lunedì 23 gennaio 2012

I nostri benefici imprigionati nella rete delle lobby - Eugenio Scalfari su Repubblica

Il decreto "salva Italia", ormai diventato legge, suscitò molte critiche, soprattutto a causa della riforma delle pensioni che creava sofferenza ma aboliva anche diseguaglianze notevoli tra quanti godevano ancora del privilegio del sistema retributivo e quanti (i più giovani) erano già passati al sistema contributivo. Ma l'opposizione alla grandinata di tasse, necessaria per evitare lo sfascio dei conti pubblici, non è paragonabile all'ondata di recriminazioni, contestazioni, scioperi, blocchi stradali, riserve da parte delle forze politiche (del Pdl soprattutto), manifestazioni di "indignati". Scioperano i tassisti, i camionisti, i pescatori siciliani, i farmacisti, i benzinai, gli avvocati; in Sicilia la protesta ha paralizzato l'isola intera ed ha inalberato addirittura la bandiera separatista della Trinacria. Solo adesso si intravede qualche segnale di resipiscenza.
Era prevedibile, il nostro è il Paese corporativo per eccellenza, tutti i tentativi di introdurre qualche modesta liberalizzazione sono puntualmente falliti contro la muraglia delle lobbies. Ma questa volta è diverso, non a caso Monti è stato per anni commissario alla concorrenza nella Commissione di Bruxelles, dove ha ingaggiato memorabili battaglie contro il potere monopolistico di alcune potenti multinazionali. Il decreto varato l'altro ieri ha uno spessore politico che va molto al di là dei singoli provvedimenti, configura una politica economica che ha come obiettivo la crescita dell'economia, della produttività, dell'iniziativa individuale e lo smantellamento delle clientele lobbistiche. Un programma di lunga lena di cui il decreto rappresenta solo il primo passo al quale altri seguiranno come lo stesso Monti ha preannunciato.
I beneficiari saranno i consumatori, le famiglie, i giovani e la crescita nel suo complesso perché gli effetti della concorrenza premiano il merito e accrescono la competitività del sistema. Ma le resistenze saranno fortissime.
La modernizzazione di un paese appesantito da mali antichi e dall'incombenza di poteri forti - concentrati o
diffusi che siano - è impresa necessaria ma difficilissima. Se i partiti fossero forti e moderni sarebbe spettato a loro realizzare un obiettivo così ambizioso. Invece è toccato a un governo strano, come lo ha battezzato lo stesso Monti, che ha il vantaggio di non doversi cimentare con le elezioni politiche e l'handicap d'essere appoggiato da una maggioranza parlamentare altrettanto strana, tenuta insieme dall'emergenza e dall'attiva presenza del presidente della Repubblica che sta esercitando un ruolo essenziale pur restando rigorosamente nell'ambito delle prerogative che la Costituzione gli riconosce.
Se si dovesse definire con una parola la natura di questo governo, la più sbagliata sarebbe quella finora più usata di governo tecnico. Non significa nulla l'etichetta di tecnico. Questo è un governo riformista e innovatore e proprio per questo più vicino al centro e al centrosinistra, sebbene sia il centro sia il centrosinistra siano riformisti e innovatori solo parzialmente. Quanto al centrodestra, avrebbe voluto esserlo a parole, ma non lo è stato affatto perché il populismo ha soffocato e stravolto il liberismo liberale che fu all'inizio la sua bandiera.
La crisi dei partiti ha fatto il resto. Per avviare un percorso nuovo essi hanno poco tempo a disposizione: undici mesi, perché a gennaio 2013 comincerà la campagna elettorale ed anche il semestre bianco che limita i poteri d'iniziativa del Quirinale. Undici mesi, nel corso dei quali dovrebbero dar prova d'una rinnovata capacità d'azione varando una nuova legge elettorale e le riforme istituzionali che riguardano il nuovo ruolo del Senato e la diminuzione del numero dei parlamentari. Riusciranno ad adempiere questi compiti?
