sabato 18 febbraio 2012

Il meccanismo è giusto, ma bisogna riorganizzarsi - Enrico Farinone su Europa

Non tutto il male viene per nuocere. Naturalmente se si è in grado di interpretare le lezioni della realtà. Così l’ennesimo schiaffo preso dai candidati democratici alle primarie di una grande città potrebbe rappresentare una salutare lezione, se solo se ne volesse trarre insegnamento. Mi limito qui a evidenziare una delle questioni che il Partito democratico dovrà ora affrontare e risolvere.
Lo strumento delle primarie è funzionale alla forte personalizzazione della politica. Alla costruzione di leadership. Il sindaco. Il premier. Il presidente. Il leader locale, così come quello nazionale è, per il periodo nel quale è al governo della città o del paese, anche il leader del proprio partito e finanche della coalizione che lo ha sostenuto. Non che il ruolo e le funzioni del partito scompaiano, ma sono oggettivamente limitati salvo poi riprendere quota in prossimità delle nuove elezioni, alla ricerca di un nuovo leader (nel caso in cui occorra sostituire, per i più vari motivi, quello precedente).
È lo schema americano, di fatto. Con le conseguenze inevitabili. Un partito nazionale frammentato in tanti potentati locali. Momenti – le primarie, appunto – di durissimo scontro interno che, essendo imperniato sulle persone, rischiano facilmente di scadere nella denigrazione del compagno di partito (che ovviamente verrà poi utilizzata contro il vincitore dal competitor del campo avverso). Un gruppo dirigente locale (e nazionale) conseguentemente diviso e portato a radicalizzare le posizioni, con la successiva difficoltà nel ricondurre poi il tutto ad una unità effettiva e, quel che più conta, convincente presso l’elettorato. Dall’altra parte, una effettiva mobilitazione elettorale di cittadini che legittima e regala forza al candidato che uscirà vincitore.
Una “modernità” maggiore, che ben si integra con i nuovi strumenti del comunicare attraverso la Rete, nel loro approccio semplificativo, spesso banalizzante, ma anche nella loro incontestabile rapidità e chiarezza. Ancora. Importanza del programma limitata, ancorché non del tutto rispetto a quella, fondamentale, delle
caratteristiche individuali del candidato. Importanza del progetto politico complessivo del partito lasciata sullo sfondo, oscurata, di nuovo, dalla personalità del candidato.
Anche allo stesso livello nazionale, nella logica dell’elezione di un premier col potere di nomina effettiva dei ministri e di scioglimento sostanziale del parlamento attraverso la decisione, se del caso, di anticipare le elezioni politiche (questione che rimanda, qui in Italia, a un cambiamento netto della Carta costituzionale). In un contesto del genere è chiaro che – senza voler ora approfondire, ma semplicemente limitandomi a una battuta, giusto per capirsi – è più funzionale il “partito leggero” di Veltroni che la “ditta” di Bersani. Si dice che l’atto costitutivo del Pd siano state le primarie. Sì.
Ma la volontà dei costituenti era quella di fondare un partito strutturato, ancorché non ridondante, o un partito a traino del leader di turno? Hanno avuto o no un senso anche il progetto, l’idea fondante, il percorso storico dell’Ulivo, la tanto oggi criticata questione dell’integrazione fra post-comunisti e cattolici democratici? O tutto questo deve essere oggi messo da parte in nome della necessità di interpretare meglio il sentimento antipartitico della maggioranza degli italiani? Il punto infatti è questo. Per tornare a un dialogo fecondo, a un rapporto di stima reciproca con i cittadini, i partiti, il partito “Pd”, che non a caso volle chiamarsi “partito” (e non Quercia e non Margherita, non Abete e non Tulipano), deve sostanzialmente inchinarsi alla visione leaderistica della politica e adeguarsi di conseguenza?
Quando Bersani sostiene che non metterà mai il suo nome sotto il simbolo del partito dice una cosa profonda: la politica ancora come gioco di squadra, il partito ancora come comunità umana unita da principi comuni, il partito come luogo di dibattito e di selezione della dirigenza. Ma questo è esattamente il contrario del meccanismo che le primarie attivano. È la scommessa sulla capacità dello strumento-partito di tornare a essere quello che i partiti popolari della Prima repubblica seppero essere, certo in un contesto sociale e politico (e anche tecnologico) assai diverso.
Il problema quindi – lascio questa affermazione come, spero, utile provocazione per decidere cosa fare, perché è certo, a mio avviso, che non si può proseguire come se nulla fosse accaduto – non è tanto “fare il tagliando” alle primarie, ché poi ci sarà sempre qualcuno lesto a urlare contro il loro sabotaggio. Il problema è decidere per il modello basato su di esse, e allora il Pd dovrà organizzarsi e strutturarsi anche mentalmente in un certo modo. O rischiare, coi tempi che corrono, per un’idea di partito più tradizionale e più in sintonia con chi pensa al partito anche come luogo di emozioni, passioni, analisi, riflessioni, decisioni assunte democraticamente in una sede interna plurale e libera.
Ma in questo secondo caso bisognerà cambiare molto, per far emergere a livello di gruppo dirigente così a Roma come nelle regioni e nelle singole realtà territoriali, i migliori per idealità, impegno, competenza, qualità umana, capacità di fare squadra, abilità comunicative. Insomma figure di leader veri, completi, non solo mediatici e soprattutto non baricentrati unicamente su sé medesimi, sulla propria carriera, sul proprio ego. Non selezionati per fedeltà al capo di turno, né per genere, né per età come al contrario ormai accade sempre più spesso: con i risultati che si stanno vedendo e che, ripeto, a questo punto non possono non imporre una riflessione di fondo. Avrà il Pd il coraggio per affrontarla?

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