sabato 18 febbraio 2012

Caselli: «Grazie a Mani pulite evitammo la fine dell'Argentina» - Oreste Pivetta su L'Unità

L’allarme della Corte dei Conti: in Italia dilagano corruzione, illegalità e malaffare. Questo è il titolo. Nel ventesimo anniversario di Mani pulite: in Italia si celebra pure la scoperta delle malefatte. Dottor Caselli, ci verrebbe da commentare la notizia, quanto denuncia la Corte dei Conti, in modo molto semplice: già sappiamo tutto del dilagare di corruzione, illegalità e malaffare. Ma le chiediamo: è cambiato qualcosa rispetto a venti anni fa, rispetto a trenta anni fa… sempre la stessa corruzione, sempre la stessa illegalità, sempre lo stesso malaffare? Gian Carlo Caselli, procuratore capo a Torino, nel tribunale delle storiche sentenze Thyssen e Eternit, ha appena scritto un libro, pubblicato da Melampo, la casa editrice di Nando dalla Chiesa, il cui titolo è già un avvertimento: «Assalto alla giustizia» (lo presenterà lunedì a Milano, alla Feltrinelli di piazza del Duomo).
Dottor Caselli, insomma, come rivede questi venti o trent’anni?
«Credo intanto che i colleghi milanesi con l’inchiesta Mani pulite abbiano conquistato un merito grandissimo. Potrei per Torino rivendicare una sorta di primogenitura, perché si cominciò a Torino con l’inchiesta che coinvolse il vicesindaco Enzo Biffi Gentili e il faccendiere Adriano Zampini…».
Entrambi socialisti. La giunta cadde, a denunciarli era stato lo stesso sindaco comunista, Diego Novelli. Non possiamo dimenticare, se si parla di tangenti, il presidente della giunta regionale ligure, Alberto Teardo, lui pure socialista, arrestato per corruzione. Siamo nel 1983…
«L’inchiesta milanese andò oltre, non solo evidenziando quel bubbone purulento che infettava l’intera società italiana, ma soprattutto chiarendo che si trattava di qualcosa di sistemico, che pervadeva questa nostra società in ogni sua manifestazione tra politica, economia, amministrazione, qualcosa che non lasciava scampo agli onesti. Questa azione investigativa ha dato risultati importanti ovviamente da un punto di vista
processuale, ma ha raggiunto un obiettivo ben più rilevante in senso generale.
L’opera della Magistratura, frenando in quel frangente il dilagare della corruzione e quindi della spesa pubblica e quindi dell’indebitamento, ha salvato l’Italia dal baratro, quello stesso baratro in cui sarebbe invece precipitata, negli stessi anni novanta, l’Argentina. L’Argentina, indebitata e corrotta, andò a rotoli. Dal baratro è risalita, ma a costo di pesantissimi sacrifici. L’Italia venne messe in tempo al riparo dal disastro. Se ci riuscimmo fu anche grazie alla tenacia e alla intelligenza di quei magistrati».
È una considerazione importante. Allora non seguimmo l’Argentina. Oggi non siamo la Grecia, ma potremmo specchiarci nella Grecia… malgrado dimensioni e ruoli diversi.
«La denuncia della Corte dei Conti è severissima e i numeri dicono di qualcosa di vergognoso: se l’ammontare che si calcola della corruzione sale a sessanta miliardi di euro, questo significa un costo annuo pro capite di mille euro, una tassa aggiuntiva e occulta, una sottrazione di risorse che potrebbero trovare ben altro impiego. Ciascuno di noi versa di tasca propria ai corrotti mille euro.
Meno corruzione e più legalità: in questa equazione sta la possibilità di garantire più servizi ai cittadini, treni che viaggiano puntuali, una scuola che insegna meglio, periferie illuminate, asili per i nostri bambini. La gente dovrebbe essere ben consapevole di quanto si paga e come si paga la corruzione degli altri, a quante cose deve rinunciare. La corruzione è rapina della vita, sottrae futuro ai giovani. Tuttavia, prospera».
Torniamo a Mani pulite e alla domanda: che cosa è cambiato? Sono cambiati i partiti. O sono morti. Per il resto?
«Mi viene da citare Pier Camillo Davigo, che disse: stiamo assistendo alla selezione della specie, sono sopravvissuti i predatori più rapaci. Il problema si è incancrenito».
Veniamo alle responsabilità.
«Penso che una politica gelosa del proprio primato avrebbe marcato la propria sovranità, agendo in piena autonomia, senza temere di mettere in campo strumenti adeguati per sconfiggere la corruzione. Invece pochissimo si è fatto e se mai si è fatto perché i controlli venissero meno e le leggi venissero indebolite, mentre si tentava in vario modo di delegittimare i magistrati».
Golpisti, malati di mente, eversivi, cancro da estirpare. Ricordiamo i manifesti elettorali di qualche mese fa soltanto: “Fuori le Br dalle procure”. Questi erano insulti. Poi si dovrebbero citare le riforme “epocali” della giustizia: il processo prima “breve” e poi “lungo”, la “prescrizione breve”, la separazione delle carriere. Per ridurre l’indipendenza della magistratura, consegnare al potere politico il controllo delle indagini. Nel suo libro lei scrive di “sabotaggio istituzionale”. Che fare?
«Basterebbe intanto ratificare la convenzione di Strasburgo».
Hanno ratificato la Bulgaria, l’Albania, la Macedonia, la Georgia, il Montenegro, la Francia, la Spagna. L’Italia no. Neppure la Germania peraltro. Belisario, capogruppo dell’Idv, ha chiesto ieri di portare in aula la ratifica.
«Sarebbe un primo passo. È un documento che risale al 1999. In tredici anni non s’è trovato il modo di accoglierlo nella nostra legislazione. Eppure lì sono scritte regole fondamentali, si danno indicazioni chiare per una lotta più incisiva alla corruzione. Già scritte. Già pronte».
Siamo un Paese che forse nella corruzione si è adagiato, rassegnato o complice…
«Penso a don Ciotti che ha raccolto un milione e duecentomila firme a sostegno di una proposta che contiene anche i suggerimenti per un’azione legislativa. Tra l’altro si propone la confisca dei beni dei corrotti, non solo di quelli dei mafiosi. Un milione e duecentomila firme. Non mi pare che qualcuno abbia raccolto la sfida».

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