mercoledì 15 febbraio 2012

Mani pulite, la resa - Federico Orlando su Europa

Alle 5 della sera del 17 febbraio arrestarono l’ingegner Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio, Baggina per il popolo, opera dell’umanitarismo illuministico lombardo a favore di poveri e vecchi. Vent’anni dopo, oggi o domani, più o meno a quella stessa ora, la Repubblica nata dalla Resistenza alzerà la bandiera bianca della resa sui suoi tribunali, concludendo con una prescrizione l’impari lotta contro Tangentopoli e altre illegalità di decenni. Di Chiesa ignoravo perfino il nome. A Milano ero da soli quattro mesi, a condirigere il Giornale, dove la proprietà, quasi da subito, mi contestò che il giornale avesse cambiato atteggiamento verso amministratori e partiti: Palazzo Marino, Pirellone, Fiera. «Ma lei – fu la prima telefonata –, crede d’essere a Napoli? Non si può scrivere che al consiglio comunale ci sono i camorristi». Oppure: «Ma se il Giornale deve farci del male, allora meglio chiuderlo». Quando arrivò la notizia di Mario Chiesa eravamo coi capiservizio nella mia stanza, in riunione pomeridiana. Andai nella stanza comunicante, a informarne Montanelli. «E io che t’avevo detto?». 
Si riferiva all’editoriale in cui commentava un party nel salotto di Anna Bonomi Bolchini, gran dama, nata secondo leggenda in ca’ de ringhera, ora Musa della “Milano da bere”: intelligente, abile, spregiudicata. Come entra il generale Dalla Chiesa gli va incontro a braccia tese, con voce stentorea: «Uhe tu, t’è purta’ i manett?». Qualche giorno dopo, alcuni dei presenti al party finiscono a San Vittore. Montanelli s’arrabbia sgranando quei suoi occhi di eterna sorpresa: «Anna, ma allora tu sapevi. E mi hai invitato lo stesso?». «Non sapevo niente – risponde la Musa –, ma vuoi capirlo che qui dove cali la rete peschi bene?». Dopo tre giorni, prima della riunione del mattino, scivola nella mia stanza Paola, la vice segretaria ossigenata e materna, e mi sibila che il dottor Paolo e il vicepresidente della Regione Finetti vogliono parlarmi. Sono
entrambi senza sorriso.
Finetti è pallido e seccato che i vari appelli rivoltimi dalla proprietà perché il Giornale non turbasse i rapporti fra il Gruppo Fininvest e le istituzioni fossero caduti nel vuoto. Mi squaderna sulla scrivania una cartella di articoli, evidenziati in pisello, affinché io possa contestarli al capocronaca Molossi, e ai colleghi della giudiziaria (Gomez e, da Torino, Travaglio) e della cronaca nera Longanesi. «I giudici della procura – m’illumina – fanno i fascicoli coi ritagli dei giornali, come questo, Malpensa, passante ferroviario, aree dimesse, metropolitana: quando succede qualcosa, trovano una documentazione già abbondante e vi scavano quel che vogliono». 
Paolo Berlusconi è più spiccio: «Direttore, con le istituzioni, Comune, Fiera, Regione, noi dobbiamo lavorare, perciò dobbiamo poter mantenere buoni rapporti». Il fascicolo di marzo di Prima comunicazione, messaggero ufficioso degli editori, dedica all’episodio una nota: «Orlando vive e forse dorme al Giornale. Ma in tutta la sua vita di cronista politico, il potere in carne e ossa, con quelle facce, con quei doppio-petto, che gli dice “Questa cronaca non s’ha da fare”, non l’ha mai affrontato». Forse gli occhioni ironici di Paola volevano dirmi proprio questo. (Finetti sarà arrestato un anno dopo, 29 gennaio 1993, secondo annus horribilis del “potere in carne e ossa”). 
