lunedì 13 febbraio 2012

Morire di amianto - Salvatore Maria Righi su L'Unità

Casale Monferrato
Casale Monferrato è un bella cittadina di chiese, palazzi, una lunga storia che comincia suppergiù coi romani che sconfiggono i teutoni e i cimbri, poi i Longobardi. Una specie di piccola Siena nel cuore delle Langhe. 36mila abitanti, da ultimo censimento, che vivono in uno dei posti più belli del nostro Belpaese. Un posto dolce, ma molto sfortunato, perché tanti anni fa hanno scoperto le cave per il cemento, e col cemento è arrivato l’eternit, e dentro l’eternit l’amianto. In sessantanni o giù di li, 1800 morti accertati e 50 nuovi ammalati ogni anno, il totale della strage è più o meno il 10% della popolazione.
Di amianto ci si ammala e si muore, anche a distanza di tanti anni, nessuno lo sa meglio di Casale che si è ammalata ed è morta senza distinzioni tra chi ha lavorato nella fabbrica e tutti gli altri che hanno respirato e vissuto nei paraggi. Perché la colpa di tutto, l’assassino, è la polvere che esce dalle lastre di eternit che è fuori legge dal 1992, mentre è dal 1987 che l’amianto è praticamente bandito. Troppo tardi per Casale, ma anche per Cavagnolo, provincia di Torino, Rubiera, provincia di Reggio Emilia e Bagnoli, tutti stabilimenti che hanno inquinato e ucciso, oltre a produrre. Tremila persone colpite, duemila morti e 700 malati, secondo l’inchiesta condotta dal procuratore Raffaele Guariniello. L’eternit a processo dopo oltre mezzo secolo di fortuna (edilizia) e disastro sanitario e ambientale.
Lunedì nel tribunale di Torino è attesa una sentenza che potrebbe cambiare definitivamente la percezione dei rapporti tra industrie, lavoratori e territorio, oltre che sanzionare chi ha per decenni avvelenato una comunità intera, non solo i propri dipendenti. “Disastro ambientale doloso permanente” è uno dei capi di imputazione di cui dovrà rispondere Stephan Schmidheiny, magnate svizzero che col fratello Thomas da oltre un lustro ha tirato avanti la carretta di famiglia. Carretta per modo di dire, visto che nel dicembre 2008 gli è stato attribuito un patrimonio personale di 1.9 bilioni di sterline, diciamo sui duemila miliardi, che in euro vuol dire
poco meno del doppio. Se la Svizzera lava più bianco, nel suo caso si può dire che fa anche il candeggio, perché Schmidheiny è un filantropo che sparge assegni da milioni in donazioni, molte delle quali in progetti sudamericani. Dove, ovviamente per caso, lui negli anni Settanta ha imparato a produrre eternit con l’amianto.
E’ lui, secondo l’accusa, il principale imputato per i tre killer, asbetosi, tumore al polmone e soprattutto mesotelioma, che da anni e anni si infilano nei polmoni della gente, di uomini,donne e bambini, e come nemici silenziosi se ne stanno lì acquattati, finchè saltano fuori, ed è troppo tardi per fermarli, troppo tardi per tutto.
Ci saranno trenta, quaranta, o chissà quanti pullman parcheggiati vicino al tribunale, perché ci sono migliaia di persone che si sono costuite parte civile. E c’è un comune che prima ha accettato, poi rifiutato i 18.3 milioni offerti dal miliardario svizzero per chiuderla lì e non avere più pretese, per comprare il diritto delle persone a difendere la propria vita e la propria salute. A Casale hanno fatto sit-in, anche gli studenti, fiaccolate e assemblee, è intervenuto anche il ministro della Salute, Balduzzi, piemontese, e alla fine il sindaco Giorgio Demezzi ha cambiato idea. Casale, nel frattempo, è diventato un caso nazionale, a pochi mesi dalla sentenza Thyssen e verso un’altra sentenza che potrebbe arrivare in futuro, quella per l’Ilva di Taranto, dove la più grande acciaieria d’Europa è sotto accusa perché nella città dei Due Mari ci sono livelli incredibili di diossina, benzoapirene e altri veleni. “Almeno abbiamo impedito che una città ferita e una tragedia si tramutassero in un’opportunità economica” ha detto Bruno Pesce del Comitato che da anni a Casale Monferrato combatte una silenziosa e battaglia per non mollare, con la tenacia che ha chi si gioca la propria pelle e quella dei propri figli.
Città e paesi devastati dall’inquinamento, aziende con fatturati milionari, la magistratura sta scavando per capire se c’è un nesso causale, e la sentenza di Torino è già una conclusione. Poi per esempio, su Taranto, qualcuno magari ci spiegherà perché tutto il mondo produce acciaio, ma solo intorno agli stabilimenti del nostro paese ci sono livelli di inquinamento da strage. L’ennesima coincidenza italiana?

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