sabato 18 febbraio 2012

Io, moglie di un’altra famiglia - Tiziana Ragni su Europa

Cara onorevole Binetti, dopo un iter travagliato che manco la scrittura della Carta costituzionale richiese, pare che la proposta sul cosiddetto divorzio breve sia di nuovo sui banchi della commissione giustizia della camera: non più tre anni dalla separazione per ottenere il divorzio ma uno quando non si hanno figli e due se ci sono figli minori. Lei si è opposta: due anni per i senza prole, tre per gli altri. Respinta con perdite. 
Ma mi ha colpita la sua motivazione: «Bisogna dare un segnale di tutela dei minori e un segnale alla società per dimostrare che la famiglia è una cosa seria». E ci mancherebbe altro. Però vediamo se davvero la famiglia è una cosa seria. Dunque, perdoni il caso personale: io cattolica, sposata in Chiesa, catechista, timorata di Dio (ma pure di lei, eh) dopo sedici anni certifico il fallimento del progetto che credevo eterno. 
Lo certifichiamo reciprocamente, con onestà e civiltà. Ci separiamo legalmente: ma, vede, nonostante un’udienza in tribunale e una sentenza io resterò ancora moglie di mio marito per altri tre anni fino al divorzio. Moglie di quello stesso uomo che, a fine udienza, mi ha informata di avere già un’altra compagna e un figlio. E dunque io oggi sono la moglie di un’altra famiglia. Per i prossimi tre anni, mentre mio marito si dedicherà alla famiglia (quell’altra), è invece a lui che io dovrò chiedere il permesso se dovrò rifare il passaporto (tanto per dirgliene una) e lui, che di figli da me non ne ha avuti, resta mio erede universale, avrebbe diritto alla mia liquidazione qualora ne avessi una e a diventare proprietario di qualsiasi cosa mi appartenesse. Quindi, in linea di massima, io resto sposata a un’altra famiglia e lui a un asse ereditario. 
Ora io le chiedo: perché? E, passato un primo momento di comprensibile smarrimento in cui avrei voluto solo passargli sopra con un Tir, chiedo anche: perché mio marito, per i prossimi tre anni, non potrà sposare, se lo volesse, la madre di suo figlio? E perché questo bambino per i prossimi tre anni non avrà diritto a
essere tutelato come lo sono i figli di genitori sposati? Lo chiedo, da cattolica, prima di tutto a lei e ai cattolici seduti in parlamento: non ritenete che sarebbe stato opportuno occuparvi da tempo di qualcosa di “breve” che però non era il processo ma il divorzio?
A cosa servono, quando non ci sono figli, questi tre anni? A un eventuale ripensamento, a calmierare i divorzi facili, a tutelare la famiglia, lei mi dice anche oggi. Ma santo cielo, se davvero mio marito ci ripensasse quale famiglia danneggerebbe di più? Quella formata dalla legittima moglie (che sarà pure piccola, sola e ormai spiritualmente apolide ma sta benissimo così) o una nuova famiglia, invisibile per lo stato ma determinante per quel bambino? Sono cattolica: venti anni tra volontariato e movimenti ecclesiali, dieci da catechista e da animatrice negli oratori. 
Lo sono abbastanza per dire che non mi sento affatto minacciata dalle battaglie dei laici quanto piuttosto dai comportamenti diseducativi e purtroppo spesso inqualificabili di tanti difensori dei valori cattolici? Lei, che di quest’ultima categoria per fortuna non fa parte, potrebbe buttare un occhio anche a quell’altro tipo di scorciatoia, di chi predica bene e razzola malissimo?

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