lunedì 23 gennaio 2012

Mercato aperto e qualche stop - Tito Boeri su Repubblica

Sostiene Bob Solow, insignito nel 1987 del Nobel per i suoi studi sulla crescita economica, che "della crescita conosciamo gli ingredienti, ma non la ricetta esatta". I provvedimenti del decreto "cresci Italia" varati ieri dal nostro Consiglio dei ministri contengono non pochi di questi ingredienti. Ci ricordano le lenzuolate della passata legislatura. Ciascuno di questi provvedimenti è destinato ad avere un effetto positivo sul reddito nazionale. I dubbi rimangono sull´entità e sulla durata di questi effetti.
Non sappiamo quanto saranno grandi e quanto dureranno nel tempo. Anche per questo quello compiuto ieri è solo un primo passo. C´è ancora tanta strada da fare e tante opposizioni da vincere. A partire dalle insidie che si nascondono dietro alla conversione in legge del decreto. Liberalizzare significa espandere i mercati, permettere che ci siano più venditori, con prezzi più bassi e dunque più compratori. Molte delle misure varate ieri rimuovono barriere all´entrata permettendo a un maggior numero di operatori di entrare nel mercato. Mercati più ampi significano più reddito e più occupazione. Al di là dei ragionamenti a tavolino, ce lo dice l´esperienza passata, ce lo dicono i dati. Pensiamo agli effetti del decreto Bersani del 1998: nelle Regioni in cui si è permesso a un maggior numero di supermercati di operare, questo ha portato con sé prezzi più bassi per i consumatori, maggior crescita della produttività e dell´occupazione, un più alto tasso di adozione di nuove tecnologie e strutture distributive più efficienti. Risultati simili sono stati ottenuti nel caso di riforme del commercio al dettaglio in Francia e nel Regno Unito. Studi sulla rimozione delle barriere all´apertura di farmacie in Belgio segnalano anche come questo comporti un aumento dell´occupazione e una
forte riduzione dei costi dei medicinali (e degli stessi servizi sanitari) per le famiglie.
Quindi c´è poco dubbio sul fatto che queste misure aumentino il reddito. Più difficile stabilire di quanto. Le stime del Governo e quelle riportate a vario titolo sui giornali in questi giorni, si basano su ipotesi e dati non in grado di catturare la natura dei provvedimenti varati ieri, né tantomeno i loro effetti. Sappiamo che i settori coinvolti (energia elettrica, gas, distribuzione carburanti, commercio al dettaglio, servizi alle imprese, assicurazioni, trasporti), coprono fino a un quinto dell´economia italiana. Se in ciascuno di questi settori il reddito crescesse del 5% con le liberalizzazioni, si avrebbe un incremento dell´1% del prodotto interno lordo. Gli ordini professionali danno lavoro a un sesto delle persone occupate in Italia. Quindi un aumento del 15% dei liberi professionisti comporterebbe quasi un punto percentuale di occupazione in più. Bisogna poi tenere conto che prezzi più bassi nei servizi si traducono in costi più bassi per le imprese: fino a un terzo dei costi delle nostre imprese esportatrici è ascrivibile, direttamente o indirettamente, alla fornitura dei servizi coinvolti nei provvedimenti di ieri. Questo significa che ci possono essere effetti non trascurabili sulla competitività delle nostre aziende, con ulteriori ricadute positive sul reddito e sull´occupazione.
Saranno comunque effetti graduali, non immediati. Per renderli più significativi, dovrebbero durare nel corso del tempo, diventare effetti prolungati sul tasso di crescita della nostra economia. E perché questo avvenga bisogna andare al di là degli ingredienti, cambiare atteggiamenti, mode, culture. I provvedimenti di ieri sono indubbiamente estesi a molti settori. Nessuno potrà dire: "perché solo noi?". Ma contengono alcune omissioni importanti, scelte fatte a metà e alcuni passi indietro. Fra questi ultimi la scelta di mantenere in esclusiva alle farmacie la vendita dei farmaci tipo C e quella