sabato 18 febbraio 2012

Le primarie non sono un dogma - Giorgio Merlo su Europa

Non era il caso di aspettare le primarie per indicare il sindaco di Genova per capire che in questo ingranaggio c’è qualcosa che non funziona. Ora, non si tratta di innescare un confronto con gli “invasati” di questo strumento che l’hanno trasformato progressivamente in un dogma intoccabile. Da venerare ogni settimana e mai da contestare. Un dogma, appunto. Semmai, e più laicamente, si tratta di capire se un partito diventa col tempo schiavo dei suoi meccanismi regolamentari e se può, legittimamente, correggerne alcune storture per migliorare l’intero impianto. E questo al di là di quello che è capitato a Genova, e prima a Cuneo, e prima a Milano, e prima a Napoli,e prima a Cagliari e via discorrendo. Certo c’è anche e soprattutto Torino. 
Ma un’eccezione, normalmente, non fa che confermare la regola. Ci sono, cioè, troppi “casi” che richiedono, come invoca lo stesso Bersani, qualche aggiustamento senza introdurre ulteriori carnevalate care all’onorevole Vassallo, come quello di prevedere le “pre primarie” tra i cittadini per indicare il candidato unico del Pd, per poi fare le primarie vere e quindi sottoporsi al vaglio elettorale. O, al contrario, introdurre il “doppio turno” tra i vari candidati per individuare il candidato della coalizione contrapposto al centro destra. Anche le carnevalate devono avere un limite. Semmai, adesso si tratta di affrontare il toro per le corna. E cioè, tanto per essere chiari e al di là del giudizio degli invasati nostrani, il Pd non può permettersi il lusso di organizzare le primarie per farle vincere
normalmente ai partiti concorrenti. Partiti “formiche” e partiti “cicale”.
No, questo meccanismo va corretto. Il Pd, almeno per le cariche monocratiche, si deve presentare con un solo candidato alle primarie scelto, preferibilmente, all’interno del partito attraverso i suoi iscritti. Risolto questo problema, che non è affatto secondario, va affrontato il tema della platea dei partecipanti alle primarie. Certo, il voto è aperto a tutti e nessuno deve limitare o urtare la partecipazione popolare. 
Ma è possibile, quasi sempre, che le cosiddette primarie che si celebrano qua e là sono sempre accompagnate da polemiche inerenti inquietanti e pericolose “infiltrazioni”? Da settori della malavita – almeno ci sono a volte sospetti – alle sempreverdi “truppe cammellate”, dal voto di scambio ai pesanti condizionamenti del denaro. Non pretendo risposte convincenti dagli “invasati” del Pd che scambiano le primarie con un precetto, ma i dirigenti più responsabili e più laici del partito non possono non porsi questa domanda, pena una colpevole e voluta sottovalutazione di un problema che resta sul tappeto.
In secondo luogo il vertice del Pd deve sciogliere un nodo decisivo. E cioè, il Pd si caratterizza per la linea politica, per un progetto di società, per un sistema di alleanze o per il rispetto fideistico e dogmatico dei suoi regolamenti che, mi risulta, rispondono sempre e solo a norme organizzative? Affronto questo tema perché con grande frequenza viene richiamato che il Pd si identifica con le primarie e chi ha l’ardore e il coraggio (sic!) di toccare – per apportarvi le necessarie modifiche – le primarie mette addirittura in discussione la natura fondativa e ideologica del partito.
Certo, se la discussione veleggia su queste note c’è poco da stare allegri e tutte le storture e le degenerazioni che ormai sono sotto gli occhi di tutti sono difficilmente emendabili. Ma un partito, ahimè, dovrebbe affrontare e risolvere a viso aperto i problemi che si presentano di fronte senza complessi di inferiorità nei confronti dei burocrati delle norme e dei custodi dell’ortodossia regolamentare. Pena soccombere politicamente ed esporsi ad errori che diventano, col tempo, addirittura, incommentabili.
E questi temi si possono e si devono affrontare senza scomodare il profilo politico, la valenza culturale e la proposta programmatica del Partito democratico. Non cadiamo nella trappola di coloro che legano la sopravvivenza e la prospettiva di un partito al rispetto di un regolamento. Perché se così fosse, dovremmo registrare che la politica è incompatibile con il Pd e che le regole hanno il sopravvento non solo rispetto alla strategia del partito ma anche nel più modesto campo della selezione della classe dirigente. Ora è arrivato il momento di parlarne apertamente.
E chi continua ad anteporre il regolamento alla politica e le regole alla prospettiva del partito, lavora direttamente per indebolire lo stesso Pd e per esporlo a situazioni che diventano col tempo sempre più imbarazzanti da spiegare e da giustificare. Siamo, cioè, ad un bivio: o nel Pd la politica recupera autorevolezza e credibilità oppure il partito si trasformerà, a tutti i livelli, in una fabbrica di regolamenti, norme, cavilli, statuti e delibere che piegheranno la stessa politica ad esiti imprevedibili e forse letali.

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