lunedì 23 gennaio 2012

Perché Pd e Pdl alzano il sopracciglio - Francesco Lo Sardo su Europa

Galassia liberalizzazioni, partiti e governo. Un’alzata di sopracciglio è una delle più eloquenti espressioni persino tra i terrestri, ammette il campione dell’alzata di sopracciglio, il sempre perplesso dottor Spock, celebre vulcaniano delle serie di Star Trek. E ieri, per tutta la giornata così com’era avvenuto nelle ore immediatamente precedenti al consiglio dei ministri impegnato sulle liberalizzazioni – chi per natura e psicologia, chi per far pressing , chi per frenare, chi per scaramanzia, chi per cautela, chi per altre ragioni tattico-mediatiche – dalle due centrali del Pd e del Pdl, i partiti pilastro del governo Monti, è stato tutto un alzare di sopracciglia. Sarà per le indiscrezioni sui contenuti del decreto filtrate sulla stampa. Sarà per le informazioni ricevute direttamente dai partiti. Sarà per la bozza di testo cominciata a circolare nel primo pomeriggio. Certo è che a un certo punto della giornata, prima che il consiglio dei ministri scodellasse il vero testo del decreto approvato, Berlusconi ha messo le mani avanti dichiarando da Milano che i suoi preposti (Alfano e Gianni Letta) erano «intervenuti perché molte cose fossero modificate e altre ancora sono ancora modificabili in parlamento». Minaccia? Macché. Solo un bluff.
Tanto per dare l’idea che Monti è un vigilato speciale, ringalluzzendo così il Pdl spappolato su tutto e più che mai sulle liberalizzazioni. E anche un modo per tallonare il segretario del Pd Bersani che poco prima, dall’Assemblea nazionale del partito riunita alla fiera di Roma, aveva affermato di aver visto «sia pur sommariamente le prime norme. Se sono quelle che stanno uscendo, mi sia consentito dire che su diverse materie si può fare di più e meglio e con maggiore immediatezza. Torneremo a discuterne in parlamento».
Primissime valutazioni, neppure ascrivibili alla categoria dei commenti visto che i due leader parlavano all’oscuro di quanto aveva effettivamente fatto (o non fatto) il governo. E però le dichiarazioni
preventive e precauzionali dei due, che sanno tanto di alzata di sopracciglio, non hanno un significato generico ma assai preciso: il Pd (e di conseguenza il Pdl) considerano la partita delle liberalizzazioni apertissima: il testo di Monti andrà alle camere e lì si vedrà. Così come già sulle pensioni: non sarà un prendere o lasciare. Col Pd che prende l’iniziativa di emendare, il Pdl che l’insegue e il Terzo polo che rincorre i primi due. Il tema liberalizzazioni, tra l’altro, è un cavallo di battaglia bersaniano.
Berlusconi, filtrava ieri sera dal Pdl, sa benissimo che «Bersani prenderà un’iniziativa, una volta visto il testo definitivo. Ma anche noi studieremo bene le materie...». Per far cosa esattamente, non si sa: visto che il Pdl è spaccato tra liberalizzatori e corporativisti e Berlusconi galleggia, infischiandosene di farmacisti e tassisti e attento solo agli affari suoi: tv, assicurazioni e energia.
Non a caso in serata, dopo aver sentito l’annuncio delle prime misure da parte di Monti Bersani sfruculiava con qualche ironia il Pdl: «Sulle liberalizzazioni, su due o tre cose c’è da rafforzare in Parlamento. Vedremo, non so che cos’abbiano in testa quelli della destra che prima del consiglio dei ministri sono andati in processione a palazzo Chigi...». Tre erano stati gli avvistamenti, tre storie diverse. Cos’aveva in testa il pdl Corsaro si sa: i farmacisti (poi bastonati da Monti). Cosa il pdl Gasparri si sa: i tassisti (poi bastonati). Cosa Gianni Letta, astutamente piombato a palazzo Chigi per ultimo, è ovvio: tv. Risultato: asta delle frequenze rinviata di tre mesi. Alé. Alla fine, stringi stringi, finché «la destra» la possiede Berlusconi, quella è: basta saperlo.

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