mercoledì 11 gennaio 2012

Coraggio, una Rai senza partiti - Paolo Conti su Corriere della Sera

L'occasione che si presenta, in questo primo trimestre 2012, per cominciare a liberare la Rai dalla stretta della politica è forse irripetibile: alla fine di marzo scadrà l'attuale Consiglio di amministrazione. Uno snodo ideale per varare una rapida riforma dei criteri di nomina della governance. A nessuno schieramento conviene più tenere in vita un meccanismo che include uno spoils system a ogni cambio di governo. Con le regole della legge Gasparri si accetta la prospettiva di un Cda fotocopia del governo in carica: e di lì discendono nomine «di area» nei tg e nelle reti attribuite con riti e criteri da Prima Repubblica, con tanto di bilanciamento per l'opposizione del momento. Il recente caso Minzolini è la punta più visibile di un iceberg tuttora vasto e solido.
Dovrebbe essere interesse parallelo, e lungimirante, del centrodestra e del centrosinistra trovare una soluzione condivisa così come sta avvenendo in altri essenziali settori della vita economica, fiscale, sociale. La prospettiva di un commissariamento appare impraticabile sia per metodo (il 2011 chiude con un pareggio di bilancio) che per merito (la Corte costituzionale ha vietato da anni all'esecutivo ingerenze dirette nel servizio pubblico). Con ogni probabilità l'idea di un Consiglio più snello (cinque membri?) con un presidente non più mero arbitro e con un amministratore delegato dotato di poteri simili a quelli di qualsiasi grande azienda audiovisiva potrebbe funzionare e almeno avviare il cambiamento.
Mario Monti ha scelto una tribuna Rai, quella di Fabio Fazio, per annunciare imminenti decisioni proprio sulla Tv pubblica. Viale Mazzini, ha detto, è «una forza del panorama culturale» ma occorrono «ulteriori passi in avanti» promettendo decisioni entro «qualche settimana». Monti riconosce alla Rai un ruolo importante nella vita sociale del Paese ma sa che bisogna allinearla al clima di un'Italia ormai diversa e alle
regole degli altri Paesi europei. E sa anche che per la Rai occorre, forse più che altrove, un'intesa bipartisan. Sarebbe un vantaggio generale sostenerlo su questa via.
Ma qui è obbligatorio riflettere su un altro punto. Ha ancora senso una commissione parlamentare di Vigilanza Rai, ampia e pletorica, che nomina quasi tutto il Cda? Sergio Zavoli rappresenta per tutti un equilibrato e solido punto di riferimento. Ma la questione di fondo è un'altra. Nessuna Tv pubblica europea è sottoposta all'esame sia di un'Autorità (l'Agcom) che di un organismo bicamerale come quello italiano, continuamente dilaniato da fratture e polemiche (al punto da provare a stravolgere il senso stesso di una legge, come accadde nel marzo scorso con la par condicio quando Pdl e Lega tentarono di trasformare i talk show in tribune elettorali). Presidenti, consiglieri, direttori generali, direttori di rete e tg vengono continuamente convocati per audizioni che, nella stragrande maggioranza dei casi, non hanno effetti tangibili sulla qualità dei programmi e dell'informazione.
Che la Rai debba essere sottoposta a un periodico e attento controllo parlamentare, è fuor di dubbio trattandosi di tv pubblica. Ma continuare a sottoporla a un mini-Parlamento troppo spesso litigioso significa negarle ancora, al di là di facili slogan, ogni vera prospettiva di autentica autonomia sia gestionale che editoriale.

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