mercoledì 22 febbraio 2012

I cento giorni del "montismo" - Filippo Ceccarelli su Repubblica

Cento giorni per il governo Monti, ma si ha un certo ritegno a chiamarla luna di miele. Troppo sdolcinata la metafora per designare una stagione di dolorosi sacrifici e indispensabile continenza.
Però dopo tre mesi il consenso per l´esperimento tecnico si avverte e la popolarità appare in crescita. All´estero vabbè, era anche scontata. La copertina di Time, gli elogi di Obama, gli applausi di Strasburgo, il capogruppo socialdemocratico che in aula ha ufficializzato la più impetuosa onomastica, "SuperMario", al che questo strano presidente italiano si è potuto concedere l´ennesima attestazione di sobrietà: "No, no, solo Mario".
Ma pure qui: altro che lacrime e sangue. Non che manchino, certo, ma ancora di più pesano le paure che tutto torni com´era prima. E se nel Palazzo è doveroso registrare l´appoggio dei partiti screditati, inguaiati ed esautorati, nel Paese già si parla di "era del loden". 
Non per caso a Sanremo, specchio delle rappresentazioni domestiche, il tormentone inscenato era quello di stringere i pugni affermando con intensità: "Stiamo tecnici", e nell´indeterminatezza delle parole riposa spesso il senso del potere.
L´osservazione politica, del resto, ha imparato a vivere di segni anche strambi, o contraddittori, ma al tempo stesso futili e decisivi. Per cui si segnala che l´altro giorno, in due sedi diverse, Monti ha raccolto le lodi di Aldo Busi e Sophia Loren. Dal Fatto ai rotocalchi, da Furio Colombo ad Alfonso Signorini, che in un accesso di inattesa morigeratezza è arrivato a deprecare l´uso di pistole caricate a champagne in certe feste che sa lui. E a Palazzo Pitti Uomo riscoprono le virtù dei colori più tradizionali, il blu e il grigio.
Certo poi l´Italia rimane l´Italia; e presto arriveranno le statuette del Professore da mettere nel presepe napoletano. Ma tale è il fervore di temperanza che con qualche senso di colpa, ma anche col dubbio che le
vie del successo sono imprevedibili, comunque si dà conto di un sito d´incontri online che si reclamizzava con una bella signora dal maestoso seno e ammiccante: «Questa sera vuoi fare un po´ di governo tecnico? Allora registrati gratis».
Ecco: tutto sono stati, questi cento giorni, fuorché gratis. Ma è pure vero che tutto è cambiato e tutto di colpo è parso invecchiare. Un virtuoso della comunicazione come Carlo Freccero ha evocato un terremoto; un oppositore come Maroni un meteorite. E anche qui pare ingenua piaggeria attribuirne ai tecnici la responsabilità, ma l´impressione è che sentimentalismi, intimismi, narcisismi, esibizionismi, e poi eccessi, maleducazioni, ospitate, pagliacciate, smargiassate, turpiloqui e altre indecenze a partire dalla fine del 2011 si siano abbastanza tolte di mezzo.
Ovvio che un governo dovrebbe soprattutto governare; e da questo punto di vista, considerata l´emergenza economica e quindi lo stato d´eccezione, parecchio è stato fatto, vedi le pensioni. Ma è il cambiamento di stile che appare specialmente vistoso. Dagospia lo presenta all´insegna del "Rigor Montis". Per dire, posto dinanzi al primo buffet istituzionale, il presidente si è come bloccato: "Mi basta un panino"; e due settimane fa al trio ABC ha offerto riso in bianco e fettina. E per quanto con astuta dose d´ambiguità e ipocrisia il governo è riuscito a tenersi lontano dalle grane – Cosentino, la giustizia, la nave, la neve, la Rai – intanto i ministri viaggiano per Roma con il car–sharing, la presidenza emana spending-review dal sapore penitenziale e i giornalisti si paghino il volo.
A Capodanno uno sprovveduto Calderoli ha provato a montare un caso su un presunto party di famiglia a Palazzo Chigi, beccandosi una noterella che è una piccola perla di sarcasmo: «Il presidente Monti non può escludere che dato il numero relativamente elevato degli ospiti, ci possano essere stati oneri lievemente superiori per consumo di luce, acqua e gas».
Certo, l´immaginario tecnocratico di un governo di primi della classe sembra assai meno divertente da raccontare delle sgangheratissime buffonerie che pure gli hanno aperto un´autostrada. Ma forse è molto più difficile da comprendere, sottile ed esteso come il dominio dei mercati e delle organizzazioni sovranazionali. Grosso modo assomiglia a una macchina, con quel tanto di disumano che comporta, vive di calcoli, campus, lingue straniere, uffici studi, discreti club, eccellenza, reputazione, formalità. In Italia, fattosi potere, rivela anche una certa attitudine, più che pedagogica, per così dire rieducativa (posto fisso, mammismo, buonismo, laureati sfigati).
Di suo, Monti reca in dote all´impegno civile enorme prestigio, sicura competenza, invidiabile flemma, anzi prodigioso autocontrollo. Ma dietro "l´alta ispirazione elitaria" del suo governo, come scrive Giuseppe De Rita, pare di scorgere una distanza, un´estraneità, un senso di naturale superiorità che può farsi altezzoso nei confronti di quell´entità che pur tra mille abusi lessicali ha il nome di popolo. La faccenda può farsi problematica perché da cento giorni i partiti, già stremati, non ci sono proprio più. Monti dice che poi torneranno - ma su questo, almeno al momento, non c´è luna di miele che possa convincere che lui lo pensa davvero e che sul serio avverrà.

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