martedì 24 gennaio 2012

Tricolore, forconi e matite. - Mila Spicola su L'Unità

A tre anni mi avventurai su un cornicione, la finestra del bagno era aperta e uscii, abitavamo al terzo piano. Fu un falegname a “salvarmi”, aveva il laboratorio al piano terra. Sangue freddo, citofonò a mia madre “non si allarmi, chiami subito i vigili del fuoco, si affacci dalla finestra del bagno e non urli, sennò la spaventa”. Mia madre insieme a quell’uomo riuscirono a tenermi ferma con calma, cautela e..sottovoce. Fino a quando, in silenzio, arrivarono i pompieri. Spero di riuscire a trovare la stessa chiave efficace per dire alcune cose. Con cautela, sottovoce ma con tono fermo. Per non provocare reazioni inconsulte ma solo riflessioni pacate.
A Palermo alcuni studenti, aderenti per solidarietà alla manifestazione dei forconi, ieri mattina hanno bruciato la bandiera italiana in segno di protesta “contro lo Stato che affama la gente”. Nel bene e nel male mi sento di stare con loro ma solo per dire, con cautela, calma e fermezza: “ragazzi state sbagliando”. Le cinque giornate di Sicilia continuano dunque, alimentate anche dagli studenti “a fianco dei forconi per far partire una rivoluzione che parta dalla Sicilia”.
Ci sono tutte le ragioni perché uno studente siciliano oggi protesti. Tutte: il nodo è trovare i modi e le direzioni. Negli ultimi anni molti hanno protestato per tanti motivi ma, nulla togliendo alle motivazioni valide di altre rivendicazioni, ritengo che solo il movimento studentesco abbia avuto i caratteri di autonomia, libertà e verità, checché ne pensi chi li abbia accusati di “ideologismo politico”. Ben venga l’ideologia quando si tratta di difendere diritti generali offesi o istituzioni maltrattate quale sono stati l’istruzione e la scuola. Oggi mi è
sembrato invece che fini, mezzi e ragioni si siano confusi in modo poco condivisibile.
Cosa vuol dire bruciare la bandiera italiana? Vuol dire sconoscere alcuni fondamentali della democrazia di questo paese, oppure peggio, conoscerli e calpestarli. Vuol dire confondere le azioni dei governi, temporanei e di parte, con l’essenza dello Stato, stabile e garanzia indiscussa dell’identità della nostra nazione, espressione di coesione sociale, di comunità, di nazione, di storia individuale e collettiva da difendere anche con la morte. Ne sono consapevoli quei ragazzi? Giusto per sapere se hanno chiare le ricadute dei gesti, specie quando si scagliano contro simboli molto ma molto seri.
Art. 12 della Costituzione Italiana: la nostra bandiera. Si trova tra i principali articoli della Carta, quelli che riguardano diritti e doveri dei cittadini. Nessuno di quei diritti e di quei doveri può essere leso, nemmeno in nome della difesa di un altro diritto. Il diritto al lavoro così come il diritto alla cultura camminano insieme al dovere di onorare Stato e Istituzioni perchè in quella cornice si inquadrano. Girando stamattina per Palermo, osservando le strade vuote, gli scaffali dei supermercati senza latte, i primi elicotteri sorvolare la città, i benzinai serrati, le ambulanze senza carburante…beh..mi pare che libertà e diritti si stiano accavallando in modo non condivisibile. E dunque mi sono sorpresa e allarmata al gesto di ieri.
Sì, lo so, il vero nodo di questi ragazzi è che nessuno si è preso carico della loro difesa dei diritti, che si è reso impossibile e vano il dialogo tra la loro indignazione e le Istituzioni che dovrebbero raccoglierla, soddisfarla e indirizzarla. L’indignato, personaggio dell’anno 2011, ha preso forma e personalità ben precise, parla ma deve essere ascoltato. Sennò ci sarà chi lo farà al posto di chi dovrebbe farlo. Non lo hanno fatto pienamente i governi che si sono avvicendati e non lo hanno fatto i partiti, che lo esorcizzano e lo tengono lontano, sempre più ammalati al loro interno da “regole” non dichiarate di cooptazione, esclusione, organizzazione che spesso poco hanno a che fare con gli aneliti di espressione libera e democratica e molto hanno a che fare con la guerra tra bande interna al partito e non all’elaborazione di risposte per l’organizzazione collettiva.
