mercoledì 18 gennaio 2012

Coste a rischio e nuove regole - Roberto Della Seta e Francesco Ferrante su Europa

Da anni si discute dei rischi legati al passaggio delle petroliere e delle navi da crociera in tratti di mare che andrebbero tutelati e protetti. E dunque la prima lezione da trarre dalla tragedia del Giglio è proprio quella di rivedere le regole per quanto riguarda le rotte di queste enormi imbarcazioni. Occorre subito mettere in sicurezza ecosistemi marini delicati e preziosi, e farlo ora con la tragedia della Concordia ancora negli occhi è tutto fuorché una mossa guidata dall’emozione e dall’emergenza, perché già adesso in quel tratto di mare stanno transitando altre imbarcazioni gigantesche, con il loro carico di petrolio, affrontando persino il mare “forza 9”, come nel caso della nave cargo Venezia della Grimaldi Lines, che il mese scorso ha perso nelle acque dell’isola della Gorgona 198 fusti contenenti materiali pericolosi. 
D’accordo, la manovra spericolata che più di un comandante delle navi Costa ha fatto per ricevere “l’inchino” di fronte al Giglio probabilmente non la rivedremo più, ma ciò non è sufficiente per mettere in sicurezza i luoghi più sensibili dal punto di vista ambientale, che si tratti della laguna di Venezia, delle aree protette marine o delle piccole isole. Ogni anno infatti verso le coste italiane viaggiano ben 178 milioni di tonnellate di petrolio, quasi la metà di tutto il greggio che arriva in direzione dei porti del Mediterraneo, crocevia delle petroliere di tutto il mondo. 
Attraverso 12 raffinerie, 14 grandi porti petroliferi e 9 piattaforme di estrazione off-shore, movimenta complessivamente oltre 343 milioni di tonnellate di prodotti petroliferi all’anno a cui vanno aggiunte le quantità di petrolio e affini stoccati in 482 depositi collocati vicino al mare, che hanno una capacità di quasi
18 milioni di metri cubi. Nei nostri mari, al largo dell’arcipelago toscano in particolare, c’è un transito continuo e incontrollato di vere e proprie carrette del mare, superpetroliere insicure, a scafo singolo, in grado di distruggere ecosistemi e intere economie turistiche.
Purtroppo l’allarme per questa situazione di pericolo permanente rimane da anni, per così dire, sottotraccia, perché quasi unicamente le associazioni ambientaliste e i comuni direttamente interessati chiedono al governo di fare la propria parte per la tutela di alcune delle aree più pregiate e delicate del Mediterraneo, come ad esempio nel caso dell’isola d’Elba, il cui consiglio comunale ha chiesto l’interdizione per un raggio di cinque miglia attorno alla stessa isola del traffico marittimo di petroliere, navi da carico o da trasporto passeggeri che hanno una stazza lorda superiore alle 10.000 tonnellate. 
Occorre metter fine ad “abitudini” consolidate che si fondano su convenienze e interessi, e rivedere subito le scelte scellerate che il precedente governo ha fatto, perché se già attualmente sulla prevenzione si fa veramente poco, con una flotta di pronto intervento contro l’inquinamento marino da idrocarburi di soli 40 mezzi navali, a guardia di 8 mila km di coste, con i tagli del governo Berlusconi dal prossimo anno il programma avrà risorse pari a zero euro. 

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