantella i pool specializzati - Massimo Razzi su Repubblica

Lo Stato sembra abdicare nella difficilissima battaglia per la sicurezza sui posti di lavoro. Non lo dice esplicitamente, ma, di fatto, agisce "come se" nel momento in cui, l'applicazione delle sue stesse norme porta praticamente a smantellare pool di provata esperienza come quello di Torino impegnato nelle delicatissime questioni della Thyssen 1e della Eternit 2. La norma in questione è quella cosiddetta della "decennalità" (dl 160/2006) in base alla quale i magistrati, ogni dieci anni devono "ruotare" e cambiare settore d'impegno. Norma che, ovviamente, ha una sua ratio e dovrebbe impedire il "fossilizzarsi" dei magistrati in un campo d'attività e far affluire forze nuove nei settori di maggiore specializzazione. Tutto bene salvo il fatto che, a Torino, entro la fine dell'anno, sei sostituti procuratori su nove che fanno parte del pool che si occupa di sicurezza sul lavoro saranno costretti a cambiare attività o sede (in totale gli spostamenti sono 13), a Milano sono 17, a Roma 11, a Padova 9, a Reggio Emilia 7.
Ad essi subentreranno, tutti in una volta, colleghi che, evidentemente, non hanno conoscenza adeguata della materia e impiegherebbero mesi per formarsi una certa esperienza. Il tutto a scapito di tecniche e procedure consolidate che hanno permesso al gruppo torinese che si è raccolto intorno al procuratore Raffaelle Guariniello di ottenere brillanti successi portando a sentenza con rapidità ed efficacia casi di estrema delicatezza e di grande rilevanza come, appunto, la Thyssen e la Eternit.
Da qui la protesta del pool (che più di ogni altro, in Italia, ha lavorato nella logica della squadra specializzata), la richiesta di una modifica della legge e la proposta di una Procura Nazionale per la Sicurezza

"La corruzione dilaga cambiamo subito le leggi" - Liana Milella su Repubblica

Luigi Giampaolino
L'Italia, nella lotta alla corruzione, che "inquina e distrugge il mercato, non arriva alla sufficienza". È drastico il giudizio di Luigi Giampaolino, dal luglio 2010 presidente della Corte dei conti. Che non vede, innanzitutto, "un vero, reale, profondo, sostanziale rivolgimento morale" rispetto alla "mala amministrazione".
La sua esperienza al vertice della Corte, ma prima ancora all'Authority dei Lavori pubblici, la rende un testimone prezioso sul fronte della corruzione. Se oggi dovesse dare un voto all'Italia sulla lotta al fenomeno quanto le darebbe?
"Meno della sufficienza, perché si è proseguito sostanzialmente con un'azione, peraltro episodica, soltanto repressiva. La lotta alla corruzione dev'essere invece di sistema. Essa deve iniziare dalla selezione qualitativa e di merito degli operatori, sia pubblici che privati. Proseguire con il controllo e la vigilanza sul loro operato. Concludersi valutando i risultati. Tutto ciò che fuoriesce da questo schema genera mal'amministrazione e corruzione: anzi, è esso stesso mal'amministrazione e corruzione".
In questi anni cos'è successo? La corruzione è aumentata, è diminuita, è rimasta stabile?
"É una domanda alla quale non si può rispondere, con apprezzabile precisione in via quantitativa. L'impressione è che sia rimasta stabile, soprattutto perché non si avverte un reale, profondo, sostanziale rivolgimento morale; l'onestà, in ogni rapporto anche privato; la valenza del merito; l'etica pubblica; il rispetto del denaro pubblico e di tutte le risorse pubbliche, che sono i beni coattivamente sottratti ai privati e dei quali

Vendola: «Noi e il Pd la vera alternativa» - Vladimiro Frulletti su L'Unità

La foto di Vasto oramai è strappata, ma Bersani non faccia morire sull’altare del governo Monti quel «nuovo centrosinistra» che non solo era dato vincente da tutti i sondaggi, ma aveva ridato speranza a milioni di italiani. Il leader di Sel e presidente della Puglia Nichi Vendola appare preoccupato e mette in guardia il Pd dal pericolo di considerare il governo dei tecnici non come strumento d’emergenza, ma come propedeutico per nuove alleanze.
Presidente, la manovra Monti è legge. Servirà?
«È sbagliata socialmente e probabilmente inutile dal punto di vista del contenimento del debito pubblico perché non è in grado neppure di evocare il tema dirimente della crescita. Viceversa spinge il paese dentro la voragine recessiva».
Il premier dice che ora comincia la fase due?
«La logica dei due tempi non ha mai funzionato. Sono ancora in attesa di vedere la fase uno, quella che aggredisce alle radice le ragioni della crisi, che pone il tema della ridistribuzione della ricchezza. Dov’ è l’ossigeno che può consentirci di tornare a respirare a pieni polmoni se milioni famiglie subiranno contemporaneamente gli effetti del sadismo sociale di Tremonti e le conseguenze di questa manovra sbagliata?»
Lei che cosa proporrebbe?
«Chiederei di ripartire dalla reintroduzione di una patrimoniale pesante per affrontare i nodi di fondo di questa crisi che è figlia della più grande rapina che il lavoro subordinato ha subito col trasferimento della ricchezza dalle tasche dei lavoratori ai portafogli dei fondi di investimento e delle banche. E poi li inviterei a non dire più la parola crescita senza metterci l’aggettivo sostenibile e a imitare Germania e Inghilterra per

«Basta proteste contro Monti Al Pd ora servono progetti...» - Andrea Carugati su L'Unità

