venerdì 24 febbraio 2012

Il Pd voti sì solo con firma dei sindacati - Sergio D'Antoni su Europa

Qualche volta anche le migliori intenzioni portano sulle strade sbagliate. È il caso della deriva che sta prendendo la discussione pubblica sull’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Più che un dibattito, uno sterile referendum che si nutre di frasi fatte. L’articolo 18 non né un totem, né un tabù. È un riferimento che fino a oggi ha unito il mondo del lavoro senza mai essere messo in discussione dalle associazioni datoriali. Una norma che già non si applica al 90 per cento del sistema produttivo italiano, composto d imprese al di sotto dei 15 dipendenti, e che non ha mai impedito alle grandi aziende di ristrutturarsi in caso difficoltà economiche, come dimostrano decine di casi negli ultimi anni, a cominciare da Fiat.
Ridurre la riflessione pubblica a un plebiscito sul “licenziamento facile” significa, al di là delle intenzioni, compiere una operazione ideologica. Portare acqua, magari inconsapevolmente, al mulino di chi ha interesse a dividere la riconquistata unità del fronte sociale. In questa delicata fase bisogna sforzarsi a compiere l’operazione inversa. Dare completa fiducia alla trattativa in corso, lavorare per ricucire eventuali strappi. E non certo indebolirla con sterili dibattiti esterni. Siamo tutti tenuti a dare un contributo di responsabilità.
In materia di riforma del mercato del lavoro, occorre riconoscere la bontà del metodo concertativo, che negli anni ’90 ha già portato il paese fuori dal baratro. E convincersi che in poco tempo si può fare molto. Basta puntare i riflettori sui problemi giusti. Il paese ha bisogno di un grande patto per la crescita e la coesione nazionale. Serve pace sociale. Non c’è strada migliore per aprire la strada agli investimenti e a una
stagione di riforme eque, strutturali e durature.
Il traguardo deve essere un accordo che dia vita a una politica di sviluppo incentrata su una più equa distribuzione delle risorse tra aree geografiche e ceti sociali. E che ambisca a ridisegnare i pilastri di un welfare e di un capitalismo più solidale, stabile e responsabile. Un lavoro che deve cominciare necessariamente dalla ridefinizione univesalista del sistema degli ammortizzatori sociali. Vuol dire garantire copertura a tutte le forme contrattuali e onorare il lavoro iniziato a dicembre con la riforma del sistema pensionistico, ponendo le basi di un grande patto generazionale a favore delle giovani leve. Con coraggio e responsabilità il Partito democratico ha approvato quel provvedimento, che è il più coerente che si trovi in Europa.
Il governo deve ora realizzare il passo decisivo, portando a compimento un tavolo di reale collaborazione su obiettivi strategici comuni. Quanto al modello generale, bisogna saper guardare davvero alla Germania e ai due cardini del suo sviluppo: coesione geografica e democrazia economica. Due pilastri che rispondono, rispettivamente, all’esigenza di rilanciare il mercato interno e di aumentare, insieme, produttività e diritti del lavoro. Sul versante dell’integrazione socio-economica è sufficiente rievocare che la locomotiva d’Europa ha investito (bene) in venti anni nelle zone deboli dell’Est l’equivalente odierno di oltre 1500 miliardi di euro. Circa 75 miliardi l’anno.
L’Italia ha invece speso (male) nel Mezzogiorno 360 miliardi in 60 anni. Bisogna poi cogliere fino in fondo l’occasione della trattativa in corso, valutando l’introduzione di strumenti di democrazia economica e di partecipazione del lavoro nelle decisioni strategiche delle imprese. È questo il momento di agire insieme, in un contesto di responsabile cooperazione e di totale rispetto della autonomia delle parti sociali. Ecco perché il Partito democratico deve impegnarsi in questa fase a votare solo una riforma pienamente condivisa dalle parti sociali. In caso contrario, a mio giudizio, non deve esitare a votare contro.

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