sabato 18 febbraio 2012

Pd in cerca di identità - Antonio Funiciello su Europa

È una discussione curiosa quella che il Pd va conducendo da un po’ di tempo sulla propria identità. Curiosa, anzitutto, nelle sue premesse. Prendiamo solo il titolo del pregevole convegno organizzato proprio oggi dal Pd “Il mondo dopo la destra”. Intelligente l’approccio, ma forse un po’ parziale. In questo momento, governi di centrosinistra guidano Stati Uniti, India, Giappone e Brasile. I loro abitanti, sommati, fanno circa 2 miliardi di “terrestri”. Non sono nazioni qualsiasi. Più di un terzo del Pil mondiale è prodotto da questi quattro paesi. Non occorre aggiungere, ai quattro, altri come Sud Africa o Australia. Più della metà di quello che Freedom House stima “mondo libero” è governato oggi, proprio oggi, dal centrosinistra.
Certo né in Usa, né in Giappone, né in India, né in Brasile, al governo c’è un partito membro dell’Internazionale socialista. Ma nel mondo esiste e prolifica un centrosinistra che vince e convince. È un fatto. Un altro fatto curioso è la semplificazione arruffona che nel dibattito “culturale” interno al Pd, non già nel più serio convegno di cui sopra, si è sviluppata da tempo sul liberismo, che in Italia non c’è mai stato, come pure nell’Europa continentale.
Liberisti sono stati Reagan e la Thatcher. Che vuol dire liberisti? Ronald Reagan e Margaret Thatcher erano convinti che, per venire fuori dal pantano della crisi degli anni Settanta, si dovesse lasciare il mercato nella condizione di poter autodeterminare se stesso, agendo così da sistema regolatore della vita sociale e civile degli individui. Quindi, dieci passi indietro da parte dell’interventismo statale e venti passi in avanti dell’iniziativa privata. Celebre la frase della Thatcher: «Curare il malessere britannico con il socialismo è stato come cercare di curare la leucemia con le sanguisughe».
Questa roba qui (che andrebbe riletta alla luce dei risultati che conseguì) non ha conosciuto eguali nelle grandi democrazie avanzate d’Occidente. Blair non ha fatto questo – è facilmente documentabile. Angela
Merkel fa spesso l’opposto di questo: non è difficile, si può essere di destra e non liberisti, e la Germania è in tal senso un caso storicamente paradigmatico. Altro caso è quello di Berlusconi: un anti liberista per antonomasia.
Eppure, per il Pd, tutto il mondo è paese: tutta la destra è liberista. Un altro fatto va aggiunto all’oblìo di Obama, Manmohan Singh, Dilma Rousseff, Yoshihiko Noda e alla stramba semplificazione della lettura dell’avversario. Ed è un fatto, un ricordo, che riguarda la recente storia della sinistra italiana. Gli anni dell’apogeo della koinè culturale oggi rappresentata dalla segreteria di Pier Luigi Bersani, sono stati quelli del primo governo di Massimo D’Alema. È stato il momento in cui gli eredi del comunismo italiano – chiamiamo le cose col loro nome – si fecero più notare nel mondo. Quell’apogeo si manifestò in tutta la sua tracotanza con il lussuoso e opulento convegno fiorentino del novembre 1999, dal titolo “Progressive Governance in the XXI Century”. Erano i giorni in cui D’Alema litigava con Cofferati perché voleva anticipare la riforma delle pensioni come ha fatto a dicembre Elsa Fornero, e Prodi, presidente della commissione europea, inaugurava quel convegno proponendo l’aumento dell’età pensionabile. Tanto per dire. Alla due giorni fiorentina parteciparono, insieme al padrone di casa D’Alema, Bill Clinton, Tony Blair, Gerard Schröder, Lionel Jospin, Fernando Cardoso.
Obiettivo comune: cercare una terza via che coniugasse socialismo riformista e liberalismo.
Il più ostile era allora Jospin, che riteneva superata la crisi della socialdemocrazia, seconda via per lui ancora valida e che lo portò, di lì a poco, a non arrivare al ballottaggio alle presidenziali, sconfitto dal fascista Le Pen. Record insuperato per i socialisti francesi, mentre Blair e Schröder rivinsero le elezioni. La domanda sorge proverbialmente spontanea: ma D’Alema, Bersani e compagnia bella, di quegli anni cosa pensano? Chi scrive è convinto che D’Alema non credesse a una parola di quelle che allora andava predicando: era quello il modo dalemiano per stare nel potere che contava.
È così? Anche chi gli stava vicino ne faceva solo una questione di potere? Perché se non è così, forse è arrivato il momento che qualcuno ci spieghi come stavano le cose allora. Un buon modo per capire come stanno le cose adesso.

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