martedì 17 gennaio 2012

Casini: sulla legge elettorale l’accordo in aula è possibile - Marcello Sorgi su La Stampa

Presidente Casini, tutti i veli sono caduti: oggi Monti incontra voi segretari della maggioranza alla luce del sole, senza più doversi nascondere. Com’è nata la svolta?
«Vede, in politica c’è sempre un po’ di ipocrisia: da quando è nato il governo, ci siamo visti con Monti, come tra noi della maggioranza, altre volte. Domani è la prima volta che accade ufficialmente, ma non direi che è un fatto sconvolgente».
Sarà soddisfatto, lei che ha tanto premuto per far uscire questa maggioranza dalla clandestinità.
«A me sembra normale che con tutto quel che sta accadendo e nel vivo di un cambiamento positivo di rapporti tra Italia e Europa, chi appoggia il governo discuta delle prospettive. Se vuole la mia valutazione, ritengo che noi abbiamo fatto il primo passo per uscire dall’isolamento in cui eravamo con il governo Berlusconi, abbiamo dimostrato di poter essere credibili con la manovra di dicembre, con gli impegni presi per il pareggio di bilancio nel 2013 e con il programma di liberalizzazioni che sta per essere varato. Adesso però dobbiamo trovare il modo di ottenere dall’Europa risposte concrete sul rafforzamento del fondo salva-Stati, sul ruolo della Bce e sull’effettiva difesa dell’euro dagli attacchi speculativi che continuano».
Non crede che l’Italia paghi ancora il prezzo dell’appoggio incerto dei partiti al governo? Non passa giorno che non si alzi qualcuno a dire che Monti deve avere più rispetto per i politici, altrimenti…
«Da parte mia come del Terzo polo non c’è nessuna intermittenza nell’appoggio al governo, che sosteniamo a testa alta. E per quanto riguarda la maggioranza, per noi è politica come sono tutte quelle che votano i
governi in Parlamento, ci mancherebbe altro».
E allora perché tutte queste precisazioni? Non è il nostro governo, non è la nostra manovra: certi momenti sembra ci sia una gara a prendere le distanze da Monti.
«Se guarda la sostanza converrà che il governo finora ha potuto realizzare il suo programma. Che poi i partiti intervengano per chiedere qualche aggiustamento, anche questo rientra nella normalità dei rapporti politici. E che dopo vent’anni di bipolarismo imperniato sulla reciproca demonizzazione di Berlusconi e dei comunisti, Alfano e Bersani si muovano con cautela è comprensibile. Noi per questo avevamo proposto un armistizio politico con l’ingresso nel governo anche dei rappresentanti dei partiti. Sarebbe stata una soluzione più forte».
Per questo gira voce di un rimpasto per rafforzare il governo inserendo ministri politici?
«Lo escludo. Non ha più senso riaprire quel discorso. Ormai il governo così com'è deve poter lavorare in pace e arrivare alla sua scadenza».
La scadenza naturale del 2013, o le elezioni anticipate, di cui malgrado tutto si continua a parlare?
«Io quando sento ancora discutere di elezioni anticipate mi domando se chi ci pensa ha capito veramente in che situazione ci troviamo. L’idea che questo governo debba essere considerato una parentesi, da chiudere al più presto, per tornare alla normalità, circola purtroppo, ma è fuori dalla realtà. Occorre rendersi conto che se abbiamo dovuto chiamare Monti a fare quel che sta facendo è dipeso dall’incapacità della politica di affrontare i problemi che essa stessa aveva creato. Era tutto chiaro da tempo: ma né Prodi, né Berlusconi, con i loro due ultimi governi, sono stati in grado di trovare e mettere in pratica le soluzioni. Con questo non voglio dire che la colpa sia solo loro, anzi Alfano ha ragione quando dice che è ingiusto scaricare le responsabilità solo sul governo appena caduto».
Però c’è anche chi obietta che, dopo tutti gli sforzi imposti da Monti, la crisi è allo stesso punto.
