martedì 7 febbraio 2012

Il bello della mobilità - Oreste Pivetta sull'Unità

Nel più riposto angolo, in fondo a destra, nella pagina più interna di uno dei principali quotidiani italiani, risoluto sostenitore di qualsiasi riforma che abbia per obiettivo la distruzione dell’articolo diciotto, vissuto come infamante ostacolo a qualsiasi modernizzazione e, soprattutto, alla felicità della comunità italiana, ho letto una notizia, secondo la quale nel mese di gennaio 2012 sarebbero stati più di settemila i lavoratori messi in mobilità, in Lombardia. 
“Ovvero licenziati”, in Lombardia, si chiariva. Tanto perchè non sorgessero equivoci. Si aggiungeva che erano stati meno di seimila un anno fa, stesso mese. Meno di quattromila lo scorso dicembre. Si precisava che i dati erano della Cisl Lombardia. Per verifica ho controllato: la Cisl Lombardia riferiva proprio quei numeri, 7410 lavoratori in mobilità. “Ovvero licenziati”, si preoccupava di sottolineare anche il sindacato, correggendo la sensazione che la nostra modernità avesse già cancellato i licenziamenti a vantaggio di una astratta mobilità, che evoca sempre bei viaggi, autostrade sgombre, aerei nei cieli e magari quella vivacità che viene saltando di posto in posto, ora qui ora là, operai in tuta blu come ballerine della Scala. “Sei in mobilità” e via uno scatto d’orgoglio, di fiore in fiore. Commentava il sindacato: “un numero mai raggiunto in passato…”. 
Ho cercato di immaginarmi 7410 lavoratori licenziati, ovvero in mobilità, cioè in cammino per abbandonare un posto di lavoro, quello che avevano pensato come un posto fisso e che hanno scoperto noioso, come lo sono la maggior parte dei posti fissi: alla catena di montaggio ad avvitare bulloni, dietro un bancone ad accontentare clienti, a un tavolo a conteggiare bilanci. L’esercizio della creatività è riservato a pochi. Però, malgrado l’articolo diciotto, basta niente e via verso la mobilità nemica della noia. 
La regione più ricca d’Italia lo insegna: la sua porta principale, la stazione Centrale, s’annuncia per chi arriva con una torre imbandierata presidiata da settimane da un lavoratore dei treni letto, in mobilità naturalmente,
su un piattaforma di qualche metro quadro, a trenta metri di altezza, esposto ai quattro venti, vista panoramica, di là le montagne, sotto il multicolore popolo dei viaggiatori. Il nostro presidente del Consiglio ci ha spiegato l’altro giorno che l’Italia per rilanciarsi avrebbe bisogno di investimenti stranieri e che l’articolo diciotto rappresenta per gli investitori stranieri, dalla Cina o da Abu Dabi o dall’India o dalla Russia, uno spauracchio insuperabile.
Alcuni anni fa, nel corso del Workshop Ambrosetti, a Cernobbio (assiduamente frequentato dal professor Monti), venne presentata una ricerca del centro studi Siemens con Ambrosetti, non del sindacato ma di una azienda tedesca con un’azienda italiana che fa consulenza d’impresa, una ricerca per misurare l’”attrattività” del sistema Italia, metteva in fila come indici fondamentali: infrastrutture tecnologiche, infrastrutture di base (treni, ad esempio, e navi), scienza e tecnologia, la pubblica amministrazione (cioè l’indice di restrittività della regolamentazione amministrativa), scuola e formazione, la finanza, la pressione fiscale, la giustizia (la durata di un procedimento civile), la corruzione (cioè l’indice di corruzione percepito). 
Il senso? Non investo se l’amministrazione pubblica mi intralcia con la sua burocrazia,  se devo pagare troppe tasse e alle tasse devo aggiungere il pizzo alla camorra e la tangente all’assessore, se non trovo manodopera specializzata, se una eventuale controversia legale si trascina per anni ed anni, se non mi propongono incentivi, se i treni non marciano in orario. In una montagna di testi, di grafici, di statistiche, non ho trovato invece una sola riga dedicata all’articolo diciotto. Il primato di “attrattività” allora spettava alla Lombardia.

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