mercoledì 22 febbraio 2012

Articolo 18, due passi al bar - Federico Orlando su Europa

Chiamatelo totem tabù mantra scalpo o santuario del no, ma gradirei che chi deciderà anche dell’articolo 18 (che “protegge” dagli arbitri i lavoratori del 5 per cento delle imprese, ed è visto come “norma di civiltà”), conoscesse quest’episodio, che ho appreso dalla rubrica religiosa di Radiouno domenica 19, mentre rientravo in macchina a Roma.
A Palermo un redattore intervista una specie di monaco laico, che passa le notti, con altri volontari, nelle strade della città, in cerca di clochard, senzatetto, barboni, prostitute e anche giovani ex “protetti”, rannicchiati nel vano di una porta o sulle panchine, in attesa di sapere dalle stelle “quanto manca all’alba”. «Non sempre portiamo cibo – dice il monaco laico –, in una città come Palermo è difficile che qualcuno non trovi un tozzo di pane. Portiamo amicizia, a chi l’accetta: più difficile del pane, ma anche più necessaria per non essere soli».
E alla domanda rituale sull’esperienza più angosciosa, risponde: «La storia di una famiglia giovanissima, lui lei e un figlio, tutt’insieme poco più di cinquant’anni. Lui aveva un lavoro fisso, pagavano l’affitto, mangiavano, e avevano anche comprato l’utilitaria; poi, di colpo fu licenziato, il salario scomparve, finirono gli “ammortizzatori”, dovettero rinunciare all’alloggio, così si trasferirono nell’automobile; poi arrivarono le rate, l’assicurazione, il sequestro dell’utilitaria. Per fortuna le notti di Palermo non sono quelle di Milano...».
Ascoltando, ripensavo alla telefonata della sera prima di una collega da Roma, mentre con amici seguivamo Sanremo. Ci chiedeva cosa potesse fare per un immigrato irregolare romeno, 22 anni, da tempo a Roma, ma ora non più solo, con moglie minorenne e figlio di pochi mesi. L’avevano fermato i vigili alla guida di una vespa (chiesta a prestito) per trasportare bagagli: non aveva la patente, come è ovvio per un immigrato
precario, con famiglia precaria e lavoretti precari.
Un avvocato fra noi dice alla collega che la guida senza patente è materia penale, speriamo non abbia precedenti. Che coincidenza. In poco più di dodici ore, due casi analoghi, a Roma e a Palermo, di quella che Walter Veltroni definiva domenica «disperazione sociale»: lui lei e l’innocente. Ora il romeno rischia le “gride” sull’immigrazione, il giovane di Palermo rischia di doversi rivolgere alla mafia. Ce ne sono 80 mila nel Sud che, come lui, hanno perso il posto l’anno scorso.
Monsignor Bregantini, grande combattente dell’antindrangheta e “perciò” trasferito nella mia tranquilla Campobasso, commenta: «L’articolo 18 è “saggio”. Il posto fisso, l’appartenenza a una comunità, il restare stabilmente su un luogo permettono di dare il meglio di sé, mentre la precarietà non può essere considerata condizione normale né del giovane né della società: perché non ci si sposa più, non si avranno più idee di futuro».
Quelli come Bregantini non li fanno cardinali. Mentre ci sono stati presidenti del consiglio miliardari che fanno i pedagoghi, spiegando ai giovani che loro si sono trovati benissimo, cambiando spesso lavoro. Forse i giovani, «perfetti immaturi» come dice il film, non lo sanno, e continuano (a volte) a cercare. Lo facevo anch’io quand’ero giovane; e, solo dopo aver messo salde radici da qualche parte, mi prendevo il lusso di cercar altri lavori o sopportare senza dramma i licenziamenti. Insomma, l’equilibrio tra la sicurezza sociale e l’inventarsi la vita, che forse non potrebbe essere il messaggio né dell’apodittica Fornero né della mitologica Camusso, ma può diventare il frutto della loro dialettica, quando avranno imboccato il tavolo per preparare il futuro senza lasciare cadaveri.
«Di qui a dodici mesi – scriveva ieri il giovane Colaninno, responsabile del Pd per lo sviluppo e la finanza d’impresa – abbiamo il problema di ristrutturare le industrie, che dall’inizio della crisi muoiono al ritmo di trenta al giorno». L’articolo 18 non è una priorità, se vi piace chiamatelo 19, l’importante è che proibisca e sanzioni i licenziamenti discriminatori, come dice Scalfari. E «Non è vero che “più licenzio più assumo” – incalza Colaninno –. È una pericolosa disequazione. Sarebbe deleterio se il licenziamento facile diventasse un abuso strutturale. E sarebbe bene mantenere il più possibile stabili la cassa intregrazione straordinaria e i contratti di solidarietà, perché hanno consentito a molte aziende di sopravvivere».
Piuttosto, si diano alle industrie il credito, che le banche non concedono nonostante i soldi forniti da Draghi; e gli stimoli fiscali a una maggiore capitalizzazione delle aziende; e politiche industriali e fiscali per ridurre il costo del lavoro a chi assume e riconquistare capacità di competizione. Come si vede, se le strade del signore sono infinite, quelle dei ministri non sono proprio pochissime.

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