mercoledì 22 febbraio 2012

Monti e Cameron: ora crescita e mercati aperti - Luigi Offeddu su Corriere della Sera

È un colpo di timone che parte da Roma, L'Aia, Londra. E trova il sostegno di altre 9 capitali. Non di Parigi e Berlino. Al culmine della crisi, in quello che senza giri di parole viene definito «un momento pericoloso, con la disoccupazione che sale», 12 leader europei si rivolgono a tutti gli altri: «chiediamo a voi e al Consiglio Europeo di rispondere all'appello dei nostri popoli per le riforme e di aiutare a ristabilire la loro fiducia nella capacità dell'Europa di assicurare una crescita forte e sostenibile». Crescita dunque, non più soltanto rigore finanziario, contro il letargo della recessione. E la crescita ha un nome: apertura dei mercati, un piano anti-crisi in 8 punti per il rafforzamento del mercato interno unico, dall'eliminazione delle «restrizioni anti-competitive» nei servizi, allo sfoltimento delle professioni regolamentate dagli ordini, alla riduzione delle «garanzie implicite per salvare sempre le banche, che distorcono il mercato unico». 
Perché «le banche, non i contribuenti, dovrebbero essere responsabili per il costo dei rischi che si assumono». Fra le firme in calce all'appello ci sono quelle di governanti dell'Eurozona, e di altri che non ne fanno parte, di Paesi del Nord e del Sud, in un inedito schieramento trasversale: Italia, Gran Bretagna, Olanda, Estonia, Lettonia, Finlandia, Irlanda, Repubblica Ceca, Slovacchia, Spagna, Svezia e Polonia sono lì, nella lettera inviata al presidente stabile della Ue Herman Van Rompuy e al capo della Commissione Europea José Manuel Barroso, in previsione del vertice Ue fissato per il primo marzo. Poi, quelle vistose assenze: mancano, fra i grandi, Germania e Francia, che a dicembre inviarono una lettera ben diversa allo stesso Van Rompuy. 
Allora, si trattava di lanciare il fiscal compact , il patto di bilancio voluto da Angela Merkel e basato sulla ricetta dell'austerità: aderirono 26 Paesi su 27, restò fuori la Gran Bretagna. Adesso, la Gran Bretagna c'è: e sottoscrive proposte mai prima accettate, soprattutto sul mercato del lavoro. «Esistono alcuni precedenti di lettere franco-tedesche - avverte il ministro italiano degli Affari Europei Enzo Moavero Milanesi - ora
abbiamo un altro gruppo di Paesi che hanno ambizione di contribuire a ispirare il Consiglio Europeo: è importante non viverla né considerarla come contrapposta o in competizione». Forse ha tenuto lontane Parigi e Berlino l'accento forte sulle liberalizzazioni nei singoli Paesi, e il ruolo di controllore assegnato alla Commissione Europea.
O ancora, la critica alle garanzie implicite per le banche, non ben accetta a Berlino. In ogni caso il tono della lettera, i temi trattati, e quell'inedito fronte di nazioni - le rigoriste Olanda e Finlandia, e la ricca Svezia, tutte con rating da "tripla A", insieme con Spagna o Slovacchia - sembrano disegnare un profilo nuovo del continente. Il documento nasce da un'iniziativa del britannico David Cameron, dell'italiano Mario Monti e dell'olandese Mark Rutte, in veste di promotori-mediatori, sulla scia di una lettera inviata da Monti al vertice Ue del 30 gennaio. Almeno in parte sembra ispirarsi poi al rapporto Monti sul mercato unico, della primavera 2010. «Insomma, il contributo italiano al testo è stato decisivo», spiega una fonte diplomatica qualificata. La tesi di fondo: bisogna «modernizzare le nostre economie, costruire una maggiore competitività». 
Poi, i vari punti: l'apertura del mercato interno dei servizi; la creazione per il 2015 di un mercato unico digitale, e per il 2014 di quello dell'energia; il potenziamento di ricerca e innovazione, l'apertura a mercati globali come l'India; l'alleviamento delle regole Ue sulle piccole e medie imprese. E ancora: l'apertura dei mercati del lavoro a donne e giovani, la riduzione nel numero delle professioni regolamentate con un «nuovo duro test di proporzionalità» da introdurre nelle norme Ue. E la costruzione di un settore dei servizi finanziari «robusto e dinamico». Tutto questo, ancora una volta, perché «abbiamo bisogno di ristabilire fra i cittadini, le imprese e i mercati finanziari la fiducia nella capacità dell'Europa di crescere con forza e di mantenere la sua porzione di prosperità globale».

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