venerdì 17 febbraio 2012

Innovazione, la ricetta della Ue per la crescita "Un milione di posti di lavoro nella ricerca" - Rosaria Amato

Una "Unione dell'innovazione in cui imprese innovative in rapida crescita prospereranno e creeranno nuovi posti di lavoro ad elevato valore aggiunto e dove l'innovazione proporrà prodotti e soluzioni in risposta ai bisogni e alle attese della società". In tempi di crisi, mentre Eurostat ci aggiorna sullo stato della recessione 1, piombata su diversi Paesi Ue, la Commissione Europea lancia ancora una volta la sfida dell'innovazione, proponendo gli investimenti in ricerca e sviluppo come "un importante motore di crescita e uno stimolo alle idee innovative per il futuro dell'Europa".
In effetti il quadro che emerge dall'ultima edizione della "Relazione sulla competitività dell'Unione dell'innovazione", l'analisi dello stato della ricerca e sviluppo nella Ue-27 appena pubblicata dalla Commissione, non è proprio dei migliori. L'obiettivo prioritario della strategia "Europa 2020" di un investimento del 3% del Pil in ricerca e sviluppo appare ancora lontano, anche se non utopistico: siamo passati da una media Ue dell'1,85% del Pil nel 2007 a una percentuale del 2,01% nel 2009.
La Cina ci supererà nel 2014. Nel frattempo, però, ricordano gli analisti europei, le altre aree del mondo sono andate avanti, molto più spedite rispetto ai ritmi del Vecchio Continente. Fra il 1995 e il 2008 il totale di investimenti nella ricerca in termini reali nella Ue è aumentato del 50%. Nello stesso periodo gli investimenti negli Stati Uniti sono cresciuti però del 60%, nei quattro Paesi a maggiore intensità di conoscenze dell'Asia (Giappone, Corea del Sud, Singapore e Taiwan) hanno registrato un aumento del 75%, nei Paesi Brics (Brasile, Russia, India e Sudafrica) del 145%, con la Cina che però vanta una crescita dell'855%. "Ne deriva che una quota sempre maggiore di attività di R&S nel mondo avviene fuori
dall'Europa", si legge nel rapporto. Il Vecchio Continente ha perso quote importanti infatti negli ultimi anni: nel 2008 meno di un quarto (24%) del totale della spesa di R&S mondiale ha interessato la Ue, contro il 29% nel 1995. La Cina supererà l'intera Ue entro il 2014 per volumi di spesa in ricerca e sviluppo.
I punti di forza della Ue. Però non tutto è perduto, assicura la Commissione. Intanto l'Europa ha un punto di forza non trascurabile nelle risorse umane: nel 2008 nell'Unione Europea vi erano 1,5 milioni di ricercatori a tempo pieno, contro 1,4 milioni negli Stati Uniti e 0,71 in Giappone. Certo, la Cina ci ha già superati: nel 2008 era già a quota 1,6 milioni. L'Europa potrà farcela, secondo gli esperti di Bruxelles, se riuscirà a "creare almeno un milione di nuovi posti di lavoro nella ricerca". Una prospettiva entusiasmante per i giovani europei, afflitti dalle scarse prospettive congiunturali e dalla crescente disoccupazione. In particolare, dovranno però aumentare le disponibilità del settore privato, precisa il rapporto. Infatti più della metà dei ricercatori della Ue appartengono al settore pubblico e solo il 46% a quello privato, contro il 69% in Cina, il 73% in Giappone e l'80% negli Stati Uniti.
Il confronto con gli Stati Uniti. Un passo in avanti del settore privato permetterebbe di utilizzare l'ampio numero di laureati in discipline scientifiche e ingegneria: la Ue ne produce ogni anno più di 940.000, con un tasso annuale di aumento del 4,9% registrato a partire dal 2000. Inoltre l'Unione europea sforna "quasi il doppio dei dottorati rilasciati negli Stati Uniti". Per laureati e dottorandi però il Vecchio Continente spende pochissimo, molto meno degli Stati Uniti, "con il risultato di privilegiare la quantità sulla qualità e rischiare così di deludere le attese delle imprese". E quindi gli studiosi statunitensi mettono a segno risultati più brillanti: il 15,3% di pubblicazioni statunitensi appartiene al 10% di pubblicazioni più citate nel mondo, per l'Europa la percentuale è recentemente arrivata all'11,6%, al di sopra della media mondiale del 10%, ma ancora lontana dal primato Usa.
