venerdì 13 gennaio 2012

Ecco l’agenda per i giovani - Mario Adinolfi su Europa

Ormai, con l’annuncio di un decreto sulle liberalizzazioni al 20 gennaio, non c’è più alcun dubbio: quello di Mario Monti è di gran lunga il governo a più alto tasso riformista degli ultimi trent’anni. Sta facendo cose, a partire dalla riforma delle pensioni scritta e approvata in un mese, che sarebbero state inimmaginabili fino ad appena sessanta giorni fa. Il presidente del consiglio giustifica sempre i sacrifici immensi richiesti agli italiani, con una sorta di mantra, ripetuto anche in tv davanti al compìto Fabio Fazio: «Facciamo tutto questo per i giovani». Su questo terreno però il governo deve cominciare ad uscire dalla vaghezza dell’impegno generico e colmare un vuoto d’analisi del problema che probabilmente c’è. Quali sono i bisogni dei “giovani”? Intanto delimitiamo il campo. 
Chi sono i “giovani”. Per convenzione uso spesso una delimitazione anagrafica, che è derivante da un’omogeneità di dati statistici, economici e sociologici. In Italia oltre l’80 per cento delle famiglie è proprietario della abitazione in cui vive, ma c’è una parte del paese che vive in affitto e casa non può neanche sognare di comprarsela. In Italia venti milioni di persone hanno un contratto a tempo indeterminato, scatti salariali sindacalmente concordati, tutele varie, ma ci sono otto milioni che sono disoccupati, inoccupati, cassintegrati, precari, stagisti o preda del lavoro nero. Secondo i dati Eurostat nel nostro paese ci sono persone che guadagnano anche l’ottanta per cento in più rispetto ad altre persone impiegate nello stesso comparto e a parità di mansione. Questo perché da noi viene premiata l’anzianità a scapito del merito e della produttività. Infine ci sono ventuno milioni di trattamenti pensionistici, il ventotto per cento dei quali superiori ai 1.500 euro al mese, di persone andate in trattamento di quiescienza anche solo a quarant’anni di età, mentre ci sono altri ventinove milioni di cittadini che andranno in pensione a settant’anni o giù di lì, con trattamenti mediamente da fame. 
Chi sono gli sfigati? I senza casa di proprietà, i senza lavoro fisso, i salariati sottopagati, i pensionisticamente
disperati? Per omogeneità, sono in stragrande maggioranza i nati dopo il 1970. Un cinquantenne, un sessantenne, un settantenne oggi ha, in stragrande maggioranza, un’abitazione propria, un salario decente e indicizzato o una pensione con le stesse caratteristiche, ha goduto o gode di una condizione di lavoro stabile. Chi è nato dopo il 1970 questa condizione non ce l’ha. Se lavora, paga con il proprio incostante e basso salario un prezzo altissimo al welfare degli altri, un welfare che non lo tutela. È la più grande iniquità del nostro paese. Se Monti, che della parola equità ha fatto una bandiera, vuole uscire dall’impegno generico al terreno della concretezza, deve persino smettere di utilizzare l’espressione “i giovani”. Il governo deve prendere quattro impegni con i ventinove milioni di italiani nati dopo il 1970, mezza Italia, quella che potrebbe garantire con la propria energia e capacità innovativa la ripartenza del paese.
Quattro impegni, dicevamo, con i risparmi garantiti dai sacrifici e dalla lotta all’evasione: una politica abitativa che affranchi i figli dalla casa dei padri, perché vivendo sotto tetto e paghetta altrui non si rischia, non si costruisce, non si innova (serve un fondo che abbatta gli interessi del mutuo prima casa almeno per le coppie con figli sotto i cinque anni); una politica salariale che offra, contro l’assunzione del rischio della flessibilità, uno stipendio maggiore (lavoro a contratto, ma prendo più del sessantenne ipergarantito, si agisca per questo sulla leva fiscale); l’approvazione immediata del contratto unico di Ichino; un ulteriore intervento sulla previdenza che leghi i contributi di solidarietà dalle pensioni più ricche a uno scopo preciso che deve essere il riequilibrio dell’importo delle pensioni tra padri attualmente pensionati e figli futuri pensionati, che altrimenti tra una trentina d’anni produrrà un paese di vecchi sotto la soglia di sussistenza. 
Questo vorrebbe dire aver fatto qualcosa “per i giovani”. Per la metà del paese che attualmente boccheggia e non spera più e non crede in una politica da cui ha ricevuto solo parole inutili. Mario Adinolfi

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