L’ex magistrato di Mani Pulite, Gherardo Colombo, ha pubblicato con l’editrice Longanesi un’intervista col titolo malinconico, «Farla Franca. La legge è uguale per tutti?». Forse da anni s’era risposto “no” e aveva lasciato la magistratura, dopo aver indagato su Loggia P2, delitto Ambrosoli, Fondi neri Iri, Tangentopoli, Imi-Sir, Lodo Mondadori e Sme, alcune delle pagine della Repubblica nata dalla Resistenza, pagine del malaffare contestato da studenti e femministe fin dal Sessantotto e dai referendum radicali, ma rianimato bocca a bocca dal Soccorso rosso del terrorismo. Ora Colombo scrive libri e gira le scuole elementari e medie, dove spiega a ragazzi e giovanetti che zóon politikón non si nasce, come pensava Aristotele, ma si diventa. Una faticaccia, specie in un paese postcattolico diseducato a credere che basti la confessione per guadagnare il paradiso. Perciò «la nostra polemica contro il malgoverno del paese è falsa, perché riflette quel che noi siamo, il nostro basso livello di cultura e moralità». 
Altrettanto e più duro Davigo, oggi in Cassazione, vent’anni fa dottor sottile del Pool. Lui è più destra storica, crede nella severità dell’esempio e nella sanzione. Chiamato in un liceo romano per il ventennale di Tangentopoli, uno studente gli domanda: «Signor giudice, perché restare onesti se tutti rubano?». Davigo: «Lei ruba?». Studente, impallidendo: «No». Davigo: «Nemmeno io». L’alleanza di chi non ruba sarebbe possibile. Vent’anni fa s’era manifestata. Se avesse resistito, oggi non alzeremmo bandiera bianca per prescrizione. Ma il paese è ciclotimico, vent’anni fa vince, poi si pente d’aver vinto. 
E il vero Pool non c’è più. Borrelli («un grande capo», scrive Colombo) è in pensione; Gerardo D’Ambrosio, il vice, è senatore del Pd e per contrappasso è costretto a subire ogni giorno nell’Aula facce impresentabili; Di Pietro è capo di un partito personale; Boccassini, l’incredibile “donna con le palle” che volle andare a Caltanissetta dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino, è ancora al suo posto milanese, contro Bisanzio e gli avvocati dei miliardari che sguazzano nei suoi labirinti procedurali; l’altra “rossa”, Titti Parenti, giovane comunista delusa, perciò anticomunista in procura, e berlusconiana in politica, poi terzopolista, ora fa l’avvocato; Greco continua a indagare nell’economia della corruzione. 
Infine Ghitti, presidente del tribunale di Piacenza, allora era il Gip: a lui i pm del Pool dovevano rivolgersi per farsi autorizzare intercettazioni, avvisi di garanzia, provvedimenti cautelari. È la dialettica del processo garantista. 
Su 900 richieste del Pool, ne respinse 90. Troppo, dicono i “forcaioli”, niente dicono i “foglianti”. E così il 12 luglio 1993 mi perviene questo fax da Villa San Martino (to dr Orlando from Silvio Berlusconi). Sono 11 pagine, e contengono la summa a cui ispirare i nostri commenti sulle iniziative del Pool. Titoli dei capitoli: 1) uso improprio dell’informazione di garanzia; 2) uso illegale dell’ordinanza di custodia cautelare; 3) uso illegale della detenzione cautelare preventiva; 4) manipolazione del capo di imputazione; 5) uso illegale del segreto istruttorio; 6) pura acquiescenza formale del gip alle indicazioni dei pm; 7) travisamento della funzione istituzionale del Tribunale della libertà e della Cassazione; 8) commistione della fase di indagini preliminari con giudizio e condanna; 9) insufficiente acquisizione di prove, talché i rinvii a giudizio sono impossibili; 10) manipolazione delle regole per materia e territorio. Due anni dopo, giugno 1995, pubblicai integralmente anche questo documento in un libro, 
Il sabato andavamo ad Arcore, Larus ed., la cui prima edizione si esaurì in pochi giorni. La Repubblica lo recensì il giorno prima dell’uscita, e il Cavaliere (ex presidente del consiglio giugno-dicembre 1994) replicò il giorno stesso, contestando il libro che non aveva letto. L’editore lo ristampò. Allora una manina santa provvide a farlo scomparire dalle librerie. L’Italia, Milano in testa, era già in altra fase della ciclotimia. Sorprendente Milano. Prima della Baggina (Lega e centri sociali a parte), era stata tutta “da bere”, o silenziosamente apóta. Ritornava anti-giudici non appena Berlusconi le praticò la cura da cavallo dell’anticomunismo. Gioco facile – ha scritto Gerardo D’Ambrosio, Il Belpaese raccontato agli italiani che verranno. Ed. Carte sparse –.«Non c’è indignazione da parte di chi è o è stato danneggiato da conflitti d’interessi. 
