sabato 18 febbraio 2012

L'orgoglio delle nazioni - Giovanni Belardelli su Corriere della Sera

Quel che ha detto due giorni fa il presidente greco Papoulias non va sottovalutato. Dopo l'ennesima affermazione del ministro delle Finanze tedesco sulla possibile bancarotta di Atene, si è chiesto: «Ma chi è il signor Schäuble per insultare il mio Paese? Chi sono gli olandesi? Chi sono i finlandesi?». Sono parole molto forti (cosa penseremmo se un capo di Stato europeo esclamasse: «Chi sono gli italiani?»); tanto più forti quando vengono pronunciate da un presidente della Repubblica. Ma forse quelle parole sono anche la spia di un mutamento che si sta verificando nei sentimenti collettivi degli europei, di una ripresa o una riemersione di antiche diffidenze che la crisi dell'euro sta accentuando. Poche settimane fa, del resto (lo ha ricordato Gian Antonio Stella su questo giornale), lo Spiegel considerava il capitano Schettino come l'«italiano tipo», aggiungendo che mai un capitano tedesco o britannico avrebbe fatto cose paragonabili.
Il fatto è che, mentre anno dopo anno un facile ottimismo europeista ci aveva indotto a credere che l'Unione Europea fosse il luogo di una nuova e fraterna collaborazione, vediamo ora che non è precisamente, o non è unicamente, così. Anche in Italia, che di questo europeismo un po' superficiale è stata forse la patria, l'opinione pubblica comincia a rendersi conto che l'Europa rappresenta sì lo spazio di una pacifica cooperazione (un dato da non sottovalutare mai nel continente che ha generato due guerre mondiali nell'ultimo secolo); ma anche che questa cooperazione non esclude una competizione spesso aspra. È per questo motivo che anche in un Paese europeista come il nostro la fiducia nella Ue è precipitata ultimamente
dal 74 al 53%.
La competizione, che stiamo scoprendo ben presente nello spazio europeo, ha anche assunto, nel caso della Grecia, dei caratteri che ricordano certe esperienze di tipo coloniale. Sappiamo tutti quanto la Grecia, con politiche di bilancio dissennate, abbia contribuito essa stessa ad arrivare al punto in cui oggi si trova. Eppure, è difficile non definire di tipo coloniale l'atteggiamento di Berlino e Parigi, che hanno preteso che la Grecia acquistasse armamenti prodotti dalle loro imprese, di fatto come condizione per accordare a essa gli aiuti economici di cui ha bisogno. Con la conseguenza, come ha ricordato Danilo Taino sul Corriere , che la spesa militare per il 2012 di una Grecia sull'orlo del default si attesta sul tre per cento del Pil mentre l'Italia non arriva all'uno per cento.
Secondo molti osservatori i mali dell'euro derivano da un'unificazione monetaria che non ha dietro la forza di uno Stato, dunque di un'unione politica tra i vari Paesi. Ma pochi esempi, come quello degli armamenti che la Grecia è stata obbligata ad acquistare, ci mettono di fronte a un dato di fatto che a volte dimentichiamo. E cioè che nel nostro continente gli interessi nazionali non sono affatto svaniti, così come non sembra alle viste la scomparsa degli Stati che quegli interessi incarnano.
Possiamo non esserne entusiasti, ma sembra un dato non modificabile, almeno nel breve periodo. Proprio per questo, però, occorrerebbe fare attenzione a non offendere la sensibilità dell'opinione pubblica di questo o quel Paese (anche uno Stato debitore come la Grecia ha diritto a non essere trattato con sufficienza). Col rischio, altrimenti, di alimentare le pulsioni e i partiti più antieuropei, già abbastanza diffusi nel continente, e di richiamare in vita quei nazionalismi che hanno devastato l'Europa del '900.

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