mercoledì 22 febbraio 2012

E Veltroni disse: «Proviamoci». L’ira dei bersaniani rinfocola la polemica - Mario Lavia su Europa

Il tema dell’intervista a Repubblica non doveva essere l’articolo 18. Doveva riguardare Monti. Anzi, «il giudizio su Monti», come ha chiarito lo stesso Veltroni in uno dei tanti tweet di ieri mattina, un vero corollario all’intervista di domenica. A chi nei giorni scorsi lo spronava a muoversi Walter aveva risposto con una parola: «Sì, proviamoci». Ha capito che non si può più aspettare. Ha capito che il Pd non pensa di interpretare la politica di Monti. Con i bersaniani è incomunicabilità totale: e se continua così non si può escludere nulla, neppure una separazione. Ieri infatti si è toccato l’acme della polemica. 
C’è stata una reazione molto dura, nervosa, del responsabile economico del partito, con quell’accusa di sostanziale intelligenza col nemico, che ha dato fuoco alle polveri sui social network. Per paradosso Veltroni, leggendo ieri l’ukase di Fassina, ha capito di aver colto nel segno, di aver posto, nell’intervista a Repubblica, “il” problema: l’atteggiamento verso il governo Monti. Ben sapendo che la prova del nove verrà presto, il voto sulla riforma del welfare: se la Cgil non la dovesse sottoscrivere, che farà il Pd? Il ragionamento veltroniano, da giorni, è basato su una constatazione. 
Da un lato Monti fa le cose (dal no alle Olimpiadi all’intervento sull’Ici per la Chiesa alla riduzione delle spese militari fino all’annunciato abbassamento dell’aliquota Irpef per i redditi più bassi) e vede accrescere il proprio consenso – anche e soprattutto fra gli elettori Pd – ma dall’altro il Pd medesimo pare a Veltroni troppo ondivago: «Ma che significa stare con Monti e volere andare oltre Monti?», ha chiesto in polemica con lo slogan del gruppo dirigente del partito. Ecco, è quell’ “oltre Monti” che fa storcere il naso all’ex segretario. 
Che vi vede il ritorno di una specie di doppiezza, «come se Monti fosse Badoglio», esemplifica Paolo Gentiloni: una parentesi necessaria dopo la quale riprendere le proprie bandiere, magari sotto le insegne
dell’alternativa e del Nuovo Ulivo, termini del lessico bersaniano ultimamente finiti nell’angolo ma sempre vivi nel cuore e nella mente del cerchio magico del segretario. Il problema – ha ragionato Veltroni – è che altri si muovono. Pier Ferdinando Casini è stato il più lesto. Con il capo dell’Udc Walter parla più spesso di quanto si creda, trovando un interlocutore attento che – per dirla nel linguaggio dei veltroniani – «rischia di fare quello che avrebbe dovuto fare il Pd: un partito riformista ».
Magari in grado di fare dell’Udc la gallina dalle uova d’oro, un nuovo soggetto come proiezione partitica dell’esperienza del governo Monti. Cosa che non è poi molto lontana dall’idea che Veltroni aveva del “suo” Pd. «E invece qui si parla di socialdemocrazia», ha lamentato nei giorni scorsi leggendo delle “uscite” di Fassina o Orfini, di certi omaggi al programma di Hollande nel convegno di Cuperlo sul “mondo dopo la destra”. Troppo, per lui. Forte anche delle idee che, informalmente e anche pubblicamente, piovono dal Quirinale (sempre poco convinto di approdi “di sinistra” della vicenda italiana e comprensibilmente legatissimo allo sforzo di risanamento e rinnovamento di Monti), Veltroni intende cambiare l’agenda fondamentale del Pd. Per lui, la faglia di discussione interna deve vertere sul dilemma “pro o contro Monti”, un dibattito in grado di rimescolare la geografia interna. 
Anche sciogliendo Mo- Dem, la sua corrente. E non è un caso se, a strettissimo giro di posta dalla sua intervista, un esponente come Enrico Letta, che del Pd è vicesegretario e dunque strettissimo collaboratore di Bersani, abbia preso posizione a favore di Walter. A questo punto, nella sua cerchia non si esclude nulla. Una riunione della direzione si terrà nelle prossime settimane. Sui social network e sui giornali la discussione è destinata a prendere piede. 
Lo sbocco? Difficilissimo prevederlo. Di un congresso in autunno si parla, ma è tutt’altro che certo, specie se dovesse portare a conseguenze spiacevoli per tutti, anche per Bersani. Ad una separazione che non sarebbe un buon biglietto da visita da esibire ad elezioni cruciali. Un fatto è certo. Veltroni non si fermerà, batterà sul tasto politico, senza cercare rivincite o rotture, pronto a giocare il suo ruolo nella discussione. Il segretario, che ieri è apparso prudente, è chiamato a dire la sua, a spegnere l’ennesimo focolaio. Che non è detto sia, questa volta, un focolaio distruttivo.

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