giovedì 19 gennaio 2012

L'Europa non è un panopticon - Barbara Spinelli su Repubblica

Barbara Spinelli
Non è del tutto chiaro come mai Monti, che tanto ha insistito sullo sguardo lungo e l'Europa, abbia deciso di frenare lo scatto iniziale. Per dire d'un tratto ai tedeschi, in un'intervista alla Welt dell'11 gennaio: "Gli Stati Uniti d'Europa non li avremo mai. Non foss'altro perché non ne abbiamo bisogno".
Forse è la prudenza a produrre un'affermazione così perentoria, che chiude orizzonti possibili. La battaglia contro gli egoismi di Berlino reclama compromessi. Forse è quella deferenza che lui stesso aveva stigmatizzato, il 26 giugno sul Financial Times: una sorta di virus che affligge i capi europei quando si compiacciono di sé per custodire apparenti sovranità.
Nell'immediato e a casa i governi ne profittano - il potere degli esecutivi aumenta - ma in Europa quel che accampano è un diritto all'impotenza. O forse Monti non è un federalista, cosa senz'altro legittima se al diniego non aggiungesse la glossa un po' stupefacente: della federazione "non c'è bisogno".
Non ce n'è bisogno, spiega, perché l'utopia di Ventotene è già realizzata, grazie alla sussidiarietà (quel che gli Stati non sanno fare da soli è delegato all'Unione sovranazionale, e viceversa). La sussidiarietà tuttavia dà risultati negli Stati compiutamente federali, non nell'Europa di oggi: se uno Stato affida incarichi a un'Unione senza statualità e di continuo paralizzata da 27 governi con diritto di veto, quando mai l'impresa funzionerà?
Monti dice che il rimedio già c'è, ma nega la necessità dei mezzi per renderlo operante. Giunge addirittura ad annunciare che non ci saranno mai: per un Premier che nell'Unione è tra i più europeisti, e col coraggio dell'impolitico sta reinventando la politica, presumere con certezza un futuro ignoto è scommessa quantomeno azzardata.
Quel che è stupefacente, è l'ora storica in cui il federalismo viene sconfessato. I tempi bui sono sempre momenti di verità, e la verità la vediamo: l'alternativa alla federazione è una confederazione, che esclude un
governo politico europeo, che dà il primato a finti Stati sovrani - limitandosi a migliorare coordinamento e reciproca sorveglianza - e che sta franando penosamente.
La sorveglianza fa dell'Europa un panopticon, un Controllore: non prelude a un'azione comune, e di conseguenza non presuppone nuove competenze attive, non solo ispettive, degli organi sovranazionali (Commissione, Parlamento europeo). Non implica neppure la tutela delle democrazie: la prevalenza della concertazione economica, in nome dell'euro, aiuta paradossalmente gli autoritarismi - quello di Berlusconi ieri, quello ungherese oggi - a sopravvivere. Non così prima dell'euro: le terribili crisi dei cambi sempre provocavano cadute di governi. Non vorremmo che l'euro divenisse il garante di una Europa fondata sul doppio sacrificio del welfare e della democrazia.
Ernesto Rossi scriveva sin dal '52: "Federazione è l'arrosto; Confederazione è soltanto il fumo dell'arrosto. Coloro che dicono di volere un'unione confederale, in verità non vogliono niente; vogliono lasciare le cose come stanno, perché non sono disposti ad accettare alcuna limitazione delle sovranità nazionali". Il nome che Monti dà alla confederazione, denunciando il duopolio franco-tedesco, è "un'Europa dai molti centri (tra cui l'Italia)". L'arrosto ancora non c'è. C'è il fumo che avvolge i brancolanti superstiti degli Stati-nazione, consegnandoli alle furie dei mercati.
La tesi di Monti è la seguente: alcune economie europee vacillano, ma non l'euro. Basta dunque che ci si coordini meglio, e la solidarietà verrà. In parte il ragionamento tiene: oppressi dalla crisi, gli europei hanno sempre finito col fare qualche progresso, tanto grande in tutti è la paura dello sfascio. Quel che tiene di meno è l'analisi della crisi: venendo dagli Usa, essa "non è in alcun modo legata a un difetto del modello europeo (...) In Europa questa crisi non sarebbe mai potuta succedere. L'Europa è virtualmente in ottima posizione".