«Gli italiani capiscono perfettamente la necessità delle medicine amare che il governo Monti sta somministrando al Paese. Anzi, nonostante l’inevitabile calo di popolarità dopo la manovra, percepisco un comune sentire di speranza e di attenzione rivolto più al governo che ai partiti».
Giuseppe Fioroni, responsabile Welfare del Pd, lancia un messaggio chiaro al suo partito, dove i malumori per le scelte del governo sono tutt’altro che sopiti. «Non possiamo più dire che questa non è la nostra politica, votare sì e poi andare in piazza, vergognarci di metterci la faccia. Con queste doppiezze la politica rischia di caricare su di sé la sfiducia e di non acquisire i meriti del risanamento».
Eppure è innegabile che nel Pd la manovra abbia creato difficoltà...
«Sì, ma la nascita del governo ha messo la politica italiana su un piano inclinato, dove ci si muove e ci si trasforma anche se si ha l’illusione di stare fermi. O si colgono i segni dei tempi per anticiparli, come diceva Aldo Moro, oppure si rischia grosso. Bisogna capire che le formule di oggi, Pd, Pdl e Terzo polo, non sono le uniche possibili. Berlusconi non c’è più, o siamo vincenti sulle proposte e i valori o non andiamo da nessuna parte».
Sembra una critica al suo partito...
«Dopo 20 anni abbiamo mandato a casa Berlusconi eppure non abbiamo per niente l’aria di essere felici. Sembra che in qualche modo condividiamo il lutto che c’è in casa Pdl...».
Forse perché i sacrifici da chiedere agli italiani sono durissimi...
«Non mi pare questa la vera ragione. Il punto è che siamo orfani di Berlusconi, non riusciamo a capire che è cambiato completamente il gioco, che dobbiamo davvero realizzare il Pd, investire sui progetti e i programmi. Se non avremo coraggio, arriverà un nuovo salvatore della patria che ci spazzerà via tutti. Dalla società arriva una forte domanda di nuova politica, e rischiamo di non essere noi a intercettarla. La Seconda

Fornero fa rimpiangere Donat-Cattin - Giorgio Merlo su Europa

Due ministri del lavoro. Due torinesi. Due modi diversi, però, di concepire la tutela e la garanzia dei diritti dei lavoratori. Ne abbiamo avuto prova proprio in questi giorni. Da un lato ricordiamo il ministro dei lavoratori – come venne giustamente definito il cavallo di razza della Dc Carlo Donat-Cattin alla fine degli anni ’60 – e dall’altro il tecnocrate Elsa Fornero, accademico di fama e portatrice di una visione élitaria ed efficientistica nella giungla del mercato del lavoro.
Due approcci diversi, al di là dei diversissimi contesti politici, storici e culturali dei due protagonisti. E due sistemi valoriali quasi alternativi. Certo, è scontato ricordare che il contesto attuale è profondamente diverso da quello in cui fu varato lo Statuto dei lavoratori. Il dramma della precarietà del lavoro giovanile da un lato e la pluralità delle forme contrattuali dall’altro sono elementi che hanno rivoluzionato il panorama sociale e produttivo del nostro paese. E la flessibilità esige risposte nuove e profondamente innovative. Ora, per restare all’oggi, non è affatto in discussione l’appoggio leale e convinto – almeno da parte mia – al governo Monti e a ciò che rappresenta in questa difficile fase della vita politica italiana.
Ma è indubbio che, proprio intorno all’articolo 18, alla tutela dei lavoratori e alla difesa dei loro diritti, emergono culture quasi antitetiche. E questo non inficia e non condiziona la risposta che il governo deve dare alle nuove sfide che arrivano dal mondo del lavoro. Ma la rimozione dell’articolo 18, come ha giustamente sottolineato Franco Marini, non è affatto la priorità da affrontare. Anzi, con il tempo è diventato sempre più una bandiera ideologica da sventolare che non contribuisce a risolvere i problemi che sono sul tappeto. Semmai, si tratta di affrontare definitivamente, e con realismo, il nodo della crescita, della ripresa della produttività e del rilancio del nostro modello produttivo.
Ma, per restare all’oggi, ricordo questi particolari perché, al di là delle fasi storiche e dei contesti profondamente diversi dei due personaggi, attorno alle regole del mercato del lavoro, alla difesa dei diritti dei

Tre pilastri per ricostruire la scuola - Gian Carlo Sacchi su Europa

La situazione che ci è stata consegnata dall’amministrazione Tremonti-Gelmini è di un sistema scolastico impoverito, dove anche qualche interessante innovazione viene svilita dai tagli di risorse e dalla loro rovinosa ricaduta sull’organizzazione del servizio, soprattutto perché i vari risparmi hanno indebolito i pilastri che reggevano la scuola italiana senza mutarne la strategia di governo.
È stato ridotto il personale a partire dagli ordinamenti nazionali quando sarebbe stato necessario confrontarsi con l’offerta formativa delle scuole e costituire gli “organici di istituto”, sono calate le classi applicando rigide modalità quantitative anziché riferirsi alle situazioni territoriali, dovranno essere accorpate le istituzioni scolastiche autonome, soprattutto del primo ciclo (istituti comprensivi), in assenza di motivazioni educative e sociali che vedano la scuola esercitare un ruolo nello sviluppo della comunità locale. Il tutto senza prevedere un’efficace azione di programmazione e di riorganizzazione della spesa.
Le prime tre cose che il nuovo ministro deve affrontare riguardano dunque i fondamentali se vogliamo ridare stabilità al sistema del quale poi valutarne anche la produttività.
Non è dunque prioritario ogni ulteriore intervento sugli ordinamenti, bensì prima di tutto va assicurata la governance all’intero sistema. L’applicazione del nuovo titolo quinto della Costituzione di cui è pronta da tempo una bozza di accordo statoregioni dovrebbe mettere finalmente fine alle interferenze nelle competenze programmatiche e gestionali; occorre concludere il lungo e travagliato iter dell’autonomia scolastica, assurta a dignità costituzionale, completando il decentramento delle attribuzioni e delle risorse umane e finanziarie dal ministero centrale ed aggiornare il decreto n. 275 del 1999 che deve regolamentare l’autonomia didattica e organizzativa, di ricerca, sperimentazione e sviluppo. La riforma degli organi collegiali interni agli istituti autonomi attende da troppo tempo. Potrebbe essere utile riprendere il disegno di legge di iniziativa

