lunedì 23 gennaio 2012

Perché i petrolieri la fanno franca - Gianni Del Vecchio su Europa

A fronte delle tante categorie che dopo la diffusione della bozza sulle liberalizzazioni si sono sentite punte sul vivo e hanno annunciato forme di protesta convenzionali e non, c’è anche un settore che invece ha deciso di scioperare per il motivo opposto, e cioè per il fatto che le misure ideate dal premier Monti per aprire il mercato sono fin troppo blande e non intaccano le vere rendite. Stiamo parlando dei benzinai, che ieri hanno proclamato ben dieci giorni di sciopero, con tempi e modalità ancora da decidere.
Il motivo della protesta è molto semplice: gli articoli del decreto, come anticipati dai giornali, lasciano inalterato lo strapotere dei petrolieri nella filiera dei carburanti, a tutto svantaggio dei gestori delle pompe di benzina. Tutto sta in una sola parola, aggiunta nell’ultima bozza rispetto alla prima versione, e questa parola è «titolari». L’articolo 23 infatti prevede che i gestori degli impianti non siano più legati al rapporto di esclusiva con la compagnia petrolifera di riferimento per l’acquisto dei carburanti e che li possano comprare fino al 50 per cento sul mercato libero. Una misura, questa, che in linea di principio potrebbe davvero aprire il mercato dei distributori e far scendere il prezzo. Peccato però che la norma si riferisca esclusivamente ai «gestori titolari», e non anche a quelli che portano avanti le pompe di proprietà delle compagnie o dei retisti indipendenti, con quest’ultimi che sono la stragrande maggioranza. E quindi, nel concreto, verrà applicata solo a 500 distributori sui 24mila presenti in Italia. Una percentuale irrisoria, del due per cento, che non produrrà quasi nessun effetto sui prezzi.
«Il governo si limita a gettare fumo negli occhi dell’opinione pubblica liberando solo chi è già libero
, cioè i proprietari degli impianti – si lamentano in un duro comunicato i due sindacati dei benzinai, Fegica e Faib –. Alla fine il provvedimento non riguarda più di 500 impianti su 25mila. Per il resto, il controllo dei petrolieri sull’intera filiera, dalla culla alla tomba, che consente loro di mantenere in Italia i prezzi più alti d’Europa, rimane invariato».
Una occasione mancata, quindi, non solo per chi gestisce una pompa ma anche per chi si rifornisce, visto che i distributori multimarca avrebbero portato inevitabilmente a una diminuzione del costo della benzina. Come ce lo spiega Roberto Di Vincenzo, presidente della Fegica- Cisl: «Le grandi compagnie oggi ci obbligano ad acquistare in esclusiva i carburanti con uno sconto di quattro centesimi al litro, mentre i distributori “no logo” possono comprare con sconti fino a 18 centesimi. Se potessimo anche noi rifornirci liberamente sul mercato, sicuramente potremmo spuntare risparmi maggiori, una parte dei quali rigirarli agli automobilisti. E non si tratta di pochi euro. Abbiamo fatto due conti: con una diminuzione dei prezzi di dieci centesimi, gli italiani risparmierebbero ben quattro miliardi di euro l’anno».
Ovvero gli stessi miliardi che mancherebbero all’appello nei bilanci (e nei profitti) dei petrolieri. Non a caso le multinazionali della benzina hanno tirato un sospiro di sollievo quando hanno letto l’ultima versione della bozza. Cosa rimane allora di vantaggioso per i benzinai e gli automobilisti? Per i primi sostanzialmente la possibilità di vendere altro nelle proprie stazioni, sigarette in primis. Per i secondi invece l’aumento della possibilità di rifornirsi in distributori self service (possono essere aperti 24 ore su 24, ma solo fuori dai centri abitati) e di avere maggiori informazioni sui prezzi.

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