Giorgio Napolitano ha incontrato nei giorni scorsi i loro rappresentanti nel tentativo di mobilitarli su questo programma riformatore che è di loro stretta competenza ma, a quanto risulta, sia la riforma del Senato sia lo snellimento del numero dei parlamentari trovano ostacoli pressoché insormontabili. Maggiori spiragli si sono manifestati per quanto riguarda la riforma della legge elettorale, anche se non sarà facile comporre le divergenze esistenti tra il centro che punta al sistema proporzionale e i due partiti maggiori che preferiscono mantenere il criterio maggioritario. Il compromesso si potrebbe trovare sulla linea del sistema elettorale tedesco: una soglia del 5 per cento per evitare la frammentazione dei partiti e un doppio sistema di voto affidato per una parte a collegi uninominali e per un'altra parte a liste con sistema proporzionale. L'ideale sarebbe accrescere la quota riservata ai collegi uninominali rispetto alle liste votate col criterio proporzionale. Forse su questo progetto si potrà trovare l'accordo e sarebbe un passo avanti, ma del tutto insufficiente a riannodare il rapporto tra i partiti e il consenso popolare.
Questo rapporto è ormai del tutto inesistente perché i partiti hanno perso da molti anni il loro ruolo di indirizzo e di visione del bene comune da usare come raccordo tra il popolo e le istituzioni. Il nodo da sciogliere è quello che presuppone però il ritiro dei partiti dalle istituzioni. Fu il più importante obiettivo di Enrico Berlinguer quello di porre fine all'occupazione delle istituzioni da parte dei partiti e il ritorno alla lettera della Costituzione per quanto riguarda la formazione dei governi e la scelta del presidente del Consiglio che la nostra Carta riserva al capo dello Stato. Ma recuperare il ruolo proprio dei partiti non basta perché le istituzioni sono anche occupate da un'oligarchia annidata nel Consiglio di Stato. Esso accoppia una preziosa funzione giurisdizionale con l'improvvida prassi di fornire ai governi lo stuolo dei capi di gabinetto e dei dirigenti degli uffici legali ministeriali, realizzando in tal modo un gigantesco conflitto di interessi dove i controllori appartengono allo stesso organismo dei controllati col risultato di un gretto conservatorismo e di molteplici benefici clientelari. Neppure l'attuale governo è sfuggito a questa malformazione nella sfera dei sottosegretari e dei capi di gabinetto, mentre ha evitato l'occupazione da parte dei partiti.
Queste sono le vere innovazioni all'insegna del buon governo. Quello di Monti, per come è stato nominato dal capo dello Stato, sta dando dimostrazione di una nuova qualità che dovrà essere preservata anche in futuro e dalla quale deriva un rafforzamento dell'autonomia del Parlamento rispetto ad un potere esecutivo di carattere istituzionale. Preservare ed anzi rafforzare la separazione dei poteri: questo è l'obiettivo da perseguire ed è da esso che deriva anche il recupero di dignità dei partiti e il loro insostituibile ruolo. L'antipolitica e il qualunquismo dilagante si combattono soltanto così.
Nel frattempo e nonostante il brutale declassamento che l'agenzia di rating Standard & Poor's ha effettuato all'intera Eurolandia, i mercati sono orientati da qualche giorno in positivo: le Borse sono in rialzo, i titoli bancari anche, lo spread rispetto ai Bund della Germania è in calo e così pure i rendimenti, soprattutto quelli dei titoli pubblici a breve e media durata. Questi andamenti favorevoli hanno coinciso con i messaggi negativi delle agenzie di rating, con le previsioni sull'aggravarsi del ciclo e con il persistere della politica rigorista del governo tedesco. Come si spiega questa contraddizione tra le previsioni pessimistiche di alcuni dati e il comportamento ottimistico dei mercati? Vari elementi hanno contribuito al capovolgimento delle aspettative. Elenchiamone alcuni: il miglioramento della domanda interna e la creazione di nuovi posti di lavoro negli Stati Uniti, la fondata previsione d'un accordo sul debito greco tra il governo di Atene e le banche europee interessate, la straordinaria "performance" del governo Monti e soprattutto la politica monetaria della Bce.