Anche qui, la sicurezza è tanta. Sia l'Europa sia l'euro sono nati con imperfezioni gravi. La Banca custode della moneta è federale, ma ha le mani spesso legate (Monti l'ha detto a chiare lettere, ieri sul Financial Times). Le manca il rapporto dialettico con un governo egualmente sovranazionale, che le consenta di divenire prestatore di ultima istanza, come negli Usa, condividendo i rischi con il potere politico.
Questi non sono piccoli, ma grandissimi difetti di costruzione. Lo pensarono coloro che sin dall'inizio ammonirono contro l'"euro senza Stato". Lo afferma un rapporto sulla moneta unica, appena pubblicato per il Peterson Institute for International Economics: "Crediamo che la crisi europea sia politica, e in larga misura di presentazione", scrivono Fred Bergsten e Jacob Funk Kirkegaard. I due economisti americani appoggiano l'euro e l'unione fiscale decisa il 9 dicembre, ma aggiungono: "Fin dalla sua creazione negli anni '90, quel che è mancato nella moneta unica sono le istituzioni cruciali per assicurare il ripristino della stabilità finanziaria in tempi di incertezza acuta e di volatilità del mercato. Per questo il compito dei leader dell'eurozona va ben oltre i salvataggi (...) Essi devono riscrivere le regole dell'eurozona e completare una casa fatta solo a metà. Devono combinare misure finanziarie creative, per risolvere la crisi immediata, con un'ondata di nuove istituzioni".
Il federalismo non è subito attuabile, ma come orizzonte resta: "La maggiore sfida consiste nell'usare l'opportunità politica offerta dalla crisi per creare le basilari istituzioni (comuni), e completare nel lungo termine la casa lasciata a metà". Questo comporta, per Bergsten e Kirkegaard (anche per i federalisti europei), "revisioni aggiuntive e sostanziali dei trattati e delle istituzioni". L'Europa va ripensata sapendo che la via multicentrica-confederale non funziona. Quale via davvero alternativa tentare, se non quella federale?
Se il difetto di costruzione è l'euro senza Stato, lo stesso vale per le misure di rigore nazionali: anch'esse difettose, perché non compensate da un'Europa politica che generi crescita comune quando gli Stati non possono farlo. Domenica, su La Stampa, Enzo Bianchi ha detto una cosa illuminante: "Mi chiedo se uno dei motivi della progressiva disaffezione verso l'Europa non abbia anche a che fare con il fatto che non paghiamo direttamente alcuna tassa per il fatto di essere cittadini europei: cosa ho a che fare con quest'entità superiore che non ha una cassa comune alla quale io contribuisco? Si è infatti disposti a pagare di tasca propria solo per una realtà che ci supera ma che sentiamo nostra". Pagare un po' meno tasse agli Stati e un po' più tasse all'Europa, perché essa abbia un bilancio forte e investa in una crescita diversa (energie alternative, ricerca, trasporti, difesa, politiche mediterranee indipendenti dagli Usa). Questo è spendere meno e meglio, e dare una prospettiva al nostro mondo divenuto angosciosamente bidimensionale.
Molti ritengono che l'Europa federale abbia perso senso, ora che non è più questione di pace e guerra. Ma non meno drammatiche sono le crisi d'oggi: il welfare rattrappito, l'ineguaglianza, la miseria (dalla primavera scorsa negli ospedali greci mancano medicine). Per chi suona la campana della solidarietà, degli eurobond, dei debiti sovrani smorzati in comune, se non per noi che paghiamo il prezzo dell'Europa incompiuta? Non rischiamo più guerre fra Stati, ma il movente degli anni '40 rimane.
L'Europa non si edifica per creare il Bene (l'Identità e la Prosperità, secondo Monti): del Bene ognuno ha una sua idea, personale o identitaria. L'Europa serve per scongiurare insieme le sciagure: ieri la guerra, oggi la contrazione economica, la povertà, il clima, le possibili guerre civili. Compito nostro è evitare che naufraghi come la nave Concordia, con tutti i comandanti che fuggono per salvare solo se stessi, alla maniera del capitano Schettino, dopo aver condotto il bastimento alla rovina.

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