mercoledì 22 febbraio 2012

Pd, saprai fare meglio di Monti? - Stefano Menichini su Europa

Bersani non ha alcun interesse né voglia di farsi trascinare nella rinnovata polemica fra democratici intorno alle qualità del governo e alla simpatia che deve suscitare nel Pd. Fa bene, anche se il riaccendersi degli animi è anche conseguenza del precario equilibrio lessicale sul quale si muove il segretario: dire che Monti va benissimo, ma che il centrosinistra al suo posto (e in futuro) farà “altre cose”, lascia varchi di interpretazione sul presente nei quali non tutti si muovono con accortezza.
Il governo non sta più facendo manutenzione né solo emergenza: vuole cambiare il paese nel profondo e in parte lo sta facendo. Col voto del Pd. Garantito, fin d’ora, anche sulla difficile riforma del mercato del lavoro, con i ritocchi all’articolo 18 ai quali Bersani s’è già detto disposto, e con gli stessi incentivi alla trasformazione dei contratti precari che il Pd aveva proposto. I democratici in senato si spendono molto per rafforzare le liberalizzazioni. Intanto arriva lo schema di riforma fiscale che, di nuovo, ricalca molte delle proposte del Pd. In Europa Monti non si limita a ripristinare l’immagine italiana: ora si smarca da Germania e Francia nel nome della crescita, proprio come gli avevano chiesto i partiti, Pd in testa.
E allora? Queste riforme sono la pista per riformare l’Italia sì o no? Sono condivise fino in fondo, o solo in omaggio all’emergenza? Vengono da un governo “di destra perbene”, come s’è sentito dire da alcuni intellettuali invitati al seminario di Cuperlo e come va dicendo Goffredo Bettini, o da un governo che sta facendo molte delle cose che i democratici volevano fare (riforma delle pensioni inclusa) e che non avrebbero potuto fare nello schema della foto di Vasto?
È il successo di Monti il problema di Bersani, come si intuisce da tante frasi, mezze frasi, atteggiamenti? Mi pare un problema benvenuto, in nome dell’Italia. Una sfida a fare meglio, ad aggiornare proposte ormai vecchie di un anno (che è come dire dieci anni). Certo non un motivo di mugugno.
Tutti conosciamo le ragioni del mal di pancia democratico, ma Bersani dovrebbe spiegare ai membri della
sua segreteria – in primis a Stefano Fassina, naturalmente – che il modo migliore per regalare a qualcun altro il governo del paese per i prossimi dieci anni è sbilanciare il Pd in questa fase, spostarlo da quel ruolo centrale di “partito nazionale” nel quale si è trovato al momento della caduta di Berlusconi.
Fallire l’occasione nel nome di rigidità ideologiche figlie di un anacronistico sospetto anti-liberale sarebbe una follia, la negazione dell’esistenza stessa del Pd e dell’adesione di tanta gente. Non che Fassina da solo abbia questo potere, si intende. Ma sappiamo quanto sia forte, più che la competizione esterna al Pd, la domanda interna di “tornare a un partito di sinistra”.
Sono i tempi, è la crisi che spinge a questa reazione identitaria, e non solo in Italia. Peccato che da noi “tornare a sinistra” – in un’accezione così tradizionale – si traduca inevitabilmente con la condanna a un ruolo marginale, nel migliore dei casi di sostegno a leadership riformiste esterne.
Il Pd è nato per sfidare e smentire questa condanna. Lo scriviamo da più di due anni: l’unico modo per favorire i piani di chi vuole scalzare il Pd dal ruolo protagonista, è lasciare a costoro il centro del campo. E il centro del campo ora si chiama Mario Monti, per ciò che è e per ciò che fa.
Qualcuno vuole candidare Monti premier anche oltre il 2013? Facciano, è legittimo provarci, anche se l’interessato s’è detto non interessato.
Bersani pensa di poter far meglio, di Monti e di chiunque altro? Ottimo ma il risultato non gli è dovuto per diritto divino: deve meritarselo dimostrando di saper guidare una maggioranza che non è la maggioranza del Pd e neanche quella del centrosinistra, bensì quella dell’intero paese.
Noi pensiamo che il Pd debba essere solidale (anzi, più solidale) con il suo segretario in questa impresa, finché lui saprà proseguire sulla strada di mettere sempre il bene dell’Italia davanti a tutto. Il problema è che una simile generosità era relativamente agevole, quando il premio immediato era la caduta di Berlusconi. Ora fare il bene dell’Italia implica qualche atto di coraggio in più, una maturità e una consapevolezza che pensavamo acquisita e invece evidentemente è ancora da conquistare, la forza di prendere di petto il perdurante luogocomunismo che bagna anche i piedi del gruppo dirigente democratico. La metafora di tutto è nell’episodio che ieri ha coinvolto il capo dello stato a Cagliari.
Finché sovrintendeva alla sostituzione di Berlusconi, Napolitano era da santificare. Oggi è «il presidente delle banche». Per dieci estremisti che dicono queste stupidaggini, ce ne sono tanti che le scrivono e le pensano, pronti a estendere questo giudizio a Monti, alla sua manovra («brutale e iniqua», l’ha definita Fassina) e a tutti i partiti che sostengono il governo. Se vuole suicidarsi, il Pd può offrire sponde a questi mal di pancia e a questi rigurgiti. Se vuole vincere, deve affrontare e battere in campo aperto le posizioni “di sinistra” più deleterie.
Rimanere in mezzo no, non si può.

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