martedì 24 gennaio 2012

Due ragioni per essere ottimisti - Luca Ricolfi su La Stampa

Con il decreto-legge sulle liberalizzazioni, che il governo preferisce chiamare «pacchetto di riforme strutturali per la crescita», è ufficialmente iniziata la «fase 2» del governo Monti, volta a far ripartire l’economia italiana. Nel giudicare l’efficacia delle misure fin qui delineate, tuttavia, sarebbe bene distinguere nettamente fra effetti a breve termine ed effetti di periodo medio-lungo.
Nel breve periodo sarebbe sbagliato aspettarsi grandi risultati. La realtà, purtroppo, è che la «fase 1» (la manovra di fine anno), con le sue pochissime riduzioni di spesa e i suoi moltissimi aumenti di entrata, ha avuto un impianto fortemente recessivo. Il che significa, in concreto, che le misure della «fase 2», più che far ripartire la crescita, si limiteranno ad attenuare la recessione preparata dalla «fase 1». Altrettanto sbagliato, tuttavia, sarebbe non vedere la straordinaria opportunità che le misure delineate nel decreto-legge di venerdì scorso offrono all’Italia nel periodo medio e lungo.
Se quelle misure non saranno abbandonate o annacquate dal parlamento, e diventeranno invece il primo tassello di una strategia di scongelamento del sistema Italia, i loro frutti potrebbero essere generosi, anche se – realisticamente – credo sarà difficile raccoglierli prima di 2-3 anni.
Che cosa mi induce, contrariamente al mio solito, a un sia pure cauto ottimismo?
Essenzialmente due considerazioni. La prima è che, nonostante le previsioni di crescita dell’Italia nel 2012 si siano ancora deteriorate nelle ultime settimane, passando da –0.5% a –2.2%, il rendimento dei nostri titoli di Stato ha finalmente cominciato a scendere, non solo nel confronto con la Germania, ma anche in quello con paesi europei a noi più comparabili, come la Spagna, la Francia, il Belgio. Da circa due settimane lo spread italiano non si limita a beneficiare della boccata di ossigeno che i mercati stanno concedendo a diversi Paesi
dell’area Euro, ma sta migliorando la sua posizione relativa rispetto a diversi paesi. Se anziché calcolare lo spread (rispetto alla Germania) calcoliamo lo «spread dello spread», ossia il nostro grado di penalizzazione rispetto alla media di Spagna, Francia e Belgio, non possiamo non registrare con soddisfazione che nelle ultime due settimane la nostra situazione è migliorata di 54 punti base, che salgono a 76 se il confronto è con la sola Spagna, un Paese rispetto al quale, fino a pochissimo tempo fa, eravamo invece in costante peggioramento.
È difficile stabilire con certezza a che cosa si debba questa sorta di inversione del giudizio dei mercati, ma è difficile negare che gli ultimi segnali siano relativamente confortanti: la situazione è sempre gravissima (paghiamo oltre 4,3 punti di interesse più della Germania), ma il trend delle ultime due settimane è decisamente incoraggiante.
C’è anche un’altra considerazione che mi rende meno scettico del solito. Il decreto sulle liberalizzazioni, proprio perché è incompleto, pieno di limiti e di omissioni, offre a tutti gli attori in campo, e innanzitutto ai partiti, la possibilità di scegliere fra due strategie: prendere le distanze dal decreto perché si spinge troppo in là, facendo molto di più di quanto centrosinistra e centrodestra hanno saputo fare negli ultimi 15 anni, oppure andare oltre il decreto, combattere perché lo spettro delle liberalizzazioni sia più completo. Ferrovie, porti, aeroporti, mercato del lavoro, valore legale del titolo di studio, per fare solo qualche esempio, sono tutti ambiti su cui il decreto interviene poco o niente, e che invece meriterebbero di essere investiti da ulteriori ondate di liberalizzazioni.
Il presidente del Consiglio, con la sua dichiarazione di ieri sulla non intangibilità dell’articolo 18, sembra più che mai determinato ad andare avanti nella sfida delle liberalizzazioni, senza cedere alla retorica degli «opposti distinguo», secondo cui «questo si deve fare, quest’altro non è una priorità». Più difficile è valutare le strategie di Pd e Pdl. Il Pd, almeno a parole, sembra criticare il governo perché non liberalizza abbastanza. Il Pdl, invece, sembra preoccupato che si liberalizzi troppo. Ma entrambi potrebbero scambiarsi i ruoli non appena si parlerà di mercato del lavoro e di articolo 18, con Bersani pronto ad isolare i riformisti à la Pietro Ichino, e Berlusconi tentato di sostenere una riforma radicale del mercato del lavoro.
Vedremo come andrà a finire. Però fin da ora almeno una cosa possiamo dirla. Il peggio per l’Italia sarebbe che i due maggiori partiti cercassero di riconquistare consensi cavalcando il malcontento delle rispettive basi sociali, con Berlusconi che soffia sul fuoco della protesta di taxisti e professionisti, e Bersani che legittima le resistenze sindacali a una riforma vera del mercato del lavoro. Il meglio per l’Italia sarebbe che Monti portasse fino in fondo la strategia delle liberalizzazioni, e i due maggiori partiti raccogliessero la sfida, pungolando il governo a fare di più e non di meno di quello che sta facendo.
Detto in modo più brutale, il peggio per l’Italia sarebbe che Pd e Pdl cercassero di arrivare alle elezioni con l’intento di cambiare nettamente rotta rispetto al governo Monti, interrompendo un’azione che ha disturbato troppi interessi. Mentre il meglio sarebbe che cercassero di arrivare alle elezioni competendo fra loro per portare il più avanti possibile un’opera che ha dovuto attendere la nascita di un governo di professori per essere avviata, ma che alla fine toccherà alla politica portare a termine.

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