lunedì 6 febbraio 2012

Lavoro più flessibile, i numeri in gioco - Raffaella Polato su Corriere della Sera

La spina dorsale dell'economia italiana, si dice. La sua forza. Per certi aspetti però - inevitabilmente, nell'era della globalizzazione - anche la sua debolezza. La Repubblica fondata sul lavoro, come recita la nostra Costituzione, quel lavoro lo fonda poi soprattutto sulla piccola, anzi piccolissima impresa. E se soffre l'una - più delle medie e grandi aziende, perché prima e più di loro paga alla recessione il conto della stretta creditizia - soffre l'altro. Pur se non si vede: numeri infinitesimali, troppo, per «bucare» - presi singolarmente - il video dei servizi tv. O la stessa soglia di visibilità sindacale, spesso. Anche adesso, anche mentre infuria la guerra sull'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Tornato ancor più prepotentemente al centro della scena dopo l'ultimo «rilancio» di Mario Monti: «Scoraggia gli investimenti. Frena la crescita».
Dunque, riforma sul tavolo. Entro marzo. Perché l'articolo 18 «non può essere un tabù», come disse per prima Elsa Fornero. E a partire forse - ammesso che non si vada a un'abolizione tout court - dai ragionamenti già fatti in quei giorni: innalzamento del «tetto di minor tutela» in un range di aziende che sale dai 15 ai 50 dipendenti (in caso di fusioni, si era detto, e proprio per favorire l'indispensabile salto dimensionale del tessuto produttivo).
Cambierebbe a quel punto molto, la platea dei lavoratori «licenziabili senza giusta causa», pur se per «giustificati motivi» e comunque in cambio di «congrui indennizzi»? Magari accompagnati da ammortizzatori che oggi, tra i piccoli, praticamente mai ci sono? Sì, ovvio: anche se non si andasse al taglio secco del «totem» ma ci si fermasse alla soglia dei 50 dipendenti, è chiaro che il «perimetro» si allargherebbe. Senza alcun dubbio. Probabilmente, però, meno di quanto si sia portati istintivamente a immaginare. Perché già oggi, sotto i 15 occupati e dunque fuori dalle tutele e dall'articolo 18, c'è la quasi totalità delle aziende. E quasi la metà dei relativi «addetti» (se nel conto si mettono i lavoratori in proprio, dall'artigiano al
commerciante all'edile con partita Iva). E più di un terzo dei dipendenti effettivi.
È sufficiente prendere le fotografie (l'ultima nel 2009) scattate dall'Istat. «Scatti» che non sono cambiati molto, negli anni e nei decenni, se non per il lento, progressivo calo dei grandi gruppi industriali. E che continuano a raccontare di un'Italia fondata ancora (se non sempre più) appunto sulle piccolissime imprese. Perché si dice che sono la spina dorsale della nostra economia? Perché tra industria, servizi, artigianato e commercio il Paese conta poco meno di 4,5 milioni di aziende (alla virgola, 4.470.748). Bene: a scomporre la cifra verrebbe in realtà da rivedere uno degli acronimi più popolari del nostro sistema. Pmi. Che notoriamente sta per «piccole e medie imprese». Ma sarebbe forse più giusto dire «piccole e micro», se è vero che il 95% ha meno di dieci addetti (titolari compresi: sono tre milioni le attività senza dipendenti, i «padroncini», se così li vogliamo chiamare). E quel 95%, alla fine, «fa» il 47% dell'occupazione.
Le proporzioni incominciano a cambiare un po' se si sale alla fatidica soglia prevista - oggi - dall'articolo 18. Sotto i 15 dipendenti ci sono quasi un milione e mezzo di aziende per un totale di 4,3 milioni di buste paga (su 6,3 milioni di addetti complessivi). Sopra, il numero delle aziende cala a 101.615: danno però lavoro a 7,6 milioni di persone (e scende, ovviamente, il rapporto titolari-dipendenti: gli addetti, in questa fascia, sono in tutto 7,750 milioni).
È in questo «bacino» - parola arida, da statistica, dietro la quale si nascondono persone, famiglie, vite - che vanno cercati i lavoratori interessati alla praticamente certa riforma del «totem». All'arrivo di quelle forme di «flessibilità in uscita» che ci chiede l'Unione Europea, cui il governo punta, che Confindustria vorrebbe e che ha ricompattato (nel «no» senza se e senza ma) un sindacato fino a ieri diviso quasi a prescindere. Il «taglio» riguarderebbe tutti, chiaramente, se la riforma fosse radicale: abolizione e stop. Se invece ci si fermasse alle ipotesi iniziali, quindi al famoso tetto di 50 dipendenti, non cambierebbe in realtà moltissimo. Nemmeno se le novità dovessero essere applicate a qualunque azienda di quelle dimensioni, non soltanto a chi ci arrivasse «dopo», via fusione o per miracolosa (oggi) crescita interna.
In questo scenario, certamente fuori dalla possibilità di regole diverse per i licenziamenti senza giusta causa, resterebbero solo le imprese con più di 50 occupati. Coprono un terzo dell'occupazione totale: i 2,2 milioni di addetti (12,4%) delle 22 mila aziende che danno lavoro fino a 250 persone, i 3,6 milioni (20%) dei 3.700 gruppi medio-grandi. Che sono però sempre meno. Che perdono e perderanno, a loro volta, occupazione. Ed è sicuramente vero che quel po' di vitalità rimasta al sistema italiano, anche nella Grande crisi, lo si trova là dove è maggiore la flessibilità perché minore è la burocrazia e meno ingessate sono le regole: nonostante tutto, secondo uno studio di Confartigianato, persino nel 2011 ogni giorno di apertura delle camere di commercio ha segnato la nascita di 428 aziende artigiane. Sono però tantissime, e con picchi anche maggiori, pure quelle che in parallelo morivano. E certo non può essere questa la spina dorsale in grado di reggere, da sola, gli assalti di mercati che vanno sempre più dritti alla gola degli stessi Stati sovrani. Piccolo non è più bello da un pezzo, qui. Neppure per i piccoli. E meno ancora senza il vero aggettivo-bandiera per tutti, ormai. Indovinato? Ma sì, ovvio: flessibile. Non è necessariamente sinonimo di Far West.

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