giovedì 26 gennaio 2012

I gattopardi del post-leghismo - Gad Lerner su Repubblica

Nell'epoca post-leghista che ormai si annuncia, il disfacimento territoriale italiano va producendosi in ondate secessioniste ancor più insidiose, provenienti dal Sud anziché dal Nord. La storia della penisola ci ammonisce: un separatismo non vale l'altro.
Siamo ben lungi dai Vespri siciliani. Nel Mezzogiorno assistiamo alla frantumazione del centrodestra ad opera di leader che s'improvvisano leghisti per mantenere il controllo sui loro feudi insidiati, dove gli affari s'intrecciano all'ombra della criminalità organizzata e la protesta ha ben poco di spontaneo.
Oggi la fantasia disperata della Trinacria indipendente rischia di lacerare l'unità del Paese più ancora della stessa invenzione-Padania. La propagazione rapidissima, oltre lo stretto di Messina, lungo le arterie fragili della logistica autostradale, di movimenti dalle denominazioni minacciose come "Forza d'urto" o, peggio, i "Forconi", rivela un disegno di contropotere finalizzato a strumentalizzare il disagio sociale. Con ben altri padrini che non i soli leader dei mini-sindacati corporativi. Lasciamo Beppe Grillo a preconizzare un'imminente rivoluzione meridionale. Sono fantasie nostalgiche, al pari della pubblicistica neoborbonica che pure ha riscosso un certo successo nel monumentalizzare il brigantaggio antirisorgimentale, contrapposto alle celebrazioni del centocinquantenario. Con il plauso di troppi rais locali.
Quando un politico come Gianfranco Miccichè, più dellutriano che berlusconiano, con le sue brave relazioni bancarie al Nord, proclama che «l'obiettivo ultimo è l'indipendenza», siamo al camuffamento spudorato. Se poi Miccichè aggiunge che in Sicilia sarebbe in atto «una vera e propria rivoluzione», cerchiamo di capire
l'antifona. L'aspirante capopopolo brandisce il protoleghismo nel tentativo di detronizzare il suo rivale governatore Raffaele Lombardo.
Questi intrecci spregiudicati fra il Nord e il Sud peggiori, in nome del localismo eretto a ideologia, cementano relazioni che travalicano la convenienza politica. La protesta dei camionisti scaturisce, certo, dalle indubbie sofferenze economiche dei padroncini. Ma anch'essi erano inseriti in un sistema di protezione clientelare, reso pericolante dalla caduta del governo Berlusconi, dotato di emissari in Parlamento, nel Ministero delle Infrastrutture e nell'alta finanza. Oggi uomini potenti come Paolo Uggè (ex sottosegretario) e il banchiere Fabrizio Palenzona (che nei giorni scorsi polemizzava con Confindustria su "Il Giornale" firmandosi come "Presidente d'onore Federazione Autotrasportatori Italiani") non garantiscono più gli equilibri del passato.
Ma Giuseppe Richichi, leader dei camionisti siciliani scatenato nella rivolta dei Forconi, resta una loro vecchia conoscenza. Sono personaggi che non viaggiano in Tir, ma frequentano il business degli interporti senza fare troppa differenza fra il Nord e il Sud. Del resto non c'è un volto nuovo alla testa della presunta rivoluzione siciliana, di cui l'ex socialista Martino Morsello, autodefinitosi «un guerriero», esalta la capacità di riunire i centri sociali e l'estrema destra di Forza Nuova. Difatti la sua ala dialogante è capeggiata da Mariano Ferro, fino a ieri sodale di Lombardo.
Litigando e infilzandosi l'un l'altro con i Forconi, a simili personaggi non par vero di buttarsi a riempire il vuoto di potere della politica, dopo che è saltata la loro precedente connessione all'establishment. Ci sarebbe da sorriderne, non fosse per il drammatico, esplosivo malessere sociale in cui si consuma la disfida. E non fosse per il precedente che incoraggia le loro ambizioni rivoluzionarie: se minacciando la secessione i leghisti del Nord hanno conseguito per oltre un decennio posizioni-chiave nel governo di Roma, perché in futuro non dovrebbe toccare pure a loro? Così il contagio post-leghista accelera la frantumazione della classe dirigente di centrodestra in tutto il Mezzogiorno: nessuno crede più nel disegno di un partito conservatore strutturato su scala nazionale.
Dopo Berlusconi liberi tutti, anche di cavalcare il disagio della povera gente sventolando le bandiere del separatismo. I potentati locali di stampo mafioso, naturalmente, soffiano sul fuoco e ringraziano. Sapranno trarne vantaggio. Suona beffardo che il post-leghismo abbia voluto richiamarsi alla primavera araba. La figura sociale protagonista di quella rivoluzione sono stati i giovani, capaci di prendere in mano il loro destino contro una gerontocrazia dominante. Qui invece si vedono troppi Gattopardi spelacchiati.

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