Eppure sarebbero i luoghi deputati da quella stessa Carta a dare “espressione dell’attività politico-democratica dei singoli”. Invece , in Sicilia almeno: dentro un partito difficilmente ci si può esprimere attraverso i dissensi se non prendendosi il sospetto di avere altri fini se non il dibattito medesimo, il Palazzo è sempre più lontano e sordo e l’attività individuale del politico eletto è sempre più di stampo clientelare, senza nessuna condanna, legale o ideale. Nel bene e nel male. Un sistema di do ut des che si autoalimenta sempre nel bisogno, nel degrado, nel sottoviluppo. Persino la protesta dei forconi, sacrosanta nelle ragioni e nelle motivazioni, si macchia di quella richiesta di scambio e diventa poco comprensibile se la sostanza si colora di tali forme, se si esprime urlando e con atti di prepotenza, se si ritorce, nelle ricadute, solo sulle persone comuni e non sui diretti responsabili.
Quando non fa un adulto passaggio di sana autocritica e si chiede: ma chi li ha eletti questi rappresentanti? Forse io? E allora allo stesso modo è il caso di scegliere non solo altri rappresentanti ma anche altre istanze: non individue o di parte, ma collettive e democratiche.
Si, ok, mi dice lo studente, ma intanto che si fa di fronte a un simile quadro?
Intanto non andare a traino ma farsi traino di un cambio di rotta. Posare i forconi e levare le penne, come anche i pensieri e le parole, in modo sano e giusto, in virtù di bene comune e collettività, nel segreto dell’urna se non si ha il coraggio di dichiararlo anche fuori. Io dico a questi ragazzi: state attenti e cauti, il cornicione delle regole democratiche, del senso dello Stato è altissimo e impervio e voi siete lì lì per cadere. Certo si può dire che avete dovuto salir fino lì per farvi ascoltare ma non esiste ragione per buttarsi giù. Nessuna ragione. C’è chi ci ha perso la vita col viso aperto nel difenderlo quel cornicione, quello Stato e quelle Istituzioni. La bandiera ne reca memoria, sangue e speranza.
Altro che forconi. Usate le penne. “La Rivoluzione si fa nelle piazze con il popolo, ma il cambiamento si fa dentro la cabina elettorale con la matita in mano. Quella matita, più forte di qualsiasi arma, più pericolosa di una lupara e più affilata di un coltello.”S. Borsellino.
Altro che ‎”Sicilia indipendente”, come ripetono in ogni presidio i manifestanti dei forconi e come fate loro eco voi, con bandiere della Trinacria in cima al vostro corteo di ieri: questo era il programma di “Sicilia libera” di Leoluca Bagarella, cognato di Riina, altra congrega di critici dello Stato e dell’autonomia sicula. Non voglio semplificare un fenomeno complesso quale è quello che si sta verificando in questi giorni, ma è solo per dire: andiamoci cauti con i pensieri indipendentisti, con l’antiStato di maniera tipico dell’animo siciliano, che gran parte dei mali stanno a Palazzo D’Orleans, a Palermo, mica sulla luna, e coloro che ci stanno seduti li abbiamo scelti noi.
Tutto torna se si ha memoria. Voi siete giovani, a voi è concesso avere pochi ricordi e poca memoria, ai vostri padri no. Una matita l’hanno usata e la useranno nuovamente a breve: la usassero con coscienza, se davvero marciano per il cambiamento. Tra un pò la userete anche voi quella matita. Fatelo con maturità democratica non con impeto demagogico. Da noi l’antistato è sempre stato la premessa all’azione di quanti poi possono dire “vieni con me, ci penso io”. E’ solo una promessa di paraStato. Nel male, più che nel bene. Il “ghe pensi mi” nasce in Sicilia e tanto tempo fa, come falsa promessa di difesa. Ma bene che vada si aprono spiragli alla lottizzazione della protesta in chiave elettorale. E non mi si dica che “ogni volta che si vuole allontanare il problema e delegittimare una protesta lo si accusa di strumentalizzazione”: la critica non è alla protesta e alle sue ragioni, chi scrive sarebbe incoerente, ma ai modi e anche all’assenza di progetto.
Che sia chiaro. In 4 anni di proteste contro al Gelmini i docenti sono arrivati a sciperi della fame, ma mai a un “blocco” non concordato con sciopero regolamentare, nemmeno di cinque minuti di lezione. Già la sola parola, “blocco”, mi crea scompensi ed evoca prepotenza e limitazione di libertà.
A me sembra che bruciare la bandiera, che dello Stato nazionale e unitario è simbolo, faccia rimanere ancor più fermi di quel che siamo.
Se a voi interessa la Rivoluzione facciamo un piccolo ripasso di Storia. IL Golpe cileno iniziò con un blobbo dei TIR. E poi: la lobby degli autotrasportatori e delle Autolinee dei BUS è stata il principale freno politico-elettorale all’ammodernamento delle linee ferroviarie in Sicilia. Con danni immensi in termini di sviluppo economico collettivo e di tutela dell’ambiente. Io non li chiamerei rivoluzionari ma reazionari. Se cambiamenti prepara tale gesto è solo un tornare indietro.

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