Un'Europa divisa in due. L'Europa è indietro anche nel numero dei brevetti: Giappone e Corea del Sud praticamente la doppiano. E infine le piccole e medie imrpese europee sono sicuramente innovative, ma spendono ancora poco in ricerca e sviluppo. Anche se bisogna fare dei distinguo: nel 2007 la spesa in R&S delle PMI ha rappresentato lo 0,25% del Pil nella Ue, contro lo 0,25% del Pil negli Stati Uniti, ma in Danimarca, Finlandia, Belgio, Austria e Svezia si supera lo 0,5% del Pil. In effetti, "i fatti mostrano che il contesto per la ricerca e l'innovazione delle imprese è molto differente da uno Stato membro all'altro. I Paesi del Nord Europa occupano sistematicamente i primi posti per svariati indicatori, mentre i nuovi Stati membri tendono a concentrarsi nelle posizioni più basse di tali classifiche".
L'Italia sotto la media Ue. In un'Europa che stenta a tenere il passo con Paesi di consolidata tradizione nell'innovazione come gli Stati Uniti e che emergono sempre più rapidamente come la Cina e la Corea del Sud, l'Italia si colloca in una posizione ancora più di retroguardia. A fronte infatti di una media europea di investimenti in ricerca e sviluppo che supera di pochissimo il 2% del Pil nel 2009, il tasso italiano si ferma ad appena l'1,27% del Pil. E quindi l'obiettivo per il 2020 è dell'1,53%, un tasso "raggiungibile", commentano gli analisti europei, ma certamente "non ambizioso".
"Innovatore moderato", come la Grecia. L'Italia si posiziona dunque in ambito europeo come un "innovatore moderato", sia per le debolezze del settore pubblico, che stenta a modernizzarsi, che di quello industriale, in particolare il comparto ad alto contenuto tecnologico, "non a caso insieme a Grecia, Portogallo, e Spagna", osserva Andrea Filippetti, ricercatore CNR-Issirfa, esperto di economia e politica dell'innovazione e globalizzazione. "Questi indicatori catturano fenomeni strutturali che sono alla base anche della crisi in Europa. - prosegue Filippetti - Per l'Italia, guardando i numeri ci si chiede non perché le imprese non siano innovative, ma come facciano a rimanere competitve in molti settori esposti al commercio internazionale, in un contesto in cui il Paese è indietro nel capitale umano, nella spesa in R&S del settore pubblico, nel venture capital. Eppure in un contesto difficile, quasi avverso, le PMI cercano di restare competitive anche grazie a buone performance in innovazione".
I troppi punti deboli. In Italia ci sono anche pochi laureati: il livello della popolazione con "educazione terziaria" raggiunge appena l'11,6% contro la media europea del 22,8%; la partecipazione a programmi di "life-long learning" (istruzione e aggiornamento che accompagnano l'intera vita lavorativa) riguarda appena il 6,8% della popolazione, contro una media europea del 9,8%. Inutile inoltre ricordare che "il numero di ricercatori stranieri che scelgono l'Italia per sviluppare le loro ricerche è inferiore al numero di ricercatori italiani che scelgono di lavorare all'estero" (una considerazione che sembra quasi ingenua, se si guarda allo sconsolante panorama della ricerca italiana).
E i pochi elementi di vantaggio. Tuttavia, l'Italia vanta una presenza non trascurabile nell'ambito del 10% delle "pubblicazioni scientifiche più citate al mondo", superiore alla media Ue. Inoltre "il contributo positivo dei prodotti high-tech alla bilancia commerciale" mostrano il potenziale del Paese, che potrebbe ottenere notevoli benefici economici a fronte di sforzi adeguati. Non aiutano certo le dimensioni eccessivamente ridotte delle PMI italiane, e il loro scarso tasso di sopravvivenza negli anni. Per ottenere risultati migliori, per diventare competitivi nella ricerca, suggerisce Filippetti, non basta un ritocco qua e là, occorre piuttosto "eliminare i compartimenti stagni tra le politiche, e considerare le connessioni tra mercato del lavoro, ricerca e università, e innovazione. Queste tipologie di istituzioni sono fortemente complementari. Ad esempio, se si introduce competitività tra università, allora bisogna al contempo affrontare il problema della mobilità degli studenti, del mercato degli affitti, dei campus. In sintesi queste politiche funzionano per combinato disposto, riformare un ambito senza pensare agli effetti sugli altri contesti rischia di essere controproducente".

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