«Chi pensa questo sbaglia. Abbiamo molti anni da recuperare. Per decenni la politica ha consentito al Paese di vivere al di sopra delle proprie possibilità, scaricando il debito sulle future generazioni. Magari fosse questione di settimane, o di mesi. La strada è molto lunga e sulla nostra capacità di resistenza ci giochiamo tutto, a cominciare dalla nostra credibilità in Europa. L’idea che non siamo capaci di darci regole severe per sempre in fondo è quel che giustifica le resistenze tedesche della Merkel e dell’opinione pubblica del suo Paese - a venirci incontro».
Tra i peones del Parlamento si teme che la permanenza del governo tecnico, specie se produrrà risultati, possa far apparire la politica come origine dei guai.
«Se la politica sa approfittare di questa fase per riformare se stessa, un timore del genere è ingiustificato. Abbiamo molto da fare: non si tratta solo di agire sui costi della politica, ma di riformare il bicameralismo, i regolamenti, la legge elettorale».
E lei crede davvero che si possa far questo nei pochi mesi di qui alla scadenza del 2013?
«Io penso che un'intesa su questi punti sia possibile e a portata di mano. Sulla distinzione di ruoli tra Senato e Camera c’è larga condivisione. La riduzione del numero dei parlamentari di almeno cento dalla prossima legislatura e di un terzo a partire dalla successiva è assolutamente necessaria. E sui regolamenti Luciano Violante ha messo a punto un progetto assai puntuale. Certo, si tratta di lavorare seriamente. Se invece continuiamo a vivacchiare, allora sì, il rischio che la sfiducia nella politica prevalga è reale».
Non le chiedo dell’antipolitica: se la sono presa con lei e con due suoi colleghi perché a Natale siete andati alle Maldive. Ma sia sincero: si è pentito di avere scelto quella vacanza in un clima come questo?
«Le dico la verità: se dopo tanti anni di vita politica messi continuamente al vaglio degli elettori, il rilievo è di essere andato in vacanza dieci giorni con la mia famiglia, me lo prendo e accetto le critiche. Ma attenti a spingere il qualunquismo, perché per questa strada si arriva a contestare il cotechino di Monti e a scoprire che se lo è pagato di tasca sua».
Secondo lei il voto della Camera che ha negato l’autorizzazione all’arresto di Cosentino incoraggia o no l’antipolitica?
«Duole dirlo: incoraggia. Quando un ex ministro dell’Interno appena uscito dal Viminale come Maroni sostiene che le accuse contro il deputato erano fondate e non c’era fumus persecutionis, il Parlamento avrebbe avuto il dovere di accontentare le richieste dei magistrati».
E come mai l’Udc ha dato libertà di voto ai suoi parlamentari?
«Sulle questioni personali noi garantiamo la libertà di coscienza. Ma la posizione del partito, per come è stata esposta in aula, era chiarissima».
Lei era contrario ai referendum elettorali. Adesso che la Corte costituzionale li ha bocciati, non crede sarà più difficile trovare un’intesa per cambiare il Porcellum?
«Non sono pessimista sulla legge elettorale. Credo che un accordo sia possibile se tutti mettiamo sul tavolo le nostre proposte e ci prepariamo a discuterne in modo costruttivo. Noi per esempio siamo favorevoli a un sistema proporzionale con sbarramento alla tedesca e siamo pronti a mantenere l’indicazione del candidato premier prima del voto, in modo che i cittadini possano scegliersi il governo, e non solo il partito. L’importante è uscire dai sistemi rigidi, dalle coalizioni forzose, che in tutti questi anni ci hanno dato governi che non riuscivano a governare. In Germania, quando si va a votare, gli elettori sanno che l’alternativa è tra democristiani e socialisti. Ma sanno anche che in caso di necessità può accadere che si faccia la grande coalizione».
Com’è accaduto in Italia?
«Zitto! Non lo sa che in Italia certe cose non si possono ancora dire?».

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