venerdì 20 gennaio 2012

Le nostalgie fuori luogo - Angelo Panebianco su Corriere della Sera

Adesso che la sentenza della Corte costituzionale ha aperto un’autostrada di fronte a coloro che sono interessati a chiudere la stagione maggioritaria iniziata nei primi anni Novanta e a reintrodurre la proporzionale comunque camuffata, diventa tempo di bilanci. Che cosa resta di positivo di quella stagione? Due cose. La legge sulla elezione diretta dei sindaci. E il fatto che gli italiani, sia pure per poco, hanno potuto sperimentare ciò che non avevano mai conosciuto ai tempi della Prima Repubblica e che è la regola in altre democrazie: primi ministri e governi scelti tramite un confronto elettorale aperto fra forze politiche contrapposte anziché tramite giochi parlamentari post-elettorali.
Il sistema non ha funzionato bene? Forse, ma occorre tempo (a volte, qualche generazione) perché le innovazioni vengano davvero assimilate, diventino parte della tradizione politica di un Paese e possano dare il meglio di sé. Non si è concesso alla rivoluzione maggioritaria il tempo necessario perché fosse assimilata. Soprattutto, non si è verificato ciò che i riformatori degli anni Novanta speravano: non c’è stato l’effetto- trascinamento allora auspicato. Non sono seguite (tranne nel caso dei governi locali) quelle trasformazioni istituzionali che avrebbero dovuto accompagnare il cambiamento della legge elettorale: non sono stati toccati i rapporti fra presidenza della Repubblica, governo e Parlamento, e i rispettivi poteri. Abbiamo così accoppiato—provocando gravi disfunzioni — una legge maggioritaria (che carica di una fortissima legittimazione, e di pari aspettative, i governi così eletti) a relazioni fra le suddette tre istituzioni rimaste invariate, più adatte all’epoca precedente, quando i governi, nati da accordi parlamentari, avevano legittimazione debole e precaria.
Ma, si dice, il vero difetto stava nel fatto che con il maggioritario si formavano coalizioni eterogenee e rissose, con grave danno per la governabilità. Approfondiamo questo aspetto. In tutte le democrazie difficili
(come è stata e continuerà ad essere la nostra) esistono molti estremisti, persone alla perenne ricerca di una leva per «rovesciare il tavolo ». Ne consegue che nelle democrazie difficili sarà sempre molto nutrito il numero di rappresentanti parlamentari degli estremisti. Che cosa deve farci la democrazia con questi rappresentanti? Nella logica maggioritaria li include, in quella proporzionale li esclude. I proporzionalisti propongono di tornare a un sistema nel quale i rappresentanti degli estremisti siano esclusi dalle combinazioni di governo. La proporzionale, a differenza del maggioritario, lo consente.
A prima vista, sembra ragionevole. Ma c’è un problema. Poiché gli estremisti sono tanti, ne consegue che i partiti moderati non disporranno mai dei numeri necessari per alternarsi al governo, per formare coalizioni elettorali in grado di conquistare la maggioranza dei seggi. Risultato: l’esclusione permanente dei partiti estremisti determina l’impossibilità di alternanze per vie elettorali. Sbarrata quella possibilità, non resta che la formazione dei governi tramite accordi parlamentari tra partiti moderati.
In concreto, significa che qualche partito sarà al governo sempre, quali che siano i risultati delle elezioni, nonché le sue performance governative. E significa che i governi che si formano (attraverso un gioco di inclusioni ed esclusioni dell’una o l’altra frazione moderata) saranno governi a debole legittimazione, privi di quel valore aggiunto che dà a un premier e al suo governo la vittoria elettorale. Inoltre, poiché la punizione degli elettori può essere elusa, i governi avranno vita breve (non ci saranno mai governi di legislatura), continuamente destabilizzati dalle ambizioni personali di questo o quel politico, o gruppo, provvisoriamente escluso dal governo. Così è stato nella Quarta Repubblica francese (1946-1958). Così è stato in Italia (dopo i governi della ricostruzione) fino al 1993. Così è sempre nelle democrazie difficili, gravate da un eccesso di estremisti.
Oltre a una perenne debolezza e instabilità degli esecutivi, con la proporzionale c’è l’inconveniente che i partiti estremisti, sciolti dai vincoli delle coalizioni di governo, dispongono della libertà di manovra necessaria per mietere buoni raccolti elettorali.
Invece, nella logica maggioritaria applicata alle democrazie difficili, gli estremisti vengono inclusi. La ratio è: fanno meno danni se sono dentro. Nelle coalizioni che la logica maggioritaria impone, i partiti estremisti possono essere controllati e, entro certi limiti, responsabilizzati. E non dispongono di sufficiente spazio di manovra per strappare troppi consensi ai moderati. Si può anche sperare che col tempo i bollori si spengano, che molta più gente, grazie al fatto che gli estremisti non sono troppo liberi di spararle grosse, si stanchi di loro scoprendo le virtù della moderazione. Non è sicuro che accada. Ma, almeno, in regime di maggioritario, una speranza c’è. Con la proporzionale, invece, tale possibilità è esclusa. Si tratta di un perfetto brodo di coltura per estremisti liberi dalle costrizioni del governo, l’ambiente più adatto per fare crescere opposizioni irresponsabili.
Ai tempi della proporzionale, esistevano in Italia grandi partiti con un forte insediamento sociale. A differenza di altri, chi scrive non ne è mai stato un estimatore. Resta che quei partiti assicuravano una certa coesione sociale. Come si potrebbe evitare, con il ritorno alla proporzionale, un effetto marmellata, una condizione permanente di confusione e di precarietà, posto che quei partiti radicati di un tempo non sono più ricostituibili? Il futuro sarebbe scritto: instabilità, governi deboli e precari, ampi spazi per opposizioni irresponsabili. Varrà la pena di pensarci se e quando (come sembrano indicare i propositi che la politica sta manifestando) si metterà mano alla riforma elettorale.

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