venerdì 17 febbraio 2012

La faticosa trasparenza sui redditi dei ministri - Gian Antonio Stella su Corriere della Sera

Che fatica, la trasparenza. La riluttanza con cui tanti esponenti del governo Monti, così spicci su altre cose, hanno percorso scalciando il cammino verso la diffusione online dei patrimoni fino a sforare i termini e a costringere il premier a dare loro un ultimatum e una proroga fino a martedì, la dice lunga sulla strada ancora da fare. Non è così, da altre parti. Ce lo dicono esempi come il sito di David Cameron dove è annotato non solo che come «leader del partito conservatore» è membro onorario del «Carlton Club» (un benefit da 1.125 sterline l'anno) ma che il personal trainer Matt Roberts (difficile, per il premier, rispettare gli orari delle palestre) gli ha fatto omaggio di 25 sedute di allenamento, che lui ha ripagato donando ad una associazione benefica 3.250 sterline.
Ce lo dice l' Open Budget Index, lo studio dei bilanci curato dall'International Budget Partnership che, analizzando l'accessibilità a otto documenti fondamentali, stila una classifica dei Paesi più o meno trasparenti. Nell'ultima (2010) che vede svettare in ordine Sud Africa, Nuova Zelanda, Regno Unito, Francia, Norvegia, Svezia e Stati Uniti, l'Italia è indietro. E viene dopo perfino Paesi come lo Sri Lanka, l'India, la Russia, la Mongolia o la Romania.
Una questione di cultura e tradizioni? Anche. Per molto tempo, da noi, i cittadini sono stati considerati da chi governava, fossero i Savoia o il Duce o altri ancora, come un po' meno cittadini di quelli di altri Paesi. La stessa Chiesa, come si sono incaricati di dimostrare alcuni episodi recenti quali i rapporti oscuri dello Ior raccontati da Gianluigi Nuzzi in Vaticano S.p.A. sulla base dell'archivio del sacerdote Renato Dardozzi, arranca faticosamente sulla strada della trasparenza.
L'idea che il denaro sia lo sterco del diavolo, condivisa a lungo da comunisti e cattolici, ha fatto sì che
fossero vissute come provocatorie vanità molto yankee come quella di Silvio Berlusconi (peraltro meno trasparente sulle società anonime) nel definirsi «un tycoon da six billion dollars ». Insomma, le tradizioni «opache» pesano senz'altro. Il guaio è che, anno dopo anno, via via che negli altri Paesi occidentali cresceva il rispetto per il diritto dei cittadini a sapere com'è amministrato il «loro» denaro, fino al punto di spingere la regina Elisabetta a rivelare online perfino quante bottiglie ha in cantina e quanto valgono, la storica ritrosia alla trasparenza della nostra politica è apparsa sempre più insopportabile. Perché mai, se in America sono sul sito dell' authority che vigila su Wall Street (www.sec.gov) le prebende incassate dai grandi manager di Merrill Lynch o Viacom, da noi dovrebbero essere soggette a privacy le retribuzioni di chi guida società miste con dentro soldi pubblici?
Perché un italiano dovrebbe ignorare il nome di chi regala coperto dall'anonimato fino a 50 mila euro (in cambio di cosa?) a un partito, se David Cameron «deve» per legge segnalare agli inglesi di avere ricevuto 1.250 sterline (tutto pubblico, sul sito) dal marchese di Headfort? Perché da noi i voli blu pagati dai contribuenti dovrebbero essere coperti dal segreto (che Mario Monti ha finora lasciato intatto) se nel Regno Unito è tutto sul web dal 1997, volo per volo, passeggero per passeggero? E non sono segretati solo i voli di Stato, da noi. Come ha denunciato la Corte dei Conti, vengono coperti dal comodo timbro « top secret » perfino certi servizi di pulizia o di lavanderia che finiscono per essere sottratti a ogni forma di controllo. Tanto che i magistrati contabili sono stati costretti a ricordare che anche in quei casi, salvo eccezioni, valgono esattamente le regole per gli appalti imposte al resto del comparto pubblico.
Le cronache sono piene di esempi sconcertanti. Come certi decreti di spesa della Regione Calabria che perfino nei bollettini ufficiali vedono alla voce «destinatario» la parola «omissis». O come certi rendiconti ufficiali della Regione Sicilia dove nelle tabelle più importanti manca la casella degli anni precedenti, così che nessuno possa fare dei confronti e magari scandalizzarsi. O come certi bilanci mostruosi quali quello di previsione del Comune di Roma per il 2010: 1.779 pagine in burocratese stretto, praticamente inespugnabili.
Lo stesso bilancio di Palazzo Chigi (rintracciabile solo sul sito della Gazzetta Ufficiale e solo da navigatori esperti e assai pazienti) contiene voci oscure a chi non faccia il commercialista o non sia esperto di amministrazione pubblica. Ce n'è una, molto ricca (50 milioni) che si chiama «Fondo unico di presidenza». Cosa sarà? Dai e dai, dopo avere posto mille volte la domanda, arriva dal sindacato interno la risposta: sono soldi che servono per i «salari accessori» dei dipendenti. Se è così, perché tanta vaghezza? Come può un cittadino capire? Boh...
«Chi accetta un ruolo importante nella società», ha detto a Radio Vaticana Antonio Maria Baggio, «deve "rassegnarsi" per il bene della democrazia e della funzione di controllo, a vedere la propria privacy ridotta». Ma la battaglia della radicale Rita Bernardini e degli animatori del sito «Openpolis» per spingere deputati e senatori a mettere online le loro dichiarazioni patrimoniali, è andata finora così così.
Ieri sera, avevano fatto il passo in 224 su 945: meno di uno su quattro. Gli altri preferiscono attaccarsi alla lettera alla legge depositando solo la dichiarazione cartacea. Sapendo che la consultazione, tra le scartoffie di un ufficio apposito, è così complicata e ottocentesca (proibito fotocopiare, proibito fotografare, proibito registrare...) da scoraggiare ogni cittadino che non abbia la pazienza di Giobbe. Vuoi la trasparenza? Te la faccio sudare...

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