No, il Pd non è Monti - Franco Monaco su Europa

Provo a mettere le cose in ordine. Per me stesso, intendiamoci, senza la presunzione di farlo per altri. Ci siamo affannati a spiegare che il governo Monti risponde a tutti i crismi della legittimità costituzionale. Che esso ha seguito le regole e le procedure della nostra democrazia parlamentare, a cominciare dalla fiducia delle camere. Che perciò non ha alcun fondamento la tesi della sospensione della democrazia. Così pure abbiamo confutato il refrain della sospensione della politica. Partiti e gruppi hanno liberamente scelto di sostenere o di avversare il nuovo governo, il quale, a sua volta, ancorchè composto in prevalenza da tecnici non ascrivibili agli attuali schieramenti, fanno politica, cioè operano scelte, prendono decisioni tutt’altro che indifferenti a un sistema di valori e di interessi. Monti li ha condensati nella triade rigoreequità- crescita, che pure possono essere diversamente interpretati e modulati. 
Nel caso del Pd, senza iattanza, ma in punto di verità, la decisione politica di sostenere il nuovo governo ha rappresentato un atto di responsabilità e persino di generosità. E, in ogni caso, come si è visto nell’esame e nella correzione della manovra nel senso di un di più di equità, il Pd ci ha messo del suo, non ha affatto rinunciato alla sua iniziativa politica. Dunque, sospesa non è la democrazia, sospesa non è la politica – chiamata a dare alta prova di sé –, semmai sospesa è la ordinaria competizione tra parti politiche naturalmente avverse. Non a caso si è parlato di governo di tregua, di transizione, di decantazione, del presidente. Di questa sua peculiarità-eccezionalità non va smarrita la consapevolezza. Sia per una ragione di principio, direi di modello e di sistema: tutte le democrazie sane si imperniano su una sana, trasparente competizione-confronto tra parti politiche alternative. Sia per non schiacciare le visioni, di cui si deve nutrire la buona politica, sulla logica per definizione altra di chi deve fronteggiare l’emergenza. Ogni forza politica, nel nostro caso il Pd, dispone appunto di una sua visione, di un suo programma, di suoi uomini e donne che, di necessità, per evidenti ragioni, non possono dispiegarsi a pieno dentro i vincoli temporali e politici di un

venerdì 16 dicembre 2011

Ordinaria disperazione - Alessandra Longo su Repubblica

Da settembre aveva dovuto mettere i suoi sette operai, che erano un po´ una seconda famiglia, in cassintegrazione. Giovanni Schiavon, 59 anni, titolare di un´azienda padovana che si occupa di scavi, asfalti e demolizioni, vantava crediti per 200 mila euro. Ma nonostante i solleciti i soldi non tornavano in cassa e le banche gli avevano chiesto di rientrare. Schiavon non ha visto via d´uscita per lui, per la sua famiglia e per quei sette operai che, dice la figlia al «Gazzettino», «venivano al primo posto». Si è chiuso alle spalle la porta dell´ufficio e si è sparato un colpo alla tempia. Un suicidio talmente "ordinario" (sono ormai decine gli imprenditori veneti che hanno fatto questa scelta), che ne hanno parlato solo le cronache locali.

Persone - Massimo Gramellini su La Stampa

L’umano dell’anno, secondo il settimanale americano «Time», non è un personaggio, ma una persona. «The protester»: il manifestante anonimo che ha riempito le piazze arabe per chiedere libertà, l’indignato altrettanto anonimo che ha occupato quelle occidentali per denunciare la deriva finanziaria del capitalismo. Le contestazioni del 2011 sono accomunate dall’assenza di guide carismatiche e dall’esaurirsi del fascino della leadership, alimentato dai media che hanno bisogno di divorare continuamente delle icone. 
Fino alla grande illusione di Obama abbiamo creduto che il cambiamento passasse attraverso la scelta di un capo carismatico in possesso di una biografia emozionante. Come capita negli innamoramenti, abbiamo imprestato alla persona amata i nostri sogni e le nostre ansie, salvo rimanere delusi dal divario inevitabile fra aspettative e realtà. Perché nessun leader può modificare la corrente del mondo. 
Al massimo può cavalcarla. Mentre le società cambiano quando si solleva un’onda nuova che risponde a un sentimento collettivo. Quando gli ideali prevalgono sulle facce che li incarnano e gli umani smettono per un istante di delegare ai pochi il compito di padroneggiare il destino di tutti.

