«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani». Non dubito che parecchi avranno riconosciuto la famosa frase spinelliana del manifesto di Ventotene, il pamphlet più antesignano dell’idea d’Europa che oggi, a leggere le cronache, sembra debba traslocare sullo scaffale della fantapolitica.
Eppure il nodo è e resta tutto lì, e più si prova a rinviarne la soluzione o ad arrangiare pecette per tenere assieme i pezzi del puzzle continentale, più si avvicina la resa finale dei conti; con l’Europa degli stati che riprende definitivamente il sopravvento, si candida all’irrilevanza politicoeconomica, e si condanna ad essere un territorio in decadenza nella sfida globale.
Dovrebbe dirci qualcosa la notizia che il Brasile ha superato la Gran Bretagna nella graduatoria mondiale del Pil piazzandosi al sesto posto tra le grandi economie. E un’altra spia dovrebbe accendersi quando veniamo a sapere che gli scambi fra la Cina e il Giappone avverranno in yuan e yen, senza far ricorso al dollaro, né tantomeno all’euro. Auspicabile una reazione più articolata di quella del ministro delle finanze tedesco, che ha detto di essere stato “sorpreso” dall’accordo.
Negli ultimi mesi, in Italia, il leit-motiv più accreditato attribuisce proprio alla Germania e alle rigidità della cancelliera Merkel le maggiori responsabilità per una conduzione della crisi che sembra non solo lontana dal raggiungere l’obiettivo di traguardare l’uscita dal tunnel, ma che addirittura potrebbe alimentare i rischi recessivi per la zona euro. C’è probabilmente parecchio di vero, quando si dice che l’imposizione del








































