venerdì 3 febbraio 2012

L'intervento del rottamatore La vera sfida di Renzi al Pd - Cristoforo Boni su L'Unità

Matteo Renzi ha rotto ieri il suo lungo silenzio, seguito alla nascita del governo Monti. Lo ha fatto con un’intervista a il Foglio in cui aggiorna i punti del suo programma politico e rilancia, a suo modo, la sfida per la leadership. Ammette per la prima volta che, se ci fossero state le elezioni anticipate, sarebbe stato «costretto a scendere in campo» contro Bersani. 
 Non che qualcuno dubitasse delle ragioni vere dell’assemblea della Leopolda: comunque, l’annuncio di ieri va inteso anche come un atto di lealtà. Altrettanto interessante è poi la declinazione del programma renziano: il piano delle liberalizzazioni di Monti viene giudicato positivamente perché recepisce «41 delle 100 proposte» della Leopolda; Renzi però assicura che avrebbe fatto di più in senso liberista. Ad esempio avrebbe abolito «il valore legale del titolo di studio» e messo in agenda, da subito, «un serio piano di dismissioni pubbliche». E, siccome il sindaco di Firenze non ha paura di sfidare il senso comune della sinistra con argomenti che persino a destra si maneggiano con estrema cura, nell’intervista a il Foglio ribadisce di essere «un fan del modello Marchionne» e si spinge fino ad auspicare una sostanziale abrogazione dei contratti nazionali di lavoro. 
O meglio, sostiene che, come si è fatto con il trasporto ferroviario, dovrebbe essere consentito a tutte le aziende di derogare al contratto di settore. In questo contesto il reiterato proposito di rottamare la classe dirigente del Pd è la parte più scontata del Renzi-pensiero. Poco più di una riverniciatura di ciò che sarà la punta di lancia della sua propaganda, quella che proverà a sollecitare la pancia dell’elettorato. Dell’involucro pubblicitario fa parte anche il richiamo ricorrente alle primarie, anzi alle primarie «aperte a tutti» (concetto in realtà piuttosto fumoso, visto che Renzi pensa tutto il male possibile della «foto di Vasto», e questa affermazione sembra contraddittoria con l’auspicio di un partito-coalizionale in cui la sinistra più radicale abbia forti poteri di condizionamento sull’indirizzo politico del Pd). Questi argomenti di Renzi, tuttavia, sono
buttati nell’intervista con relativo disimpegno.
Ciò che invece assume un valore strategico è la sua idea di sistema politico. Lo dice chiaramente: non vuole una riforma del Porcellum in direzione del «modello tedesco». Vuole un sistema bipolare che tenda al bipartitismo. E per sostenere la tesi è pronto a negare persino che il sistema tedesco sia bipolare e a spalancare la porta al presidenzialismo, indicando il modello dei sindaci come architettura politica valida anche per il governo nazionale. Ovviamente si tratta di opinioni legittime. Anzi, l’argomento è esposto in modo così netto da consentire al Pd un confronto senza reticenze e ambiguità. L’ultra-liberismo di Renzi è addirittura un’opportunità per allargare la base sociale di riferimento. Nei partiti post-ideologici e capaci di coltivare una vocazione maggioritaria non possono esserci confini prestabiliti per la competizione democratica. 
Non possiamo che augurarci una battaglia leale. Renzi ieri ha dato un contributo, anche di merito. Perché in modo trasparente ha indicato la connessione tra una politica economica e sociale, volta alle privatizzazioni e alla piena liberalizzazione del mercato del lavoro, e una politica istituzionale orientata verso esiti iper-maggioritari. Il modello tedesco, in fondo, non è solo una legge elettorale che tende a coniugare la stabilità con l’articolazione della rappresentanza e l’autonomia della politica: è anche un sistema che valorizza i corpi intermedi e punta al patto sociale. La differenza con i modelli anglosassoni va al di là dei modelli istituzionali e riguarda la dinamica produttiva, la struttura del welfare, la stessa finanziarizzazione dell’economia. Sarebbe una bella discussione nel Pd. Speriamo che si svolga senza camuffamenti.

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