Fare come quelli del ’52 - Mario Adinolfi su Europa

Dovremmo fare come quelli della classe ’52. O come i tassisti. O come i presidenti di provincia. O come i pensionati fino a 1405 euro al mese. Insomma, dovremmo fare come quelli. Come tutti quelli che hanno ottenuto con il piagnisteo e qualche mezza minaccia, le modifiche alla manovra lacrime e sangue. Dovremmo chi? Ma noi. Noi nati dopo il 1970, che ci siamo tenuti tutto insieme lo scalonissimo che ci manderà in pensione a settant’anni o giù di lì, con almeno quarantacinque anni di contributi e in cambio manco uno straccio di riformetta liberalizzatrice delle professioni, manco un piccolo intervento sulle politiche salariali (quelle che non negano il futuro della pensione, negano il presente di uno stipendio appena decente), manco un aiutino per emanciparsi dall’abitazione dei genitori. 
Abbiamo ottenuto scalonissimo e aggravio dei contributi sulle nostre partite Iva, quei contributi che non serviranno a nulla se non ad avere una pensioncina da settantenni che non varrà la minima sociale. Colpa di Mario Monti? No, non è colpa di un presidente del consiglio che ha fatto quel che poteva e forse quel che doveva. No, è colpa nostra. Quelli del ’52, i tassisti, i presidenti di provincia, i pensionati e tutti i beneficiati dalle correzioni alla manovra hanno tutti organizzazioni di rappresentanza a supporto, organi di stampa con coetanei nei posti di comando, sistemi politici- partitici in qualche modo a disposizione. In un paese che, ci informa l’Istat, ha un quinto della popolazione over 65, quel 20 per cento si organizza e conta: vanno tutti a votare, sono tutti iscritti ai sindacati, hanno competenza in termini di battaglia politica combattuta a colpi di rivendicazioni. Noi nati dopo il 1970 siamo tanti, è vero: ventinove milioni secondo l’Istat, praticamente la metà del paese. Ma una buona parte non vota, per mancato raggiungimento del limite minimo d’età. Un’altra buona parte non va a votare per scelta (stupida). 
Pochi hanno coscienza politica, pochissimi hanno ruolo politico. Nei giornali, poi, non ne parliamo. Martedì in tv ad Agorà mi sono ritrovato come un cretino a rivolgere un appello in diretta al vicedirettore del Corriere della Sera, Dario Di Vico, affinché il suo giornale non si occupasse più solo del piagnisteo della

Serve alla Lega. - Michele Serra su Repubblica

Ma i deputati leghisti che sbraitano in Parlamento contro la manovra del governo, e se la passano da Paladini del Popolo, sono gli stessi deputati leghisti che fino a venti giorni fa hanno votato senza fiatare qualunque porcata, qualunque legge che tutelasse l´impunità e i profitti del loro alleato miliardario, e negli ultimi anni hanno permesso che la pressione fiscale aumentasse, gli enti locali si impoverissero, i servizi sociali diminuissero? Ma sì, certo che sono gli stessi. Imbarazzanti nel ruolo di alleati di ferro dell´uomo più ricco d´Italia, imbarazzanti nella rinnovata veste di rivoltosi a scoppio ritardato e di secessionisti rifatti. Di tutti i partiti si può dire, con qualche forzatura malevola, che hanno per scopo la propria conservazione. Ma per la Lega questa è una verità al cubo: nell´affastellarsi concitato di fasi istituzionali e fasi rivoluzionarie, poltrone da ministro italiano e megafoni secessionisti, urla contro "Berlusconi mafioso" e cenette fraterne ad Arcore, retate di camorristi e pallottole ai giudici, provincialismo bonario e odio etnico allo stato puro, il solo elemento leggibile è l´avventura di un gruppo di vecchi amici che cercano, a qualunque costo, di rimanere a vita sulle prime pagine dei giornali e conservare qualche seggio a Roma. A cosa serve la Lega? Serve alla Lega.

Il virus dell´odio etnico - Adriano Prosperi su Repubblica

Non è solo a Bruxelles che l´Italia è sotto esame. Esiste un altro esame che riguarda il tasso di civiltà del paese. E chi ci esamina sono i 5 milioni di abitanti che non sono ancora giuridicamente italiani e che cominciano a desiderare di non diventarlo perché temono non sia possibile convivere con noi.
I nodi sono venuti al pettine tutti insieme: e tutti insieme vanno affrontati. Con singolare coincidenza il tentato pogrom di massa di Torino e la sparatoria del ragioniere nazista di Pistoia rivelano una diffusione del virus razzista e dell´odio etnico in un´Italia senza attenuanti, l´Italia ricca, colta e civile delle due città che furono le capitali storiche dell´Italia risorgimentale: Torino e Firenze. Anche in questo caso il Paese è costretto a prendere brutalmente coscienza di qualcosa che è accaduto quasi sotto pelle, strisciando, riempiendo goccia a goccia gli interstizi sociali della convivenza, le maniere di pensare, i comportamenti, le pratiche istituzionali. Chi ricorda ancora il decreto Maroni sull´"emergenza nomadi" del 2008? Proprio in questi giorni, appena caduto il governo Berlusconi-Bossi, il Consiglio di Stato ha dato ragione alla sentenza del Tar di Roma che aveva bocciato il decreto e ha avviato lo smantellamento delle sovrastrutture amministrative create per quella minacciata, fantomatica emergenza.
Ma chi smantellerà un pregiudizio che si è intanto radicato in profondità e si esprime nello stillicidio di una violenza quotidiana fatta di discriminazione a piccole dosi, per lo più impalpabile, diffusa nell´aria che si respira? Non basta la caduta del governo che ha lungamente e pervicacemente cavalcato il populismo e l´ostilità etnica come strumento di dominio sulle menti impaurite della sua base. È col suo lascito nella coscienza collettiva che si devono fare i conti. Si pensi a tutto il parlare di identità, l´odiosa parola che ha eretto un muro di differenza e di diffidenza verso tutto ciò che viene da fuori, che non coincide con le abitudini e coi pregiudizi dell´autosufficienza.
E quando si parla di mercatini delle città italiane come quelli di Piazza Dalmazia e di San Lorenzo, si dovrebbe provare a fare il conto delle misure vessatorie contro quei tappetini stesi sui marciapiedi, contro