Oltre a non funzionare, lo Stato a volte ha fatto di tutto perché non si arrivasse a risultati». Del resto, dalla lontana nascita della Repubblica, nessuno dei partiti aveva battezzato gli italiani nell’acqua di una rivoluzione liberale: che, come aveva avvertito Rosa Luxemburg, «non è acqua di gelsomino». Anzi, la evitarono scrupolosamente, per realizzare, come si fa con le case abusive, la repubblica dei partiti, e praticare come interna corporis il finanziamento satrapesco, la concussione, la malversazione. Sussulti nella società, prima di Mani Pulite, non erano mancati. Ne ha rifatto la storia, negli anni scorsi, l’anziano teorico del bipartitismo imperfetto, Giorgio Galli, aggiornando Partiti politici italiani 1943-2004 (Bur). 
L’assorbimento dei magistrati nella lotta al terrorismo e alle mafie, e l’omertà tra politica e malaffare, avevano mantenuto off limits l’attenzione dei giudici per il partitismo malavitoso: fino a quando la partitocrazia subì il colpo finale dopo i referendum civili (divorzio, aborto, diritti familiari e personali) e i referendum elettorali del ’91 e del ’93, che abolirono la proporzionale su cui s’era fondata la repubblica dei partiti. Fra quei due referendum, la ferale data 5 aprile 1992: quando le elezioni rimandarono il Caf in parlamento con soli 12 seggi di maggioranza. E la Lega primo partito del collegio (ex Dc) Milano-Pavia, 20 per cento. Il Caf, presidium del pentapartito Dc-Psi-Psdi-Pli-Pri, era stato definito da Enzo Carra, che lo conosceva dall’interno, «il crocevia di vendette dirette e trasversali». 
Non il luogo più adatto a curare un paese che per quarant’anni si era drogato di soldi e di sangue, di modernizzazione e di arcaismo, separatismo, stravolgimenti ambientali, banditismo, terrorismo brigatista e stragista, P2, delitto Moro, Sindona, Ior, Italicus, Mattarella, Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino. All’indomani del 5 aprile, Berlusconi mi chiama al Giornale di primo mattino, poco dopo le 8: «Le dò la mia interpretazione del voto: non c’è da preoccuparsene, la maggioranza potrà essere rinforzata da Msi e Lega, partiti amici». Amici? Non la pensava così Scalfaro, l’antiCossiga, che a palazzo Chigi avrebbe mandato Amato, poi Ciampi. Né Segni, che col secondo referendum eliminò anche il montanelliano bisogno di «turarsi il naso». 
Scrive Galli: «Ora la magistratura avverte di poter agire secondo le sue prerogative e senza essere frenata o condizionata come in precedenza da un personale politico che si sentiva onnipotente». Il politologo, anche lui, non pensava che a fermarla avrebbe pensato la prescrizione. Così come non capirono i politici onesti: Gerardo Bianco piangeva e cedeva all’irrazionale, che è in ognuno di noi: «È la maledizione di Moro, “il mio sangue ricadrà sulla Democrazia cristiana”». Purtroppo, a giudicare dall’immondizia dell’ultimo ventennio, è ricaduto sull’Italia intera, sulle sue tangentopoli, nascoste sotto il “pericolo comunista” o nel nuovo circo di nani e ballerine.

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