mercoledì 22 febbraio 2012

La cura ricostituente - Paolo Giaretta su Europa

Paolo Giaretta Senatore PD
Il Pd è un partito riformista. È nato per questo. Noi siamo quelli delle “lenzuolate”. Alle lenzuolate di Bersani (e il Pd non c’era ancora) si deve il punto più alto di consenso nell’opinione pubblica nella breve esperienza del governo Prodi 2. E naturalmente c’è stata la mobilitazione contraria degli interessi toccati. Per questo con i nostri emendamenti al decreto liberalizzazioni abbiamo segnalato che vogliamo andare avanti su questa strada. Sostenendo il governo ed in alcuni casi chiedendo passi più coraggiosi.
Buone liberalizzazioni sono una buona cura ricostituente per il paese. Effetti ricostituenti di lungo periodo per la competitività. Ma più tardi si inizia, più tardi si ottengono gli effetti.
Anche nell’immediato: per i consumatori e pure per la finanza pubblica, perché nelle decisioni d’acquisto dei titoli di stato a lunga scadenza gli investitori valutano anche come sarà il paese negli anni di scadenza dei titoli. Buone liberalizzazioni sono quelle che si pongono dalla parte del consumatore. Perché possa avere migliori servizi ad un prezzo inferiore, maggior libertà di scelta. Quelle che offrono una apertura di mercati protetti, di aree di monopolio, di ingiustificata esclusiva, offrendo occasioni di lavoro, particolarmente ai giovani che entrano in settori che si aprono. L’apertura delle parafarmacia consentite dalla prima lenzuolata Bersani, ad esempio, ha offerto oltre 6.000 posti di lavoro a giovani farmacisti.
Quelle che guardano alla vitalità delle aziende, offrendo nuovi mercati e nuove opportunità di lavoro. Ad esempio la liberalizzazione del commercio del ’98 ha creato certamente problemi agli esercizi marginali, ma ha consentito alla parte più dinamica di reggere meglio la concorrenza della grande distribuzione.
Quelle che si muovono con equilibrio, agendo sulle diverse parti delle filiere produttive e delle aree commerciali. Gli emendamenti al decreto sono tanti, ma non sono tutti eguali. Accanto a quelli che vogliono
conservare e, se possibile, fare passi indietro ce ne sono molti (e non solo del Pd) che vogliono invece rafforzare la proposta del governo, dove sia stata troppo timida o dove le soluzioni appaiono troppo astratte.
Pensiamo al settore dei taxi. A Roma non ci siamo. La congiunzione di una amministrazione comunale incapace con una categoria particolarmente arretrata ha prodotto il ben noto disservizio. E però non tutta l’Italia è Roma. In altre aree idee chiare delle amministrazioni locali, investimenti tecnologici degli operatori, idee innovative danno standard di servizio superiori a quelli di altre città europee. Per risolvere il bubbone di Roma, il governo pensa di espropriare i comuni delle competenze in materia affidandole all’Autorità dei trasporti.
Ottimo e condivisibile l’obiettivo, discutibile il mezzo. Perché il servizio taxi è una parte delle possibili politiche del trasporto locale ed occorre che il comune abbia in mano tutti gli strumenti di programmazione, compreso la contrattazione con la categoria per accentuare le prestazioni aggiuntive, l’integrazione con il trasporto collettivo, la politica delle tariffe, ecc.
Si possono avere più licenze, ma se non c’è un numero sufficiente di corsie riservate il risultato per il consumatore non cambia. Così proponiamo che l’Autorità abbia un compito di monitoraggio della qualità del servizio, di segnalazione ai comuni deficitari, con la possibilità di un potere sostitutivo nei confronti dei comuni inadempienti. È solo un esempio di come l’esame parlamentare possa difendere l’impostazione liberalizzatrice del governo, migliorandola e rendendola concretamente operativa.
Perché non c’è dubbio che le liberalizzazioni che hanno successo sono quelle che possono camminare con una alleanza virtuosa tra norme chiare, poteri locali coinvolti, parte più innovativa dei mondi professionali. Così possiamo veramente cambiare gli italiani, come si ripromette Monti. Lo diceva il marchese Massimo D’Azeglio: «Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani». Ma poi, più tardi, pensando ai ritardi della borghesia e della burocrazia, il marchese annotava: «Gl’Italiani hanno voluto far un’Italia nuova, e loro rimanere gl’Italiani vecchi di prima». Noi del Pd vorremmo evitarlo.

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