Tutti a Firenze senza vendette - Aly Baba Faye su Europa

Il terribile agguato razzista a Firenze che ha portato alla morte di due immigrati senegalesi, Mor Diop e Modou Samb, ha suscitato dolore e sdegno non solo tra i senegalesi, ma anche tra le persone che hanno a cuore i valori del rispetto e della dignità umana. La rabbia di fronte a un gesto così violento è comprensibile, ma non si deve cedere al risentimento e alla voglia di vendetta. Spesso, in questi giorni, mi capita di ripetere che se il razzismo è violenza, l’antirazzismo, allora, non può che essere non-violenza. Non nel senso di ignorare la violenza e di accettarla passivamente: la non-violenza non è segno di debolezza, ma è una forza di resistenza attiva. Oserei dire un’arma morale contro la violenza. Questo è quel che ci hanno insegnato grandi militanti della dignità umana come Ghandi, Martin Luther King, Nelson Mandela. Rammento a me stesso che in Senegal la celebrazione del lutto è un momento per onorare la memoria di un defunto, ma è anche l’occasione per i vivi di fare un’introspezione per riflettere sul valore della vita e sulla dignità della persona umana. Dunque servirà mitezza alla manifestazione di domani a Firenze per onorare la memoria dei fratelli morti e per dire no all’odio e al razzismo. Ed è per questo che lancio un appello a tutti affinché la rabbia e il dolore non siano tramutati in voglia di vendetta o in reazioni scomposte. Chiedo altresì a tutti gli amici, italiani e non, di partecipare in massa, ma con lo stesso spirito: non portando altro che se stessi. Non abbiamo bisogno di striscioni né di bandiere, abbiamo bisogno solo di una testimonianza umana. In questo momento di dolore, servono sobrietà e rigore etico per ricucire lo strappo tra comunità chiamate a vivere assieme. Ormai l’Italia è una società multietnica e siamo costretti ad una convivenza tra diversi. E questo dato del pluralismo culturale o meglio della cosmopolitizzazione della società deve essere assunto con intelligenza e con un’etica della responsabilità. Siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo remare nella stessa direzione per un futuro di speranza. Dobbiamo impegnarci tutti e ognuno per la parte che gli

Piano straordinario del governo aule sicure, internet, matematica - Corrado Zunino su Repubblica

Tre annunci in tre luoghi di Roma. Il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo a Palazzo Chigi, dopo aver incontrato i presidenti delle Regioni del Sud, ha confermato le anticipazioni di "Repubblica": per le scuole di quattro regioni del Sud sono disponibili 974,30 milioni (fondi europei): 359,1 milioni per la Sicilia, 350 per la Campania, 162,4 per la Puglia e 102,8 per la Calabria. Serviranno, innanzitutto, per l'edilizia scolastica: si riqualificheranno 1.620 edifici bisognosi di interventi (il 54% di quelli nella lista nera). "Non abbiamo tempo, i nostri ragazzi non possono andare in luoghi di pericolo, questo tema avrà una priorità", ha detto Profumo. A breve sarà pubblicata sul sito del ministero l'attesa Anagrafe dell'edilizia scolastica e gli interventi di messa in sicurezza riguarderanno, successivamente, il resto del Paese. Oltre il 60% degli edifici è stato costruito prima del 1974, il 36,5% necessita di manutenzione urgente, solo il 10% è costruito con criteri antisismici e solo il 54% possiede il certificato di agibilità.
Parte del miliardo per il Sud andrà per innovare tecnologicamente 2.160 scuole: banda larga, lavagne digitali, e-book. E per rompere "la sinergia tra la povertà e la dispersione scolastica", nuova formazione per i docenti e sviluppo delle competenze (anche professionali) per gli studenti. In Campania, Basilicata, Calabria e Puglia non arriva al diploma il 30,3% degli studenti iscritti nei cinque anni precedenti, ha rivelato "Save the children". Ancora, si cercherà di potenziare l'orientamento al lavoro attraverso tirocini in azienda della durata media di due mesi. "Serve una stretta connessione con il sistema delle imprese", ha detto il ministro.
Ai rettori della Crui, poche ore prima, il ministro Profumo aveva annunciato che una quota "di almeno 300 milioni" prevista nel Piano di stabilità del governo Berlusconi sarà riversata sul Fondo di finanziamento ordinario delle università. In queste ore è stata inviata agli atenei l'attesa ripartizione delle risorse per l'anno in

