venerdì 13 gennaio 2012

«Resto deputata del Pd ma Monti non mi piace» - Andrea Carugati su L'Unità

Due settimane di corpo a corpo con i militanti Pd, tra Lecco e la Valtellina, circoli e pizzerie, centinaia di mail, tantissime storie di lavoratori gettati «nella disperazione» dalla riforma delle pensioni del governo Monti. Questo il menù delle feste di Lucia Codurelli, la deputata Pd di Lecco, ex operaia, che prima di Natale ha presentato a Fini la sua lettera di dimissioni da Montecitorio. Per protesta contro la manovra, che pure ha votato. Ma con grandissima sofferenza. E ora, passate le vacanze, è arrivato il momento della difficile decisione. «L’avevo promesso a Bersani, a gennaio gli avrei dato una risposta...», spiega Codurelli.
Che farà dunque?
«Dopo l’intervista a l’Unità del 23 dicembre è successo qualcosa che non mi aspettavo. Si è messo in moto un meccanismo che mi ha travolto, tanta gente mi ha chiamato, ho fatto vari incontri pubblici. E ho capito che il mio disagio, che mi ha portata a quella decisione, è ancora più forte tra i lavoratori, soprattutto tra chi ha visto di colpo spostarsi l’età della pensione di 5-6 anni. Ho ascoltato tantissime storie drammatiche, un nostro militante mi ha scritto che, per mantenere la sua famiglia, l’unica soluzione sarebbe “passare a miglior vita”, così almeno la moglie e i figli avrebbero l’assegno di reversibilità. Lecco è una provincia manifatturiera, in cui molte persone hanno cominciato a lavorare presto, e dove la crisi morde in modo drammatico».
Cosa le hanno chiesto i militanti Pd?
«Vogliono che ci battiamo per cambiare le ingiustizie che ci sono nella legge “Salva Italia”. Una norma che risponde all’Europa più che all’Italia, ma con la mannaia e la disperazione di tante persone il paese non può certo ripartire».
Ha trovato molta rabbia verso il governo Monti?
«La nostra gente vive un atteggiamento ambivalente, lo stesso che provo io e tanti altri colleghi deputati. Quasi tutti sono consapevoli che comunque Monti ha fatto cambiare aria al Paese, ma le aspettative per il
dopo Berlusconi erano alte, e grande è la delusione. Nessuno si è scordato cosa sono stati i 17 anni del Cavaliere, ma si sperava di poter ripartire dai più deboli, di cominciare almeno a combattere le diseguaglianze. E invece niente. Sui lavoratori precoci non c’è ancora nessun correttivo».
Bersani l’ha sentito?
«L’ho incontrato martedì e gli ho consegnato le centinaia di mail che ho ricevuto. La gente ci chiede di fare di più, altro che parlare di licenziamenti o articolo 18, bisogna pensare a chi ha 55 anni, non può andare in pensione e un lavoro non lo trova più. Lui mi ha detto che tutti messaggi confermano la necessità che io resti al mio posto alla Camera».
E lei?
«Guardi, la gente mi dice che ho fatto bene a gridare il mio disagio e al tempo stesso mi chiede di restare. E io avverto una forte responsabilità verso questi elettori, ho grande difficoltà a confermare le mie dimissioni, mi sento vicina alla “capitolazione”. C’è una forte spinta a non abbandonare il campo, ma non è facile, perché il mio disagio per questo governo è intatto. Anche se sono un deputato nominato, come gli altri, ho capito che il rapporto con chi ti ha votato, se uno vuole, si può mantenere stretto. Eccome».
Come valuta gli annunci del governo sulla “fase due”, dalle liberalizzazioni al mercato del lavoro? 
«Vorrei vedere le norme prima di esprimermi. Il ministro Fornero aveva annunciato “ritocchi” sulle pensioni, poi arrivata la scure che tutti conosciamo. Dunque non mi bastano le parole, e tuttavia da quello che leggo mi pare che siamo ancora lontani da quell’equità di cui c’è così bisogno. L’unica cosa positiva è che sul mercato del lavoro il governo sta dialogando realmente con i sindacati».
Oltre a Bersani, ha parlato con altri big del Pd?
«Mi hanno chiamato Rosy Bindi, Fassina, il segretario lombardo Martina, ho letto che Enrico Letta mi chiede di restare...».
Dei liberal nessuno si è fatto vivo? Ichino, per esempio?
«Lui sta su un altro pianeta. Vorrei dirgli che forse il mondo del lavoro va raccontato meno e praticato un po’ di più. C’è una distanza siderale tra certi discorsi e la vita reale delle persone. Ci vorrebbe un po’ più di umiltà, anche da parte di tanti economisti che hanno sbagliato parecchie profezie. La flessibilità deve servire per conciliare i tempi di lavoro e della famiglia, non per trattare le persone come dei fazzoletti usa e getta».
Nel suo giro nel profondo Nord ha trovato simpatie per le posizioni anti-Monti della Lega? 
«Nessuna simpatia leghista tra i nostri militanti. Ma c’è una grande preoccupazione che la Lega possa pescare consensi in un disagio reale e profondo, soprattutto sul tema delle pensioni di anzianità. Proprio per questo il Pd deve darsi una mossa. Altrimenti il rischio è che la nostra gente si senta orfana».

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