giovedì 9 febbraio 2012

Proteggiamo la Protezione civile - Ermete Realacci su Europa

L’eccezionale ondata di maltempo che sta colpendo il nostro paese in questi giorni, insieme all’eco delle fastidiose polemiche e dei rimpalli di responsabilità che si porterà dietro a lungo, mettono ancora una volta in evidenza una grande falla del nostro paese: la mancanza di una cultura adeguata in tema di protezione civile. È una grave carenza che colpisce a vario titolo amministratori, istituzioni, operatori e cittadini. Eppure l’efficienza nella risposta a situazioni straordinarie è una componente essenziale dell’autorevolezza di uno stato. Si sostiene da tempo che oltre alla bandiera, lo stato deve garantire alla collettività la spada, la moneta e la toga. Oggi alla spada va affiancata la pala, come simbolo della necessità di garantire la sicurezza dei cittadini di fronte ad eventi gravi, più incombenti di una guerra. 
Sarebbe dunque grave buttare via con l’acqua sporca anche il bambino, perché nulla è più sbagliato che indebolire la capacità di rispondere a emergenze in maniera efficace e tempestiva. Anche perché, come è evidente, alle criticità del nostro paese legate al rischio sismico e alla cattiva gestione del territorio, si aggiunge oggi l’infittirsi di eventi meteorologici estremi legati al mutamento del clima. Il Partito democratico ha sempre contrastato le derive che negli ultimi anni hanno messo in pericolo il nostro sistema di protezione civile. Sia quando impropriamente si è affidata a questa struttura l’organizzazione dei grandi eventi, inquinandone la missione, stravolgendone la natura. 
Miliardi di euro in appalti per i Mondiali di nuoto a Roma, la Conferenza episcopale del 2011 o la Louis Vuitton Cup a Trapani, hanno poco a che vedere con le emergenze vere per le quali il lavoro della Protezione civile e delle tante persone, volontari e non, che in essa operano si è dimostrato essenziale per la sicurezza dei cittadini e del territorio. Sia votando in parlamento contro il decreto legge 10 del 2011 che ha ridotto la funzionalità del dipartimento, innescando una serie di criticità che finiscono con l’appesantire e ritardare l’azione della Protezione civile, lo abbiamo visto anche nel caso della Costa Concordia, limitandone
la capacità di intervento in caso di emergenza.
Pensiamo all’inserimento dei vincoli preventivi del Tesoro e della Corte dei conti, all’indebolimento della struttura nazionale o al caricare sugli enti locali e sulle Regioni dei costi insostenibili in caso di necessità. I comuni non possono essere lasciati soli in caso di calamità ed è oggettivamente improponibile, come sta accadendo in questi giorni, costringere i sindaci a pagare l’intervento di soccorso dell’esercito, neanche si trattasse di braccianti a cottimo. La nostra Protezione civile rappresenta una specificità positiva, una parte buona dell’Italia, considerata con ammirazione anche all’estero. È una storia di efficienza e professionalità della quale dobbiamo essere giustamente orgogliosi. 
L’esperienza del milione e trecentomila volontari che scendono in campo da Nord a Sud ogni volta che un disastro colpisce il paese per portare soccorso ai territori e ai cittadini piegati da terremoti, alluvioni o, come in questo caso, da gelo e neve, è un serbatoio di valore e qualità su cui l’Italia può contare, una punta di eccellenza a livello internazionale. È paradossale quindi che di quanto accaduto in questi giorni a farne le spese sia proprio la Protezione civile, vittima da una parte degli scomposti attacchi strumentali del sindaco Alemanno e dall’altra di tagli drammatici alle risorse. Il sistema di Protezione civile italiano semmai deve essere potenziato per fornire un supporto ancora più efficace al paese e per continuare a costruire quella “cultura” della protezione civile che ancora manca. 
Il passaggio alla presidenza del consiglio ha garantito alla Protezione civile maggiore autorevolezza. Al contrario un trasferimento al ministero dell’interno, come da più parti si auspica, rappresenterebbe un passo indietro del quale non si apprezza francamente la necessità e anzi renderebbe più difficile il rapporto indispensabile con il mondo del volontariato. Significherebbe tornare indietro di anni e cancellare in un colpo solo le migliori pratiche di gestione delle emergenze che questo paese ha conosciuto. Gabrielli ha paragonato il Dipartimento di cui è capo ad un «Tir con il motore di una 500», è ora che il parlamento corregga le storture della legge voluta dal centro destra e restituisca tutta la potenza che serve ad una macchina da cui dipende la sicurezza di milioni di cittadini italiani.

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