lunedì 16 gennaio 2012

Lavoro, il Pd non si farà male - Mariantonietta Colimberti su Europa

Su uno dei temi più importanti per un partito riformista di centrosinistra, quello del lavoro, il Pd ha deciso di non farsi male e alla fine ci è probabilmente riuscito. È questa l’impressione che si ricava dall’epilogo di giovedì sera, a conclusione di un ampio confronto interno che oggi nessuno vuole enfatizzare. Il fatto è che, come ha detto Pier Luigi Bersani ieri prima dell’incontro con Mario Monti, «le ammaccature della nostra gente le prendiamo...ma capiamo di più che c’è anche un grande tema sociale». Dunque, dopo il duro decreto salva-Italia e mentre la trattativa fra governo e sindacati sta per entrare nel vivo, il Pd ha scelto la strada ritenuta più ragionevole e adatta al momento: elaborare una piattaforma di massima che fissasse principi largamente condivisibili, da considerare un «contributo» e da non sovrapporre alle proposte dei sindacati, peraltro presenti nel forum dem. L’insoddisfazione esplicitata di Pietro Ichino e quella mediaticamente meno visibile di Salvatore Vassallo e Achille Passoni hanno avuto come oggetto principale la natura del contratto di ingresso: nella formulazione del documento Fassina esso ha una durata da sei mesi a tre anni, periodo nel quale il lavoratore può essere licenziato con indennizzo e nel quale non è garantito dall’articolo 18, applicabile ai contratti a tempo indeterminato. Per Passoni questo equivale a «istituzionalizzare un contratto precario», mentre Ichino preferirebbe un contratto a tempo indeterminato da subito, al quale applicare non l’attuale articolo 18, bensì una garanzia contro i licenziamenti discriminatori e una protezione ispirata al modello danese per quelli per motivi economici. Sull’articolo 18, però, non sembra proprio che la maggioranza del Pd sia disposta a farsi trascinare in situazioni problematiche. Ieri il vicesegretario Enrico Letta, notoriamente “liberal” e anti-ideologico, interpellato sulla ipotizzata modifica contenuta nella bozza circolata in questi giorni, ha risposto netto: «Bisogna cambiare gli ammortizzatori sociali, questa è la cosa fondamentale. L’ammortizzatore sociale deve essere lo zaino del lavoratore, non lo strumento per la ristrutturazione dell’impresa. Qualunque ragionamento sull’articolo 18 prima della riforma degli ammortizzatori sociali è sbagliato». Una questione di metodo e di tempi, dunque, se non completamente di merito. Sul punto, nel Pd
ci sono sicuramente sensibilità diverse, ma i dem non intendono interferire nella trattativa tra governo e parti sociali, tanto meno in una fase di ritrovata unità sindacale, sancita ieri nell’incontro tra Raffaele Bonanni, Susanna Camusso e Luigi Angeletti. I tre segretari generali si sono detti «pronti» a trovare proposte comuni con il governo, avvertendo però che se si farà «un totem» dell’articolo 18, si rischierà il «black out» dei rapporti con l’esecutivo. «Spetterà alle confederazioni decidere fin dove spingersi – si ragiona al Nazareno – il governo scoprirà le sue carte... abbiamo le nostre idee, si ragionerà sul concreto». In questo quadro, è probabile che il tema del lavoro non venga riproposto nell’assemblea nazionale che si aprirà a Roma venerdì prossimo con la giornata dedicata all’Europa (mentre sabato 21 sarà la volta dell’Italia). E ieri sono proseguiti gli incontri di Elsa Fornero: si è detto favorevole a una revisione dell’articolo 18 Marco Venturi, presidente di turno di ReteImpreseItalia; mentre le Acli hanno proposto un contratto prevalente a tempo indeterminato per i neoassunti, con i primi tre anni in cui è possibile la risoluzione del rapporto di lavoro.

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