La trincea corporativa - Alberto Bisin su Repubblica

Proprio non ci siamo. La manovra economica del governo guidato da Mario Monti rischia di essere stravolta. Ancora una volta le lobby più potenti hanno la meglio sulla razionalità economica. I farmacisti e i tassisti naturalmente; i parlamentari e il sottobosco della politica locale e nazionale; ma anche le banche, che evitano le misure a favore della concorrenza sui mutui.
Ma in un certo senso la situazione è molto peggiore di quanto i singoli capitoli della manovra insabbiati, ritardati, o eliminati non possano suggerire. L´immagine da assalto alla carovana e successivo mercato delle vacche che il Paese sta dando di se stesso è ancora più dannosa. Guardare l´Italia dall´esterno è desolante. È comprensibile che le lobby facciano gli interessi dei propri membri. Nulla di strano. Ma è desolante che i potentati economici in Italia siano ancora così forti e organizzati da risultare inattaccabili, anche da un governo tecnico (e quindi meno dipendente dalla spicciola strategia elettorale).
È desolante soprattutto che essi non abbiano compreso che questa non è una manovra risolutiva, una manovra da combattere con tutte le forze. È la lotta all´ultimo sangue di queste ore che dà l´immagine di un Paese che non sa in che situazione si trova. Il Paese ha bisogno di riforme strutturali fondamentali, incisive, ed anche dolorose. Questo è il problema da tempo, indipendentemente da cosa sia successo in questi mesi in Europa. L´Italia è passata, nella considerazione degli investitori internazionali, dalla lista dei Paesi sotto controllo a quella dei Paesi problematici non per il capriccio di investitori, speculatori, o agenzie di rating. L´Italia è diventata a rischio default questa estate, quando il governo Berlusconi ha proposto una manovra finanziaria che posticipava ogni intervento fiscale ad un lontano futuro. È stato allora che è diventato chiaro a tutti che il governo non aveva un piano di rientro dal debito. Alcuni hanno voluto credere che il problema fossero Berlusconi e il suo governo inetto ed incompetente, non il Paese in sé. Ma la pressione

Confindustria: "L'Italia è in recessione" Dal 2008 perso un milione di lavoratori - Giuliano Balestreri su Repubblica

Cinque anni di crisi e un milione di posti di lavoro bruciati. Sono le dure previsioni del Centro studi di Confindustria secondo cui sull'eurozona cade "l'inverno della recessione" che "in Italia è iniziata prima e risulterà più marcata". Addirittura è previsto un crollo del Pil di 2 punti percentuali tra la scorsa estate e la prossima primavera. E così le stime per il 2012 sono state tagliate dal +0,2% al -1,6%, per il 2011 dal +0,7% al +0,5%.
E a farne le spese saranno soprattutto i lavoratori. Secondo Confindustria, infatti, è "molto probabile che si attenui il reintegro delle persone in Cig, aumentino i licenziamenti, il tasso di disoccupazione salga più velocemente e raggiunga il 9% a fine 2012". Con un saldo di altre 219mila persone occupate in meno, il biennio 2012-2013 si chiuderà con un calo di 800mila posti di lavoro dall'inizio della crisi nel 2008, un crollo che colpisce soprattutto i giovani: -24,4% per i 15-24enni, -13% per i 25-34enni da metà 2008 a metà 2011; + 6,6% per gli over 45enni.
Gli esperti di Confindustria non hanno dubbi: "Le condizioni del mercato del lavoro italiano sono in deterioramento". Perché con la recessione si "riducono significativamente" gli spazi per "il trattenimento dei lavoratori da parte delle imprese". E in effetti guardando al dato statistico delle unità di lavoro equivalenti a tempo pieno, sono 766mila quelle perse da inizio 2008 (con un recupero dopo il picco negativo di un milione e 115mila toccato nel terzo trimestre 2010). Ma la situazione si aggraverà ancora, con un nuovo calo dal 2012 che porterà a 957mila occupati in meno alla fine del 2013. E potrebbe andare ancora peggio se crollasse l'euro: "Alcune simulazioni riguardanti le quattro maggiori economie dell'eurozona, nel primo anno il Pil crollerebbe tra il 25 ed il 50%, svanirebbero tra i 6 e i 9 milioni di posti di lavoro in ciascuna di esse, i deficit e i debiti pubblici raggiungerebbero valori da immediata insolvenza perfino in Germania"
Un quadro che ha spinto il ministro per lo Sviluppo economico Corrado Passera a commentare che

Gli incredibili lumbard - Lavinia Rivara su Repubblica

Torna la Lega di lotta non più al governo. Urla, grida, espone cartelli, insulta e fa ostruzionismo nelle aule parlamentari per protestare contro la manovra del governo Monti e la decisione di porre la fiducia sul provvedimento. Decisione dettata unicamente dall’esigenza di evitare proprio l’ostruzionismo lumbard che impedirebbe altrimenti l’approvazione del decreto prima di Natale. E se tutti, dall’Europa ai commentatori dei giornali, hanno ricordato a Monti che bisogna fare in fretta, forse è il caso di ricordare al Carroccio che solo fino a ieri erano gli alleati principali e fidati di un governo che è ricorso alla fiducia più di cinquanta volte in tre anni, utilizzando questo strumento praticamente per tutte le manovre e tutti i provvedimenti cruciali e a volte anche per quelli meno rilevanti. 
Certo le misure proposte dal governo dei Professori non sono facilmente digeribili e nonostante le modifiche introdotte due giorni fa su casa e pensioni che hanno alzato le tutele per i ceti più deboli, restano dubbi e lacune. E non è facile il compito di quei partiti che oggi sono chiamati a sostenere questa manovra in Parlamento e che domani dovranno presentarsi agli elettori. Era stato più facile per la Lega stringere il patto di ferro col magnate Berlusconi, vincere anche grazie a lui le elezioni del 2008 e insediarsi a palazzo Chigi per varare subito l’abolizione dell’Ici e il disegno di legge sulla sicurezza. Ve lo ricordate? Quello che aveva introdotto le famigerate ronde, tanto strombazzate dai lumbard e rapidissimamente svanite tra le nebbie della Padania. 
Per poi pagare dazio subito dopo sostenendo quel lodo Alfano che avrebbe dovuto mettere al riparo il Cavaliere da ogni seccatura giudiziaria. E’ andata avanti così per tre anni. Coi lumbard pronti a votare tutte

