martedì 17 gennaio 2012

I cinque misteri del 2012 - Francesco Guerrera su La Stampa

Il sorriso vuoto del grande investitore seduto di fronte a me per discutere del futuro di mercati ed economie nel 2012 fu il segnale che aveva esaurito le risposte. Invece di parole, un bene di cui non era mai stato privo in passato, il fund manager californiano, emise un sospiro lungo e un po’ disperato. «E chi lo sa?» disse, mettendo fine all’intervista. La risposta è «nessuno». Nessuno sa cosa succederà nel mondo del denaro dopo un 2011 di pathos, passione e paura. 
Chi dice di saperlo – gli analisti delle banche e pubblicazioni di mezzo mondo hanno creato una piccola industria delle previsioni che sforna verdetti ogni gennaio – mente. In questo momento di estrema fragilità del tessuto connettivo dell’economia mondiale, non si può far altro che analizzare i temi che domineranno i prossimi dodici mesi. Io ne ho identificati cinque. 
1) L’economia e le elezioni americane Se le presidenziali fossero domani, Barack Obama probabilmente sarebbe sconfitto da Mitt Romney, il papabile candidato repubblicano. Ma le elezioni sono a novembre, e il comportamento dell’economia nei prossimi mesi determinerà l’inquilino della Casa Bianca dopo il 6 novembre. Ci sono segnali incoraggianti per il presidente in carica. La crescita Usa è ricominciata, anche se lentamente, e lo spettro di un «doppio tuffo» nella recessione è ormai lontano. La fiducia di consumatori e imprenditori è in ascesa e i mercati si stanno riprendendo. 
Negli ultimi mesi gli investitori che hanno «comprato» l’America e «venduto» l’Europa hanno fatto parecchi soldi. Ma il numero più importante per Obama e Romney è il tasso di disoccupazione. Se rimane all’8,5% - un livello altissimo per gli Usa – Obama rischia di passare alla storia come un presidente-meteora: un momento la vedi ed un secondo dopo non la vedi più. Ma se l’economia mantiene un passo elevato e la disoccupazione continua a scendere – era più del 10% alla fine del 2009 – Obama ha buone chances. Anzi, il presidente democratico potrebbe addirittura imitare Ronald Reagan, l’eroe di quasi tutti i candidati
repubblicani, che entrò l’anno elettorale 1984 con un tasso di disoccupazione dell’8,4%, ma in calo dall’anno prima, e riuscì a battere Walter Mondale senza problemi.
2) La situazione europea e la stabilità dell’euro Non c’è dubbio che per mercati ed investitori, questa è la preoccupazione più grande. Il disastro totale – la decomposizione della zona euro – sembra per il momento evitato ma gli ostacoli sulla strada del risanamento sono tanti, come dimostrato dalla raffica di «downgrade» sparati da Standard & Poor’s su mezza Europa venerdì. La Grecia rimane instabile, soprattutto perché molte banche e fondi non vogliono sottomettersi alla perdita «volontaria» di metà dei loro investimenti nel debito greco, come proposto dai governi europei. Un «default» totale, che potrebbe costringere la Grecia ad uscire dall’euro, non si può escludere. Come mi ha detto un investitore americano: «In questo momento, i mercati hanno bisogno di un default come di un buco nella testa». 
Ma i veri problemi potrebbero essere altrove nel Mediterraneo. L’Italia e la Spagna dovranno fare sforzi colossali per rimettere in sesto i conti pubblici. Le loro economie, per non parlare di pensionati, impiegati statali e ceti bassi, ne soffriranno molto. Questo potrebbe essere l’anno in cui la coesione sociale europea – uno degli aspetti che gli Stati Uniti più invidiano alla struttura socio-economica del vecchio Continente - potrebbe essere messa a dura prova dalle misure di austerità prese da Roma, Madrid e altri governi. Come sempre, in questi casi, occhio alle banche. Con un’economia più o meno in recessione, debiti pubblici altissimi ed investitori svogliati, l’Europa rimane sull’orlo di una crisi bancaria. La reazione negativa dei mercati all’aumento di capitale di UniCredit non è certo di buon auspicio per altre banche europee. 
3) La Cina e il raffreddamento della sua economia Visti dall’Ovest, i grattacapi di Pechino sono bazzecole. Obama, Merkel e Monti pagherebbero per scambiare la loro situazione con il mandato del Politburo cinese: far sì che un’economia abituata a crescere più del 10% l’anno rallenti un pochino senza creare troppe tensioni sociali e finanziarie. Ma il dibattito sull’«atterraggio morbido» della Cina cela questioni molto più importanti. La crescita economica è fondamentale per mantenere lo status quo politico. 
La «dittatura capitalista» del paese funziona solo se la disoccupazione rimane bassa e lo standard di vita di milioni di persone aumenta inesorabilmente anno dopo anno. Il conseguimento di beni e servizi migliori del passato – da acqua corrente, scuole ed elettricità per le popolazioni rurali ad appartamenti, macchine e borse di Louis Vuitton per l’élite urbana – tiene sotto controllo le enormi tensioni politiche ed economiche che covano ai piedi del Dragone cinese. Il problema per il governo di Pechino è che non è padrone del proprio destino a causa della dipendenza economica dalle esportazioni in Europa e Usa. Contro la globalizzazione non c’è muraglia che tenga: la Cina sta esportando meno e importando le magagne economiche dei suoi partner commerciali. 
4) Wall Street e i bonus dei banchieri Considerando la situazione della «gente normale» – in bilico tra la padella della disoccupazione e la brace dell’austerità fiscale – il crollo nella paga dei banchieri non dovrebbe preoccupare nessuno. Ed è vero che i signori (e le poche signore) nei gessati blu possono senz’altro vivere con mezzo milione di dollari l’anno invece di tre milioni. La casa a St-Tropez magari dovrà essere venduta ma per il resto… L’effetto strutturale di questi cambiamenti, però, va analizzato con cura. Con le banche americane ed europee alle corde, più di 300.000 persone perderanno il posto di lavoro a Wall Street, la City, Piazza Affari e le altre città della finanza mondiale. Con nuove leggi, utili in calo ed azionisti in stato d’allerta, sembra difficile che le banche riassumano questi impiegati a breve termine. Il risultato: un’industria finanziaria più piccola e meno importante nel contesto economico. 
Per chi le critica, il ridimensionamento delle banche sarà cosa buona, soprattutto perché il settore finanziario è cresciuto in maniera esponenziale nel dopoguerra. Ed è giusto chiedersi se il settore bancario non fosse diventato «troppo» importante per l’economia mondiale visto che non produce nulla ma trasforma denaro in altro denaro, con rischi che ormai sappiamo altissimi. Ma prima di festeggiare il funerale delle banche, vale la pena valutare che la loro funzione primaria – prendere soldi dai risparmiatori e prestarli ad aziende e consumatori – è fondamentale per la crescita economia. Un’industra finanziaria più piccola è forse auspicabile ma non senza costi. 
5) I mercati Questa è semplice. Predire quello che faranno i mercati è un mestiere ingrato, soprattutto in questo frangente in cui l’impossibile – la distruzione dell’euro, il crollo della Cina, il fallimento di una banca europea - potrebbe diventare realtà in qualsiasi momento. Il californiano aveva ragione. Meglio sapere cosa non si sa. Francesco Guerrera è il caporedattore finanziario per il Wall Street Journal a New York

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