mercoledì 15 febbraio 2012

"I democratici non ascoltano i cittadini parlavano dell'Udc, io di temi concreti" - Curzio Maltese su Repubblica

Come dobbiamo chiamarlo? Professore, compagno, marchese? Genova, culla della sinistra italiana, continua a inventare straordinarie trame di romanzi politici. Come la vittoria alle primarie di Marco Doria, 54 anni, professore di storia economica, figlio del «marchese rosso» Giorgio, discendente del leggendario ammiraglio Andrea, partito da candidato di bandiera di Sel nello scontro interno al Pd fra Marta Vincenzi e Roberta Pinotti, eppure eletto a furor di popolo a candidato del centrosinistra. 
La sua è stata definita da molti una vittoria dell'antipolitica, dell'anticasta. Non è curioso per un Doria, uno che in altre epoche avrebbe fatto il doge per grazia divina, senza doversi sbattere per prendere i voti delle periferie industriali?
«A me l'antipolitica non piace. Non sono Grillo, non sono un qualunquista. Sono cresciuto in una famiglia dove la politica era considerata il più nobile degli impegni. Mi sono battuto contro un certo professionismo della politica che ormai è diventato del tutto auto referenziale, davvero una casta. Ma siamo sicuri che sia ancora politica?»
Bersani ha detto che con lei si vince, come con Pisapia, e che il Pd la sosterrà con tutte le sue forze. È un augurio o una minaccia?
«È la reazione leale che mi aspettavo dal Pd. C'era un patto esplicito sulle primarie. Chi avrebbe vinto sarebbe stato appoggiato senza se e senza ma dagli alleati. Il voto degli elettori del Pd sarà decisivo per vincere le elezioni, del resto lo è già stato per vincere le primarie».
Già, nell'incertezza fra i due candidati di partito, molti elettori del Pd hanno votato per lei.
«Di sicuro non avrei vinto con i soli voti dei militanti di Sel»
L'ex sindaco Marta Vincenzi l'ha presa molta male, scrive di essere una vittima sacrificale, si paragona alla martire Ipazia. Lei vuole paragonarsi a qualche personaggio storico?
«Per carità. Quella della Vincenzi mi è parsa una reazione molto ingenerosa nei confronti del suo partito, che l'ha difesa anche quando non era facile»
Certo non è normale per un sindaco del Pd in carica dover affrontare le primarie. Non era mai successo.
«Non è nemmeno normale che un sindaco in carica alle primarie prenda il 26 per cento dei voti. Magari su questo la Vincenzi potrebbe farsi un paio di domande. E poi onestamente, questo atteggiarsi a ribelle perseguitata... Stamattina all'università ho fatto esami a un gruppo di studenti che non erano ancora nati quando la Vincenzi era già assessore».
Dove hanno sbagliato i candidati del Pd?
«Nel non ascoltare i cittadini, gli stessi militanti. Sono troppo presi dai vertici, dalle loro questioni. Roberta Pinotti ha parlato per metà della campagna del problema delle alleanze successive, con l'Udc, i centristi».
Mi sta dicendo che i genovesi considerano la questione delle alleanze meno importante della disoccupazione giovanile, dello sviluppo del porto, dei tagli all'assistenza degli anziani?
«Incredibile, vero? La verità è che, impegnati nella polemica di partito, mi hanno lasciato fare una campagna sui temi concreti. Il lavoro anzitutto, ma anche i modelli di sviluppo, l'ambiente. Genova è strangolata dal cemento, si è costruito ovunque e soprattutto dove non si doveva. Il risultato si è visto con l'alluvione. In quel caso Marta Vincenzi ha subito un processo ingiusto, quando la vera colpa era dei costruttori».
È vero che ha vinto promettendo più tasse?
«Ho detto che voglio mantenere i servizi sociali, anche a costo di aumentare le tasse, sì. Il resto è demagogia, che è l'altra grande malattia della politica».
Il suo successo ha molte analogie con quelli di Pisapia a Milano e Zedda a Cagliari.
«Ma anche differenze. La principale è che Genova è una città di sinistra, Milano e Cagliari erano roccaforti del berlusconismo. Qui non si tratta di conquistare, ma di riconquistare. Ma non è detto che sia più facile». Le primarie genovesi sono state lette anche come un segnale di disagio del popolo di centrosinistra nei confronti dell'appoggio al governo Monti. È così?
«Hanno detto che ho vinto perché criticavo il governo. È bene chiarire. Punto primo, ho accolto con enorme sollievo l'avvento di Monti al posto di Berlusconi. Punto secondo, c'è una bella differenza fra un governo di gente seria e competente e quello di prima, che faceva ridere il mondo. Punto terzo, non è che tutte le concrete azioni di Monti debbano essere condivise. Per esempio i tagli agli enti locali, alla rete dei trasporti, che erogano servizi utili, non li condivido. Ci sarebbero tanti altri sprechi da eliminare prima»
Suo padre Giorgio, quando era vice sindaco, fu l'unico in Italia ad abolire le auto blu. Lo farà anche lei?
«Nel lontano 1975. Era il Pci della questione morale. Non l'antipolitica. Sì, credo che servano anche questi segnali, eliminare i privilegi, prima di chiedere sacrifici a chi già fa molta fatica».

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