venerdì 24 febbraio 2012

Come fermare il papa straniero - Rudy Francesco Calvo su Europa

Per Pier Luigi Bersani una cosa è certa: l’esperienza del governo Monti non potrà durare oltre il 2013. Dopo, non ci sarà nessuna Grosse Koalition, ma nemmeno esperienze tecno-liberali fuori dalla logica bipolare, con protagonisti uno o più esponenti dell’attuale esecutivo. La sua ferrea convinzione è che questo governo sia «il dopo-Berlusconi, non può diventare il dopo-partiti». Anche perché per farlo nascere «c’è voluto che arrivassimo noi a sostenere questa fase d’emergenza».
Lo ha detto chiaramente ieri ai deputati dem riuniti in assemblea, lo ha ripetuto poco dopo in studio al Tg3. Per questo, ci tiene a tenere “vivo” il Pd anche in questi mesi di gestione montiana. Se ne farà carico personalmente, avviando nei prossimi giorni una serie di incontri in giro per il paese con “l’Italia che vuole ripartire”: associazioni, sindacati, categorie, lavoratori, imprese e mondo del volontariato ai quali il segretario dem vuole rendere ben chiaro che il futuro dell’Italia può sì iniziare con il governo Monti, ma ha bisogno di un passo in più, che il Pd si candida a offrire.
Ma per mostrare la “vitalità” del partito, Bersani va anche oltre: tanto per fare alcuni esempi, dà spesso e volentieri il via libera alle esternazioni del suo responsabile economico Stefano Fassina, per presidiare il fianco sinistro dell’elettorato dem; così come non ha intenzione, invece, di avallare una legge elettorale puramente proporzionale, non per motivi di bandiera («La legge elettorale non connota un partito», ha detto ieri ai deputati), ma per non lasciare troppo spazio ad eventuali incumbent, ministri dell’attuale governo pronti a concorrere “in proprio” o in un Terzo polo rinnovato. «Ogni democrazia respira con due polmoni» è la sua metafora, per dire che il bipolarismo rimane per lui un punto di riferimento imprescindibile. E il Pd è il
fulcro principale del centrosinistra.
Poi, «Monti e i suoi ministri se vogliono potranno decidere con quale polmone respirare». È da qui che parte il vero scontro nel Pd. Chi dovrà dare fiato al polmone riformista? Bersani, com’è ovvio che sia, non ha intenzione di rinunciare al suo posto in prima fila. Soprattutto, non ha intenzione di farlo in favore di un “papa straniero”, che eserciti una leadership esterna al partito. È il rischio di «regalare Monti alla destra» al quale si riferisce un numero crescenti di dirigenti dem, non solo della minoranza veltroniana.
E Berlusconi sarebbe pronto a cogliere l’occasione, confermando il premier uscente sotto le insegne del centrodestra nel 2013. Tra i dem, il nodo non si scioglierà presto. L’area più vicina al segretario continuerà a ribadire le proprie posizioni per spiegare agli italiani «cosa faremo noi», la componente più liberal e “montiana” porterà dalla propria parte i voti in parlamento, che non potranno che essere favorevoli al governo. In mezzo, c’è chi non vuole sbilanciarsi in questa fase, come Dario Franceschini.
Le ex mozioni congressuali, in ogni caso, sono ormai disciolte. A rinsaldare le posizioni potrebbe essere solo un congresso anticipato, che non a caso è caldeggiato dai Giovani turchi. La funzione sarebbe quella di consolidare l’asse a sostegno di Bersani e renderlo, in caso di una vittoria che appare probabile, il naturale candidato a palazzo Chigi. Per il medesimo motivo, a Veltroni, Letta, Gentiloni e gli altri esponenti dell’ala liberal del partito non conviene che la situazione precipiti così rapidamente, per arrivare al voto con un segretario logorato da mesi di equilibrismo “con Monti ma distinti” e un quadro di alleanze diverso da quello di Vasto.

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