giovedì 15 dicembre 2011

Tagli su commissione - Massimo Gramellini su La Stampa

In Italia il modo più sicuro di non fare una cosa è istituire una commissione. Quando l’estate scorsa cominciarono le operazioni di tosatura della cittadinanza, il governo Bandana intuì che bisognava offrire un sedativo alle pecorelle smagrite. Non la riduzione immediata dello stipendio dei politici (e che, siamo matti?) ma la promessa di tagli futuri. Per uniformare l’onorevole paga ai livelli europei sarebbero bastati cinque minuti: il tempo di consultare le tabelle preparate dagli uffici della Camera. Perciò si ritenne molto più utile affidare l’arduo compito a un consesso di esperti guidato dal presidente dell’Istat.
In quattro mesi la commissione Giovannini si è riunita tre volte. La prima volta per stilare una lista dei parlamenti europei a cui ispirarsi. La seconda per affidare l’indagine conoscitiva alle ambasciate italiane, anziché a un bimbo di 6 anni che avrebbe trovato i dati su Internet in un clic. La terza, si legge sul sito del governo, per un «report sullo stato di avanzamento delle attività»: immagino che ogni ambasciatore dovrà intervistare personalmente tutti i deputati del Paese in cui abita, chiedendo loro la dichiarazione dei redditi e gli scontrini del ristorante.
Nel frattempo l’euro andava a rotoli, lo spread si impennava, il governo Bandana cedeva al governo Loden, le tasse salivano, le pensioni scendevano e i cittadini si imbufalivano. Insensibile a questi accidenti della vita, la commissione proseguiva inesorabile. Il suo responso, atteso per marzo, potrebbe persino essere anticipato a gennaio. Non si sa ancora di quale anno.

Ministro Profumo, dove giocano i bambini? - Mila Spicola su L'Unità

Ministro Profumo, dove giocano i bambini italiani? Giocano in strade senza legge? Sotto quali tetti e dentro quali scuole studiano? C’è qualcuno in Italia che se lo chiede per davvero? Chiedetevelo. Credano alle favole i nostri figli, non noi che cresciuti lo siamo da un po’. “O mutos deloi oti”, studiavamo da ragazzi, la favola insegna che la crisi la superiamo se torniamo seri e dignitosi. Tutti.
Dall’agosto del 2008 a poco tempo fa, chi l’ha preceduto a viale Trastevere ne ha raccontate parecchie di favole e quasi tutti le hanno credute. Ma non erano favole portatrici di insegnamenti, erano falsità. Noi, Cassandre inascoltate, lo abbiamo ripetuto da subito, ogni santo giorno di questi assai meno santi anni, che c’era un problema: inascoltate dai più (“che brava che è, ha tagliato gli sprechi”, persino Monti lo disse, ahimè) , beffeggiate, insultate, ignorate. Ricordo a Roma di un enorme corteo di insegnanti dissidenti dirottato sotto il livello della strada, lungo il Tevere, per non farlo vedere. Ma le bugie hanno le gambe cortissime e la faccia brutta nonostante l’abbiano mascherata di “bellezza femminile”, strumentalizzando anche quella nel fin delle menzogne. Adesso il velo si squarcia.
Lei ha semplicemente reintrodotto il criterio della trasparenza permettendo di portare sotto gli occhi degli italiani tutti gli errori della gestione dell’ex ministro dell’Istruzione, MariaStella Gelmini. E finalmente la verità si svela: vengono evidenziati i problemi nelle scuole degli ultimi tre anni e i dati sono sconfortanti.
Dal 2008 c’è stato un crescendo di proteste da parte di insegnanti e genitori sulle misure adottate dal governo Berlusconi “contro” la scuola e sui disagi che esse comportavano: classi stracolme di alunni e disabili penalizzati. Nonostante le nostre denunce, che non erano di “pochi professori ideologizzati e di sinistra”, il ministero si è preoccupato di nascondere meticolosamente ogni numero, di non presentare più nessuna sintesi di dati sulla scuola e di non pubblicare più tabelle e grafici che potessero svelare il terribile

Se l'Europa si scopre mortale - Barbara Spinelli

Sono due anni che gli Stati europei vivono una crisi che somiglia a una guerra, di quelle che cambiano il mondo. La guerra non è conclusa e quel che imparammo nel '45, oggi l'apprendiamo con terribile lentezza. Allora tutti si gettarono in una grande corsa: per ricostruire, e anche ricostruirsi interiormente. Oggi si procede a fatica, e per anni è prevalsa l'inerzia o perfino la denegazione. Siamo vissuti come immersi nelle acque dell'ottimismo: avevamo l'Unione europea, avevamo la moneta unica come apogeo. Il disastro, ritenuto impossibile, non era calcolato.
Invece il disastro era non solo possibile ma dietro l'angolo, e per questo urge un risveglio analogo a quello postbellico degli europei e dei loro leader (Monnet, Adenauer, De Gasperi). Alcuni, come Paul Valéry, si svegliarono già prima, dopo il '14-'18: "Noialtri, civilizzazioni, sappiamo ora che siamo mortali. Il tempo del mondo finito comincia". Non dimentichiamo mai che da tale presa di coscienza nacquero due cose, non una: l'Europa, e il Welfare. La prima era un no ai nazionalismi, la seconda alle recessioni punitive che scaraventavano genti disperate nelle dittature. Oggi siamo a un bivio simile, e un primo parziale risveglio è iniziato al vertice dell'8-9 dicembre a Bruxelles.
Il tempo del mondo finito comincia con la consapevolezza che la moneta è davvero in pericolo, se non s'accompagna a un'unione economica-politica che leghi più strettamente i paesi dell'Euro. Se i governi non osano, finalmente, dire la verità ai confusi, spaventati cittadini: le nostre sovranità nazionali sono troppo fatiscenti, per fronteggiare una mutazione mondiale che si manifesta con il caos dei mercati. Non possiamo più permetterci finti sovrani. Neanche possiamo permetterci di dire, come tanti cittadini mossi da giusta rabbia verso i sacrifici richiesti, che la colpa dei debiti eccessivi è imputabile all'1 per cento dei popoli. Da

