sabato 18 febbraio 2012

Primarie, vince solo chi piace - Paolo Natale su Europa

A leggere i titoli dei giornali, o i quotidiani commenti di questo o quell’analista politico, o ancora le osservazioni ordinarie degli esponenti partitici, pare che la storia abbia un nuovo inizio ogni volta che il sole appare all’orizzonte. Quasi fossimo in una riedizione del mitico film Ricomincio da capo. Così ad esempio il Pd, fino ad una settimana fa, pareva vivere un momento di buon appeal presso il suo elettorato e presso l’elettorato in generale, l’unico partito (in parte insieme all’Udc) che era riuscito ad essere un punto d’appoggio del nuovo governo Monti, senza peraltro rinunciare ad essergli fattivamente critico su alcune misure non ritenute corrette. Insomma: un deciso punto di riferimento elettorale, in prospettiva, per una fetta consistente di cittadini, che tornavano in numero significativo a ridare fiducia ad un partito spesso giudicato incerto e pieno di contraddizioni interne. Poi, improvvisamente, è bastato un piccolo caso legato alle primarie di Genova, con la sconfitta delle due portabandiera democrat, per riscrivere daccapo la storia di questo ultimo periodo. 
E i commenti al riguardo non si sono fatti attendere: chi parlava di disfatta, chi di manifesta incomprensione nei confronti della propria base, chi di incapacità di comunicare con il proprio elettorato, chi addirittura di rifiuto, da parte dei suoi adepti, di seguire le indicazioni dei vertici, qualsiasi esse fossero. Come se, appunto, il dissenso interno fosse così acuto che bastava che il partito proponesse un proprio candidato di fiducia per condannarlo ad un sicura sconfitta. 
Via allora con i commenti catastrofisti: gli elettori democrat voltano le spalle al partito, non esiste più sintonia tra le proposte del Pd e i giudizi dei militanti, basta che si presenti un qualsiasi altro candidato decente per determinare la sconfitta di quello del Pd. E così via. Ma dunque tutto ciò che si era detto fino al giorno prima
era anni luce distante dalla realtà? La storia non è esattamente come ci viene raccontata, sebbene qua e là ci sia del vero. E la storia delle primarie italiane del centrosinistra è certamente più complessa di quanto sommariamente viene tracciata nei commenti del giorno dopo. Quella storia ci parla più di persone, di figure, di candidature che spesso gli elettori di queste primarie capiscono e amano più della loro affiliazione partitica.
A Milano, tutti noi sappiamo che la vittoria di Pisapia contro Boeri non aveva nulla a che fare con lo scontro ipotetico tra Pd e Sel. Nessuno dei candidati era di fatto emanazione di un partito, bensì della cosiddetta società civile, che si erano messi a disposizione per sconfiggere finalmente Letizia Moratti. L’esempio più antico, quello di Renzi (nella lotta di allora tra Ds e Margherita), era più o meno dello stesso stampo, racchiudendo nella sua persona caratteristiche inedite, rispetto agli altri politici, e più gettonabili dal popolo delle primarie. E anche negli altri casi più fortunati, tra i candidati vincenti non di area Pd, come De Magistris, lo specifico rappresentato da quella persona era più potente della eventuale appartenenza ad uno o l’altro dei partiti che lo sostenevano. 
Perché, nella realtà, le medesime cose sono accadute anche in maniera opposta, in altri comuni o in altre primarie, come Fassino a Torino, o Cosolini a Trieste, o Zanonato a Padova. In questi e altri casi, anche recentissimi, gli elettori hanno generalmente scelto la figura che a loro piaceva di più, al di là degli schieramenti. 
In fondo, dopo tanti anni in cui si è costantemente sottolineato come i cittadini vogliano poter essere i responsabili delle scelte del proprio personale politico, quando alla fine mettono in pratica questo obiettivo, fregandosene delle indicazioni dei partiti (che pure voterebbero e di fatto voteranno nelle successive comunali, come nel caso di Milano), si sentono indicare come traditori della propria parte politica, come coloro che, nel caso di Genova, voltano le spalle al Pd. No, semplicemente, hanno voltato le spalle ad alcuni candidati che forse piacevano meno, e hanno scelto quelli che piacevano di più. Tutto qui. E poco ha a che fare con una eventuale crisi del partito.

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