di far aumentare solo marginalmente il numero di farmacie e di notai anziché abolire del tutto questi vincoli del tutto anacronistici e manipolabili dalle categorie. I notai, ad esempio, si sono dimostrati molto abili nel vanificare ogni incremento del numero di operatori fissato per legge: oggi il numero di notai attivi è praticamente lo stesso di cento anni fa (4451 contro i 4310 del 1914) nonostante dovessero essere da tempo per legge 6.152. Tra le omissioni più gravi c´è quella delle ferrovie, dei porti e degli aeroporti. Continueremo a sentirci presi in giro quando, arrivati in ritardo alla destinazione, ascolteremo l´immancabile "grazie per avere scelto Trenitalia". Purtroppo molte rendite e posizioni di potere non sono state intaccate, a partire da quelle nelle banche e nelle assicurazioni.
Ma non per questo vogliamo iscriverci al partito dei "benaltristi" (il "ci vuole ben altro" in nome del quale si boccia ogni riforma) che anima da tempo le fila della conservazione in Italia. Anche perché c´è un problema di definizione di misure efficaci in questi settori. I provvedimenti di ieri erano facili da identificare. Nei settori in cui ci sono barriere all´entrata di tipo regolamentare (periodi di praticantato obbligatori, esami d´accesso controllati da chi ha rendite di posizione, limiti alla pubblicità comparativa e alla concorrenza, tariffe minime e numeri di operatori fissati per legge), rimuovere le barriere all´entrata significa modificare o abolire queste regolamentazioni. Anche nei servizi a rete (come elettricità, gas e telecomunicazioni), la concorrenza può essere introdotta con misure ben definite, che separino la rete dalla gestione. Ma nel caso di banche e assicurazioni per aumentare la concorrenza bisogna intervenire soprattutto sulla struttura proprietaria, ad esempio sul ruolo delle fondazioni bancarie e su quella ragnatela di partecipazioni incrociate tra banche, assicurazioni e banche d´affari che spinge le prime a concedere prestiti a condizioni stracciate alle società partecipate per non sommare al rischio di credito anche quello di azionista.
Queste ragnatele impediscono l´ingresso di nuovi operatori, tenendo in vita quelli più inefficienti: ad esempio, permettono alla famiglia Ligresti di mantenere il controllo di Fonsai, dopo averla portata sull´orlo del fallimento. E permettono alle grandi banche italiane di accedere ai prestiti a tasso quasi zero della Bce (sono le banche italiane ad averne sin qui fruito di più) senza poi destinarle alle imprese e alle famiglie, che, come denunciato dall´ultimo Bollettino di Banca d´Italia, faticano sempre di più ad accedere al credito. Per intervenire su queste realtà, non ci vogliono tanto le liberalizzazioni, ma regole nuove di corporate governance. Ad esempio, si può vietare agli istituti di credito di avere partecipazioni superiori a una soglia (magari intorno al 2%) in imprese quotate che operano in settori diversi dal sistema creditizio, come una società di assicurazioni quotata, e viceversa, grandi imprese di servizi di pubblica utilità e nell´editoria. Sono, in altre parole, provvedimenti in cui l´expertise non è tanto quella dell´Antitrust e dell´ex commissario europeo, quanto piuttosto quella dell´ex banchiere. Se c´è un significato alla presenza di Corrado Passera in questo governo, è proprio da qui in poi che si dovrà vedere.
Nel frattempo bene sostenere la conversione del decreto varato ieri in legge. Non mancheranno gli agguati. In Parlamento ci sono 341 fra avvocati, medici, ingegneri, commercialisti, architetti, notai, giornalisti e farmacisti. Più di un terzo del numero totale di deputati e senatori. Vedremo presto chi e quanti di loro agiscono in nome dell´interesse generale e quanti, invece, si ergeranno a strenui difensori delle loro corporazioni, come i ministri avvocati del passato governo.

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