E' un'Italia sempre più vecchia un quinto ha più di 65 anni - su Repubblica.it

Un Paese di sessanta milioni di abitanti. Che invecchia sempre di più: un quinto della popolazione, infatti, ha più di 65 anni. Un Paese dove quasi tre milioni di persone consumano droghe e dove aumenta la violenza domestica. Un Paese tra i più longevi d'Europa ma che rischia di peggiorare le proprie condizioni di salute con cattivi stili di vita, in particolare la pigrizia e il fumo.
Eccola la fotografia dell'Italia che salta fuori dal rapporto sullo stato di salute presentato oggi dal ministro Renato Balduzzi. Che rivela come sia aumentata la popolazione straniera residente, arrivata a 4 milioni 570 mila 317 unità nel 1 gennaio di questo anno, ovvero il 7,5% della popolazione totale.
Anagrafe. "L'Italia raggiunge il traguardo storico dei 60 milioni di abitanti e tra questi il 20,3% ha più di 65 anni". Nel 2010 "la differenza tra nascite e decessi registra un saldo negativo di 25.544 unità. Il numero dei nati vivi in Italia nel corso del 2010 è 562.000 unità, per un tasso di natalità pari a 9,3 per 1.000 abitanti. Il numero dei decessi è invece 587.488 unità, per un tasso di mortalità pari a 9,7 per 1.000 abitanti. Dal secondo dopoguerra a oggi si tratta del livello di mortalità più alto dopo quello avuto nel 2009 (592.000), a conferma del fatto che la popolazione è profondamente interessata dal processo di invecchiamento".
In particolare, si registra che le regioni del Nord e del Centro sono caratterizzate da un saldo naturale negativo, rispettivamente -0,6 e -1,1 per 1.000 abitanti. Quelle del mezzogiorno, invece, vanno in controtendenza, con un saldo naturale ancora positivo, +0,2 per 1.000. All'1 gennaio 2011 si stima che la popolazione straniera residente nel nostro paese ammonti a 4.570.317 unità, ovvero il 7,5% della popolazione totale. Rispetto all'1 gennaio 2010 l'incremento è pari a 335.258 unità (+7,3%).
Fumo. "In Italia si stima siano attribuibili al fumo di tabacco dalle 70.000 alle 83.000 morti l'anno, con oltre

Neoliberisti, ecco come ci portano alla catastrofe - Stefano Fassina su L'Unità

Stefano Fassina
Perché, in Europa e negli Usa, non usciamo dal tunnel della recessione e, in Italia, andiamo verso la depressione? Perché si continua ad applicare, nonostante i disastri prodotti, la ricetta neo-liberista dominante nell'ultimo quarto di secolo: austerità senza se e senza ma e svalutazione reale del lavoro per recuperare in esportazioni la caduta della domanda interna depressa dall'aumento delle diseguaglianze. In sintesi, siamo vittime del «trionfo delle idee fallite», come ripete Paul Krugman. Non a caso, per la presidenza degli Stati Uniti ritorna, come uno zombie, Newt Gingrich.
Non a caso, da noi continuano ad imperversare gli Alesina e i Giavazzi, nonostante il Fmi qualche mese fa abbia radicalmente confutato le loro tesi. Il Fondo, in un'analisi di decine e decine di casi di aggiustamenti di bilancio pubblico, trova un risultato banale, ma negato nell’ultimo ventennio: le politiche restrittive sono recessive, non rileva se fatte dal lato delle entrate o dal lato delle spese. Ma gli Alesina e i Giavazzi, amplificati da interessi corporativi miopi, insistono. Per coprirsi le spalle rilanciano contro l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Stesso schema dell’editoriale di Orioli su Il Sole 24ore di giovedì scorso.
Ovviamente, la giustificazione è l'equità verso i giovani, principio trendy, strumentalizzato senza imbarazzo da un classismo pesante e autolesionista. Purtroppo ideologia fallita e interessi miopi dominano anche la discussione a Bruxelles. La crisi dell'euro non ha nulla a che vedere con la finanza pubblica (si legga Martin Wolf sul Financial Times di mercoledì scorso per l'ennesima, eccellente e divulgativa spiegazione).
È dovuta alle differenze di competitività presenti nell'area della moneta unica. È dovuta alla caduta della domanda aggregata conseguente alla aumento della disuguaglianza a sua volta alimentata dalla regressione del lavoro. Non importa. L'ossessione dei conservatori tedeschi verso il deficit pubblico segna la rotta. Il vertice europeo di giovedì e venerdì scorso è l'ultimo esempio. Si progetta un trattato