venerdì 13 gennaio 2012

Lo stato paghi così i suoi debiti - Linda Lanzillotta su Europa

Nella discussione in corso nel governo e tra le forze politiche e sociali sull’imminente pacchetto per la crescita, non mi pare sia stata posta con la necessaria drammaticità la questione dei debiti delle pubbliche amministrazioni verso le imprese. È invece un punto che deve divenire il primo dell’agenda perché esso ha ormai assunto implicazioni decisive dal punto di vista economico, della tenuta del tessuto produttivo e dell’occupazione; ma anche perché il fenomeno sta intaccando la vita di migliaia di imprenditori e delle loro famiglie fino a portarli alla disperazione e al suicidio. È questione economica ma ancor prima sociale ed umana: non si può rimanere indifferenti. La politica ha l’obbligo, anche morale, di affrontare e risolvere una questione che ormai pervade l’intera società italiana. I termini sono noti: lo stato, ma soprattutto regioni ed enti locali hanno accumulato circa 80 miliardi di debiti verso fornitori di beni e di servizi. 
Le restrizioni di cassa determinate dai vincoli del Patto di stabilità, europeo e interno, hanno indotto le amministrazioni di ogni livello a rinviare i pagamenti verso le imprese fornitrici e, di volta in volta, anche in presenza di liquidità, la priorità è stata data al pagamento dei dipendenti o dei servizi necessari al funzionamento delle amministrazioni stesse . I ritardi si sono progressivamente dilatati fino ad arrivare in alcuni casi a tre anni o quattro anni. In una prima fase le imprese hanno fatto fronte ricorrendo alle banche. Ma i rubinetti si sono chiusi ormai inesorabilmente a causa delle restrizioni del credito e i filtri di accesso al credito imposti da Basilea 3. 
Conclusione: si sta innestando una perversa reazione a catena che scarica sul sistema produttivo la crisi finanziaria dello stato mandando prima nelle mani degli usurai e poi al fallimento migliaia di piccole e medie imprese: le cronache delle ultime settimane ci hanno dato conto di episodi particolarmente eclatanti ma si tratta di drammi che nella maggior parte dei casi si consumano nell’ombra e nel silenzio. E con le imprese vengono travolti migliaia di posti di lavoro. Uno dei motivi che rende ancor più difficile la soluzione del
problema è che per uno di quei paradossi che il cittadino normale non riesce a comprendere e che aumenta la percezione dell’Europa come un sistema ostile e lontano dalla realtà questi debiti delle pubbliche amministrazioni in base ai criteri della contabilità pubblica europea (Sec 95) non sono considerati debito pubblico.
Dunque 80 miliardi corrispondenti a beni e servizi che sulla base di formali contratti sono stati forniti alla pa senza essere pagati (un ammontare pari a quasi a 6 punti di Pil!) ma su cui le imprese hanno già dovuto pagare l’Iva al momento dell’emissione della fattura, non sono computati come debito nel rapporto debito/Pil su cui l’Europa valuta i conti dell’Italia. Nel momento in cui essi venissero pagati o anche solo certificati (e per questo la norma inserita dal parlamento nell’ultima manovra Tremonti non viene attivata) allora essi andrebbero ad incrementare il livello del nostro debito. Non si può non rilevare che questo devastante meccanismo, quello cioè di non ridurre la spesa in termini di competenza (cioè di impegni di spesa) ma di restringere la cassa (cioè di ridurre le risorse al momento di pagare) è stata una delle modalità con cui il ministro Tremonti ha mantenuto il controllo dei conti pubblici. Un equilibrio evidentemente solo virtuale realizzato sulla pelle di migliaia di imprese. Ma che fare allora? 
Il ministro Passera, con onestà intellettuale e consapevolezza dei problemi reali delle nostre imprese, ha proposto di emettere titoli del debito pubblico per pagare le imprese, cioè di riconoscere la vera natura dei crediti delle imprese. È molto probabile che il ministero dell’economia non accetterà questa soluzione che peggiorerebbe i risultati di finanza pubblica. Se così è allora, come farebbe qualsiasi impresa o famiglia le amministrazioni pubbliche devono vendere i loro beni per pagare i loro debiti. Occorre cioè procedere ad un’operazione di massiccia di dismissione di beni immobili e di partecipazioni societarie dello stato e degli enti locali inserendoli in un pacchetto che possa immediatamente tradursi in liquidità per il sistema pubblico senza aumentare il livello del debito. Peraltro la separazione della proprietà delle utilities locali dagli enti proprietari renderebbe più facile e rapida al liberalizzazione di un settore che rimarrà inesorabilmente bloccato fino a quando il controllo sarà nelle mani della politica. 
Il governo Monti è nato e vive per realizzare misure shock a fronte dell’emergenza finanziaria ed economica. Dopo quella della finanza pubblica oggi l’emergenza riguarda la sopravvivenza del nostro tessuto di piccole e medie imprese che operano nell’edilizia, nell’informatica, nei servizi, nella sanità. Per questo occorre intervenire con la stessa forza e determinazione con cui si è agito sulle pensioni e sulla tassazione. E occorre farlo subito prima che si compiano altre tragedie.

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