giovedì 16 febbraio 2012

Non è colpa delle primarie - Mario Rodriguez su Europa

Mario Rodriguez
Chi sbaglia strada e non arriva dove voleva arrivare non può prendersela con l’automobile che sta guidando. A Genova, quindi, non è il caso di prendersela con le primarie. O almeno, non è il caso di scaricare tutti i problemi sulle primarie che certo necessitano di quegli aggiustamenti culturali prima ancora che procedurali che da anni vengono annunciati e che sistematicamente sono rinviati. A Genova, prima di tutto, viene confermata la crisi di autorevolezza dei gruppi dirigenti e la specifica crisi del modo in cui viene intesa la governance nel Pd. Cioè i processi pratici di direzione gestione dell’organizzazione, non tanto statuti e regolamenti, ma il day by day, le pratiche quotidiane. 
Quello che sembra evidente è che vi fosse un distacco tra la sindaca e il gruppo dirigente del partito e che quest’ultimo ritenesse esserci un distacco, ancor più preoccupante, tra la sindaca e la città. Sulla base di queste rappresentazioni della realtà, tutte interne alla ristretta cerchia del cosiddetto gruppo dirigente, è maturata la decisione di dare via libera a un’altra candidatura Pd, quella della senatrice Roberta Pinotti. 
La decisione di andare alle primarie è tutta del gruppo dirigente locale del Pd e, obtorto collo, è stata accettata anche dalla sindaca. Ecco qui dunque un primo evidente errore di valutazione da parte del gruppo dirigente locale, un errore tutto politico che non c’entra niente con le primarie! Su che base è stata assunta quella decisione? Con quale capacità di ascolto della città? Come non rendersi conto dell’insofferenza diffusa verso gli “apparati”? Il fatto che non l’abbiano colta nemmeno i media, che hanno sempre parlato della “guerra delle zarine” e che non hanno capito nulla di Marco Doria, non può essere una scusante ma solo un’ulteriore critica ai limiti di tanto giornalismo italiano. Con quella decisione l’indebolimento del sindaco
in carica è di fatto avvenuto. La frittata è fatta.
E non si dica che c’erano sondaggi a disposizione perché in questo modo si confermerebbe solo il fatto che un sondaggio, se va bene, ti parla di quello che è successo ieri, mai di quello che sta succedendo oggi e, tantomeno, di quello che potrà succedere domani. Il problema però è molto più ampio, va oltre Genova, passa da Milano, Napoli e Palermo. Attiene alla cultura politica del Pd e, solo conseguentemente, alle procedure. In quel coacervo di innovazione e continuità che è il Pd, il rapporto tra “capo” del partito e “capo” dell’istituzione corrispondente non è stato mai definito. Il chiarimento stenta a venire perché non si è data ancora risposta esplicita a una domanda tanto banale quanto difficile: quale funzione devono svolgere oggi i partiti nella nostra democrazia? 
Se il compito fondamentale dei partiti politici è quello di rappresentare le istanze dei cittadini e di trasformarle in politiche pubbliche, attraverso la selezione del personale che andrà ad assolvere compiti amministrativi e di governo, la selezione dei candidati alle elezioni è la mission fondamentale. Quella che giustifica la loro esistenza e il loro funzionamento, e le strutture decisionali devono essere coerenti a quello scopo. Per questo ci permettiamo da tempo di ricordare che ci sono problemi di cultura politica che vanno sciolti a livello dell’intero sistema della rappresentanza e del funzionamento della democrazia. Quindi, prima ancora che le primarie, a Genova ha mostrato tutti i suoi limiti il modo di concepire la soluzione dei conflitti di opinione interni al partito: quelle interne ai gruppi dirigenti, quelle tra esponenti del partito impegnati nelle istituzioni e gruppi dirigenti di partito quelle tra dirigenti di partito, amministratori e cittadini. 
Un partito grande come il Pd non può che basare la propria forza sulla capacità di tenere insieme opinioni differenti in una cornice di valori condivisi. Allora, come si compongono le divergenze? Il cuore dei meccanismi deliberativi democratici è che siano accettati dalle minoranze. E che le minoranze non si sentano tollerate ma considerate parte attiva. Ma un partito grande come il Pd deve anche sostenere l’emersione di un gruppo di donne e uomini capaci di governare a stretto contatto con i cittadini, portatori di una nuova professionalità politica che non ha nulla a che fare con il vivere di politica. Professionisti della rappresentanza consapevoli che la loro forza sta nella costante manutenzione di una relazione positiva (che non vuol dire per forza consenso) con gli elettori e con i gruppi di potere e di opinione che si sviluppano in una società resa sempre più fluida dalla rapida circolazione delle opinioni. 
La lezione di Genova allora è che il Pd (ma non solo il Pd, tutti i partiti che intendono svolgere una funzione aggregatrice e determinante) è condannato a migliorare l’uso delle primarie, cioè del coinvolgimento ampio dei cittadini a cui si riconosce la detenzione della sovranità democratica, mettendo a punto meccanismi di decisione trasparenti, verificabili. Ma soprattutto il Pd deve, in fretta, decidere cosa vuole essere, come vuole svolgere la funzione essenziale che la democrazia le attribuisce, quella di selezionare il personale della società civile da far accedere alle istituzioni di governo. 
Vuole svolgere la funzione di: 1) king maker, scegliere (adottare) un campione e portarlo nell’arena della competizione; 2) essere un vivaio di campioni, formare una squadra e correre per vincere; 3) organizzare i “giochi della gioventù” per realizzare la selezione più ampia possibile di futuri campioni e poi sostenere quelli che hanno i migliori risultati (anche se non fanno parte della propria squadra)? Personalmente opto per la terza ipotesi, che mi pare anche quella che, se percorsa anche a Genova, avrebbe permesso di dire che ancora una volta hanno vinto le persone che hanno deciso di far vivere una splendida esperienza di democrazia attraverso le primarie. 
C’è una postilla sulla “guerra delle zarine”, cioè come i media hanno raccontato Genova. Anche loro sono stati parte della grande incomprensione. Progetto o persone, programmi o candidati, come trattare la personalizzazione insita nßelle abitudini di vita del nostro tempo, e non forma degenerativa (qualora fosse anche degenerazione, per correggerla bisognerebbe comunque prima batterla sul campo).

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