lunedì 13 febbraio 2012

La fragilità degli agricoltori contro i big dei supermarket - Carlo Petrini su Repubblica

Carlo Petrini
Il decreto liberalizzazioni porta con sé due questioni che si stanno dibattendo e che possono diventare molto rilevanti per il futuro della nostra agricoltura. Dico subito che una va appoggiata tout court, mentre l´altra va emendata e cambiata a partire dal suo principio fondante. La prima (art. 62) riguarda la "disciplina delle relazioni commerciali in materia di cessione di prodotti agricoli e agroalimentari"; la seconda invece (art. 66) la "dismissione di terreni demaniali agricoli e a vocazione agricola". Nel primo caso siamo di fronte alla proposta di obbligare chi commercia in prodotti agricoli e alimentari a scrivere – e dettagliare anche con i prezzi reali – tutti i contratti che stipula. Ma soprattutto ci sarà l´obbligo di pagare i prodotti deperibili entro 30 giorni. 
Da un lato quindi una grande operazione di trasparenza nella filiera utile anche al consumatore finale, e dall´altra una sacrosanta garanzia di giustizia nei confronti degli agricoltori che, ad oggi, per vendere i loro prodotti devono subire gabole e lacciuoli, sconti imposti a mo´ di "premio", listing fee (una sorta di tangente per aver i loro prodotti sugli scaffali), penali per presunti difetti di merce e un pagamento che di solito si allunga anche fino a 90 giorni, quando nel frattempo in campagna passa il tempo di un cambio di stagione. Da questo punto di vista il decreto crea un problema alla grande distribuzione organizzata, troppo ben abituata, la quale si vedrà costretta a pagare subito (dal punto di vista finanziario la cosa è molto rilevante, visti i giri d´affari) e seguendo contratti che, tra l´altro, ci aiuteranno a capire meglio la formazione dei prezzi. Ovviamente la cosa ha generato una levata di scudi tra queste grandi compagnie, ma credo che debbano mettersi il cuore in pace. 
Primo perché questa disposizione è la prima che recepisce delle direttive comunitarie che se non ora, dovranno comunque essere messe in pratica; secondo perché il resto d´Europa intanto non si comporta certo come noi. Senza fare nomi, la stessa cooperativa conferente di frutta e verdura a un grande gruppo
multinazionale, in Italia è costretta a praticare uno "sconto" dell´8% vedendosi pagare dopo 60 giorni; in Francia invece non ha sconti imposti e riceve i soldi entro 30 giorni. Inoltre va detto che la grande distribuzione non batte ciglio quando deve pagare il prodotto non deperibile di una multinazionale (come una lattina di una bibita) entro 15 giorni: pare giusto che ci sia un trattamento equo anche nei confronti della nostra agricoltura, che è sempre più in difficoltà.
Del resto è facile fare i deboli con i forti e i forti con i deboli, ma credo che i distributori siano pur sempre consapevoli di poter mantenere il coltello dalla parte del manico, perché siamo comunque di fronte a un patto iniquo, in cui si trovano di fronte un soggetto che "può" comprare e un soggetto che "deve" vendere. Sull´articolo 66 invece bisogna che i nostri parlamentari si impegnino in un cambiamento sostanziale, perché i nostri terreni fertili correrebbero dei rischi troppo grandi. In poche parole, liberalizziamo il diritto di coltivare i terreni e non la loro proprietà: non vendiamo (o "alieniamo", o "dismettiamo") i terreni demaniali a vocazione agricola, ma piuttosto diamoli in affitto. Causa crisi, con l´art. 66 del Decreto Liberalizzazioni si propone di vendere i terreni pubblici su cui fare agricoltura: si è pensato che in questo modo lo Stato possa incassare subito (si parla di 6 miliardi di euro) e intanto si possa dare impulso all´agricoltura, concedendo prelazione di acquisto delle terre ai giovani. 
Sulla carta l´idea di dismettere i terreni demaniali a favore dei giovani potrebbe anche funzionare. Ma a pensarci bene, in pratica no: martedì scorso un folto gruppo di associazioni e coltivatori (tredici, tra cui Aiab, Legambiente, Libera e Slow Food) ha manifestato a Montecitorio per chiedere al Senato di emendare l´articolo 66 sostituendo nel testo le parole "vendita" e "acquisto" con "affitto". Sarebbe un´operazione di grande buon senso, che, dicevo, scongiurerebbe alcuni percoli. Il rischio è che su questi terreni si gettino a capofitto multinazionali o grandi corporations, sempre più affamate di terra per fare cibo industriale o produrre energia a scapito del cibo. Del resto il fenomeno del land grabbing nei Paesi poveri è ormai sotto gli occhi di tutti: la terra fertile sta diventando un bene quanto mai raro e prezioso. Inoltre si rischia di accentuare la concentrazione della terra agricola italiana nelle mani di pochi: mentre negli ultimi 10 anni essa è diminuita di 300mila ettari, le aziende si sono ridotte a un terzo, ma aumentando di molto le loro dimensioni medie. 
Per le caratteristiche del territorio italiano, la sua cura e la sua produzione è meglio che restino il più possibile nelle mani di tante realtà medio-piccole, attrici di un´agricoltura più sostenibile e ben radicata nel suo contesto. A voler pensare male poi, ci potrebbe anche essere il pericolo che queste vendite diventino un gran serbatoio per riciclare denaro sporco da parte della criminalità organizzata. E chi ci garantisce che dopo qualche anno non parta un´edificazione selvaggia? Con la formula dell´affitto, sempre dando prelazione ai giovani, si otterrebbe il duplice vantaggio di assegnare le terre demaniali agricole a nuove realtà imprenditoriali e di non dismettere un bene comune come la terra fertile che rimarrebbe nelle mani dello Stato e al tempo stesso avrebbe chi se ne prende cura. 
Gli introiti sarebbero spalmati negli anni, ma anche garantiti per lungo tempo, mentre l´attività agricola garantirebbe stimolo all´economia e nuove entrate allo Stato con l´Iva sui prodotti venduti e nuovi oneri previdenziali. Le commissioni parlamentari stanno già lavorando sul decreto liberalizzazioni: per favore, non svendiamo la terra dello Stato, ma facciamo in modo che vada nelle mani di chi è capace di curarla, anche nell´interesse di tutti. Sono quegli agricoltori che rivendicano il giusto diritto di essere pagati in tempi ragionevoli e con contratti chiari e trasparenti: rispettiamoli di più.

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