martedì 7 febbraio 2012

Lenzuolata istituzionale - Stefano Ceccanti su Europa

Mentre il governo prosegue con l’introduzione di elementi di liberalizzazione, concorrenza e nuove garanzie nel sottosistema economico-sociale, rimediando ad anni in cui ciascuno si era limitato – a parte le lenzuolate di Bersani – a dare qualche colpo soprattutto alla constituency elettorale degli altri, la politica è chiamata ad introdurre le stesse logiche dentro il proprio sottosistema. Anzitutto bisogna fare chiarezza sul finanziamento pubblico. In questa sede non sugli strumenti che trovate nel progetto a prima firma Veltroni alla camera n. 4194 e del sottoscritto al senato, n. 2689, ma sui principi. Tale finanziamento è fondamentale per evitare che la concorrenza politica sia squilibrata a favore di chi ha maggiori risorse private, sia con riferimento alle leadership sia alle forze che sono connesse più naturalmente ai maggiori interessi economici. Dietro la polemica contro le oligarchie politiche stanno spesso oligarchie non politiche. 
Tuttavia non si tratta di finanziare il diritto di associazione in partiti in quanto tale, di sommare oligarchie diverse come se la loro somma garantisse un equilibrio positivo. Quel diritto va riconosciuto, va difeso da limiti arbitrari, ma perché ci sia finanziamento pubblico ci vuole di più, che il ruolo effettivamente svolto sia di pubblica utilità. Nel senso di una rispondenza profonda all’articolo 49 della Costituzione che pone i cittadini come soggetti e i partiti come strumenti, mentre le ricorrenti tentazioni oligarchiche rischiano di capovolgere il rapporto. 
La Costituzione ha predicato la determinazione della politica nazionale da parte dei cittadini, ma la concreta strutturazione del finanziamento ha invece utilizzato il voto dei cittadini come strumento per lo sviluppo di partiti per lo più autoreferenziali, non soggetti a reali controlli, con leadership non contendibili. Fino al paradosso estremo del finanziamento a partiti morti, e quindi non in grado né di praticare il metodo democratico né di determinare nessuna politica nazionale. Bene quindi i rimborsi elettorali, ma a chi è vivo e
a chi li rendiconta soprattutto alle minoranze interne, in funzione quindi della contendibilità delle cariche di partito, con certificazioni rigorosamente esterne e costanti, come il Pd si è dato autonomamente sin dall’inizio.
Bene la riduzione forte di finanziamento a chi non usa metodi democratici come le primarie per far selezionare ai propri elettori i candidati che si propongono a tutti i cittadini per le cariche pubbliche, usando quindi la leva del finanziamento come incentivo per la democratizzazione, per la liberalizzazione e la concorrenza nelle funzioni pubblicistiche dei partiti. Vi sono poi altri due livelli connessi: legge elettorale e regolamenti parlamentari. Quanto alla prima, al di là del ripristino della scelta dei candidati in piccoli collegi, va segnalato che almeno a livello nazionale il bipolarismo di coalizione finiva per garantire una rendita sproporzionata a forze minoritarie-identitarie dentro lo schieramento vincente. Una rendita che va rimossa, senza cadere, con sistemi puramente proporzionali sia pure con sbarramento, in quella opposta di affidare alle rendite di posizione di partiti centristi la cer-tezza di determinare il governo dopo le elezioni. Serve un sistema in cui i grandi possano essere sovrarappresentati senza avere certezza della propria autosufficienza e i medi possano avere chances per essere più rilevanti. 
Rispetto ai regolamenti parlamentari si tratta di realizzare un nuovo equilibrio tra decisione delle maggioranze e nuove garanzie per le minoranze. Come nel mercato del lavoro dove le vecchie garanzie sono state ampiamente aggirate sotto la pressione della necessità producendo vari squilibri, così nelle camere la logica unanimistica del 1971, in larga parte sopravvissuta dal punto di vista formale, è stata aggirata con decreti, maxiemendamenti e fiducie. Se si vogliono superare queste ultime, che sono un effetto delle mancate riforme, bisogna garantire diversamente tempestività delle decisioni e visibilità alle alternative in modo che esse possano capovolgere in prospettiva i rapporti di forza. Mercato, concorrenza e regole, anche in politica. È la nostra sfida.

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