martedì 7 febbraio 2012

Lavoro, l’accordo possibile - Pier Paolo Baretta su Europa

Pier Paolo Baretta
Stabilire – come sembra voler fare il ministro Fornero – che un negoziato, tanto più della portata strategica di quello aperto sul mercato del lavoro, deve concludersi a una scadenza predefinita e, per giunta, ravvicinata, altrimenti il governo decide da solo, è la strada più sicura per il suo fallimento. Non perché ogni lungaggine sia giustificata, in nome di riti talvolta logori e che è bene modernizzare, ma perché la costruzione del consenso è un valore che va perseguito senza riserve mentali o procedurali. Il governo tecnico (se vogliamo ancora ostinarci a definire così Monti e la sua squadra) è, pur sempre, espressione di una maggioranza parlamentare, per quanto anomala e provvisoria, dunque... un governo democratico. E il... governo democratico delle moderne societa complesse ha bisogno, proprio perché la sfida della “ricostruzione” è difficile, del coinvolgimento dei grandi soggetti politici e sociali. Né Monti né la Fornero, inoltre, sono in grado (e, fortunatamente, non vogliono) dividere i sindacati, la cui ritrovata unità, per quanto ancor fragile, è un valore aggiunto. Per questo il Partito democratico fa il tifo per l’accordo tra governo e parti sociali, quale tassello di un più ampio patto per la crescita che stiamo faticosamente provando e realizzare e lo sosterrà in parlamento, anche se si discostasse, in qualche sua parte, dalle nostre opinioni; ma contrasterà, in caso di fallimento della trattativa, ogni tentativo di decisioni unilaterali del governo. Ovviamente, i primi che debbono far valere questo approccio costruttivo sono i sindacati stessi, infilando diritti la strada del negoziato e proponendo vie di uscita sui punti più controversi. A cominciare dalla emergenza occupazionale causata dalla crisi che perdura e occuperà tutto il 2012. Per questo abbiamo insistito sia nella manovra di dicembre che nel milleproroghe (e così continueremo a fare in senato) per coprire i “buchi” causati dalla assenza di gradualità della nuova riforma delle pensioni. Non solo. Servirà anche una nuova “copertura” per tamponare le falle delle ristrutturazioni industriali, ma sarà bene non
riempirsi soltanto di cassa integrazione ed avviare già la riforma degli ammortizzatori sociali. Il che significa anche definire una nuova rete di tutele e diritti, alcuni dei quali, essenziali ed universali, (quali, ad esempio la maternità, la malattia ed il riposo) vanno ormai sottratti alla specifica condizione professionale e contrattuale (dunque, anche, dai contratti di categoria, che andrebbero drasticamente ridotti!) ed assurti a norma generale, esigibile dal cittadino lavoratore in ogni situazione di lavoro si trovi ad operare. Ci vorranno ingenti risorse per far fronte a questo programma. Certo, la via principale per trovarle è la crescita, ma mentre la implementiamo dobbiamo far i conti con le attuali difficoltà finanziarie. Ecco che lo snodo della riforma fiscale ed assistenziale, che il governo Monti ha ereditato da Tremonti ed ha sminato con la controclausola di salvaguardia dell’Iva, che scatterà tra qualche mese, potrà, al contrario (con i suoi 226 miliardi di valore complessivo e le 700 voci disponibili), costituire l’occasione per recuperare una parte delle risorse necessarie da finalizzare a questo progetto. Coerente con questo approccio è la esigenza, urgente, di semplificare le figure professionali. Siano 40 o solo 15 sono sempre troppe. Apprendistato come veicolo principale di ingresso e stagionalità come esigenza misurabile della flessibilità del lavoro possono fare da contorno alla figura prevalente di lavoratore a tempo indeterminato. Questa drastica riduzione consente, finalmente, di ottenere una chiarezza utile a distinguere tra flessibilità e precarietà. Persino il presidente del consiglio è caduto nella trappola lessicale, quando ha parlato di «monotonia del posto fisso». Nessuno è contrario alla mobilità: il giovane non si spaventa a cambiare. Il problema è la stabilità, ovvero che il lavoro che fai ti dia tutele e garanzie. Oggi non è così. Oggi non si passa da un lavoro stabile ad un altro lavoro stabile, perché il mercato del lavoro chiede mobilità; oggi si passa da un contratto precario ad un altro precario perché i costi rendono conveniente questa instabilità. Ecco perché la battuta di Monti è sbagliata. Se poi pensiamo che in molte delle proposte in campo è prevista una flessibilità in entrata che arriva ad un allungamento del “periodo di prova” fino a 36 mesi ci rendiamo conto del notevole passo in avanti, in termini di flessibilità, disponibile sul tavolo del negoziato che il governo farebbe bene a non snobbare. Ma una semplificazione di questa portata va sostenuta anche con l’unificazione dei contributi previdenziali, che è un pezzo che manca (assieme al superamento del ricongiungimento oneroso e ad una maggiore flessibilità in uscita) della riforma previdenziale di dicembre. E, a proposito di flessibilità in uscita, ecco la questione dell’articolo 18: non si tratta di un tabù, ma di conoscenza. Infatti, di cosa parliamo? Di licenziamenti individuali. Non per discriminazione (che nessuno propone), non per giusta causa, perché esiste già. Resta, come sostengono alcuni, la motivazione economica. Ebbene, cosa impedisce che in questa fattispecie si applichino anche ad un singolo lavoratore le tutele previste dalla 223? Inoltre, se affrontiamo di petto la vera questione che angustia ogni datore di lavoro che ha aperto una procedura di licenziamento ovvero le calende greche delle sentenze e le contingentiamo in tempi certi, avremo, di fatto, sminato il punto più ostico del confronto. Si delinea, dall’insieme di questi elementi, un quadro indubbiamente complesso e pieno di difficoltà, ma anche una trama che può consentire il raggiungimento di un’intesa. C’è da augurarsi che la valutazione che tutti gli attori hanno della importanza di un risultato condiviso non venga offuscata da approcci troppo parziali. Ricordandoci, tutti, che nei momenti più difficili della sua storia economica ed anche politica, da ultimo nel ’92-’93, il paese ha trovato nel patto sociale la chiave di volta per ripartire.

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