mercoledì 15 febbraio 2012

Permessi, burocrazia, regole incerte Perché gli stranieri non investono - Giovanni Stringa su Corriere della Sera

A confronto, il calo del reddito nazionale tra l'1 e il 2% previsto per il 2012 sembra un'inezia. Perché quello di cui parliamo ora vale - in termini percentuali - 35 volte tanto. E' il crollo del 53% degli investimenti diretti esteri entrati in Italia nel 2011: in termini assoluti non sono naturalmente i maxinumeri del Pil, ma il loro peso vale comunque molto, anche come volano dell'economia. Il calcolo - quel dimezzamento in soli dodici mesi - arriva da chi dell'argomento se ne intende: il Comitato investitori esteri di Confindustria, un «club» di oltre ottanta aziende internazionali, dalla «corporate America» al «made in Germany».
Ma se quel -53% fosse solo una sorta di contingenza, un numero particolarmente duro perché riferito a un anno - il 2011 - altrettanto difficile per l'Italia? Purtroppo non è così. In base a dati Ocse, l'Italia è penultima in Europa - davanti solo alla Grecia - nella classifica di chi tra il 2001 e il 2010 ha incamerato maggiori investimenti esteri. La «hit parade» abbraccia tutti i Paesi europei dell'Ocse e ne calcola il rapporto medio tra investimenti esteri in entrata e Pil nell'ultimo decennio. Che l'Italia, con il suo 1,2%, viaggi diverse lunghezze dietro Regno Unito (4%) e Spagna (3,2%), non è una particolare sorpresa. Ma a batterci sono anche altri Paesi dal curriculum economico meno internazionale del nostro, almeno fino a qualche decennio fa: ci sono il 13,6% dell'Irlanda, il 9,9% dell'Estonia, il 6,9% della Slovacchia, il 4,3% dell'Ungheria e il 2,4% del Portogallo.
Bisogna superare «gli impedimenti burocratici e di altra natura» che frenano gli investimenti stranieri nel nostro Paese: investimenti che invece possono essere un elemento di sviluppo e fornire un «contributo anche in termini di occupazione giovanile» ha detto ieri il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Dietro
l'allarme del Quirinale non c'è solo quel -53% già segnalato sopra, ma anche il suo paragone - quasi impietoso - con la tenuta degli investimenti diretti esteri in Francia, invariati tra il 2010 (l'anno del rimbalzo dopo la grande recessione) e il 2011 (l'anno della nuova crisi). Eppure anche la Francia ha incassato gli scossoni - per quanto minori dei nostri - della crisi del debito mediterraneo. Eppure la Francia non è il primo Paese che viene in mente quando si parla di economia aperta al mondo. Nonostante gli «eppure», però, tra Ventimiglia e Mentone la distanza si è allungata.
Che cosa non va in Italia? Che cosa tiene lontane molte aziende straniere? Da noi «c'è una sostanziale inaffidabilità delle procedure amministrative. Entri in un Paese dove sai come stanno le cose oggi, ma tra sei mesi possono andare in un modo completamente diverso. Ci vuole un sacco di tempo per mettere in piedi un nuovo impianto»: sono le parole di Carlo Scarpa, docente di economia e politica industriale all'università di Brescia e redattore di lavoce.info .
E allora? Per Scarpa bisogna arrivare a «una riforma della pubblica amministrazione che convinca gli investitori che siamo un Paese normale». E, probabilmente, non la stessa nazione dipinta dalle classifiche della Banca mondiale sulle procedure fiscali: siamo 128esimi su 183 nel «ranking» sulla semplicità dei pagamenti, 49esimi nel numero di versamenti, 123esimi nella durata della procedura. E lo stock totale di investimenti stranieri vale circa 337 miliardi di dollari, contro i 614 della Spagna, i 674 della Germania, i mille miliardi e passa della Francia e i quasi 1.100 del Regno Unito.
A perdere nel confronto internazionale, poi, non è solo l'Italia in generale, ma anche la sua zona più «dinamica» e internazionale, la Lombardia. Prendiamo la percentuale di addetti nelle imprese a partecipazione estera sul totale della forza lavoro: la regione della capitale economica nazionale si porta a casa un 9,2% che è sì il più alto d'Italia ma è anche la metà dell'Ile-de-France (Parigi e dintorni) e della Comunidad de Madrid. E se Parigi è pur sempre Parigi e Madrid, nonostante la crisi, è pur sempre Madrid, a battere la Lombardia ci si è messa anche la regione francese di Rodano-Alpi: ben lontana dal fulcro parigino, eppure sempre più internazionale della Lombardia, battuta 10,6 a 9,2. Peccato, perché - secondo i calcoli riportati da Confindustria - ogni 10 miliardi di euro di investimenti esteri che entrano in Italia, si crea un valore aggiunto diretto di 2,5 miliardi l'anno. E - last but (assolutamente) not least - germoglia un nuovo +0,23% di crescita strutturale annua del Pil. Grazie soprattutto a chi investe ex novo, più che a chi semplicemente acquisisce.
Per attirare più investimenti c'è chi chiede più certezze, ma anche chi suggerisce meno tasse e più incentivi per le attività di ricerca e sviluppo, così da calamitare dall'estero anche il «cuore nobile» di tante aziende. Che, però, si scoraggiano anche per un altro motivo, più immediato e «popolare»: siamo un Paese di poeti, ma non di scienziati. In Italia nel 2010 sarebbero mancati all'appello 19.700 ingegneri, 14.600 laureati in economia o statistica e 7.800 profili medico-sanitari: è la differenza tra il numero di laureati che le imprese volevano assumere nel 2010 e quanti sono effettivamente usciti da quelle facoltà l'anno precedente. I numeri (un'elaborazione di Confindustria su dati Eurostat) si rovesciano sulle specializzazioni letterarie (10.200 diplomi «di troppo») e politico sociali (-15.100). La conclusione: perché un'impresa tedesca di turbine dovrebbe investire in Italia se - a quanto sembra - c'è il rischio di non trovare gli ingegneri adatti?

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