Erano state fatte molte riserve critiche sugli interventi di Draghi in materia di liquidità. Si era ironizzato sul quel bazooka dei prestiti triennali di volume illimitato al tasso dell'1 per cento, che si era trasformato (così sembrava) in un boomerang, visto che le banche europee avevano prelevato 500 miliardi dallo sportello della Bce e li avevano quasi tutti ridepositati nella stessa Bce. Bazooka potenziale, boomerang effettivo, questo era il giudizio. Abbiamo più volte affrontato questo tema spiegandone le caratteristiche e l'ovvia gradualità della messa in atto. Ora se ne cominciano a vedere i risultati: la Bce ha accresciuto i suoi interventi sui mercati "secondari" dei titoli pubblici, le banche hanno ricominciato a frequentare le aste dei debiti sovrani, si sta rianimando il flusso del mercato interbancario, si sta anche rianimando il flusso dei prestiti alla clientela sebbene la richiesta di tali prestiti sia ancora piuttosto esile a causa della stagnante domanda interna.
Le prime vere somme sull'esito di questa operazione le avremo dalle prossime aste europee di febbraio e marzo. Al secondo sportello che la Bce aprirà in febbraio per i prestiti triennali, le prenotazioni delle banche europee sono raddoppiate rispetto a quelle dello scorso dicembre. Questo è il modo con cui la Bce sta perseguendo il risultato di garantire indirettamente i debiti sovrani europei e questa è anche la ragione per cui Monti non insiste - per ora - sul ruolo della Banca centrale e sulla creazione degli eurobond. La Germania sa che l'approdo dovrà esser questo ma per ora lo esclude perché la Merkel non vuole mettersi in rotta con la sua opinione pubblica in vista delle elezioni politiche. Monti sta al gioco. L'uno e l'altra fanno affidamento sul bazooka di Draghi.
C'è un'ultima questione della quale è bene far memoria al nostro governo. Abbiamo già detto dello spessore politico delle liberalizzazioni, ma il loro effetto sull'economia si avrà dopo un certo tempo. Il rilancio della domanda interna e la creazione di nuovi posti di lavoro sono però obiettivi che richiedono interventi immediati. Un primo effetto si è già avuto per merito dei ministri Passera e Barca: lo smobilizzo di 5,5 miliardi per la realizzazione di opere pubbliche, dalla linea C della metropolitana di Roma alla ferrovia Napoli-Bari-Lecce-Taranto, a quella Salerno-Reggio Calabria, a quella Potenza-Foggia. Oltre a questi lavori sono stati stanziati 680 milioni contro le frane di fango e 550 per l'edilizia scolastica. Ottime iniziative, ma insufficienti. Ci vuole ora con la massima urgenza una robusta esenzione fiscale a favore dei redditi medio-bassi, destinando a copertura le somme che saranno ricavate dalla spending review che dovrebbe esser pronta a marzo.
Nella settimana che inizia domani si aprirà il negoziato sul lavoro, il nuovo contratto di apprendistato e la nuova scala di ammortizzatori sociali. L'articolo 18 per ora resterà come è. Berlusconi l'altro ieri ha detto che questo governo non ha dato alcun frutto e che forse gli italiani stanno pensando di richiamare lui in servizio. Era una battuta, lo si è capito dal tono scherzoso, ma i giornali di famiglia, e non soltanto loro, l'hanno presa sul serio. Peccato, perché come battuta fa ridere ma se non lo fosse stimolerebbe serie riflessioni sullo stato mentale del suo autore.

Nessun commento: